C’è qualcosa di apparentemente paradossale nei conti pubblici italiani. Il debito continua a salire, ma aumenta anche l’interesse degli investitori stranieri per i nostri titoli di Stato. La Banca d’Italia lo mostra nei dati più recenti sulla finanza pubblica: una quota importante del debito italiano è detenuta fuori dai nostri confini e la domanda estera resta sostenuta. A prima vista potrebbe sembrare una promozione dell’Italia. Se tanti investitori comprano Btp, si potrebbe pensare, vuol dire che i nostri conti stanno bene. In realtà significa una cosa molto più semplice: alle condizioni offerte, prestare denaro allo Stato italiano è considerato conveniente.
Il mercato non distribuisce medaglie alla buona amministrazione. Un fondo americano, una banca tedesca o un investitore giapponese non comprano titoli italiani per manifestare fiducia nella politica economica italiana. Guardano rendimento, rischio, durata, liquidità e alternative disponibili. Se il rapporto tra questi elementi è interessante, comprano. È esattamente ciò che deve fare un mercato. La capacità di trovare creditori, però, non trasforma automaticamente il debito in una virtù. Se una famiglia molto indebitata trova una banca pronta a concederle un altro prestito, può certamente tirare un sospiro di sollievo, ma sarebbe curioso concludere che il suo problema è risolto.
Con lo Stato accade qualcosa di ancora più particolare, perché lo stesso ha un privilegio che nessuna famiglia e nessuna impresa possiedono: può trasferire il costo dei propri debiti sui contribuenti. Un’impresa deve convincere liberamente qualcuno a comprare ciò che produce e, se sbaglia, può fallire. Lo Stato può invece prelevare risorse attraverso le imposte e, quando quelle risorse non bastano, può prendere a prestito la differenza. Il debito pubblico nasce proprio lì, nello spazio che separa ciò che il potere vuole spendere da ciò che riesce a incassare.
La questione, vista così, diventa molto meno complicata di quanto suggerisca il linguaggio della finanza pubblica. L’amministrazione starale non possiede una fonte autonoma di ricchezza. Prima di essere speso da un ministero, ogni euro è stato prodotto da qualcuno. Nasce dal lavoro, dall’impresa, dal risparmio, dallo scambio. Mises lo ha ricordato in termini radicalmente semplici: il capitale non compare per decisione politica, ma deriva dal risparmio e dalle scelte degli individui. Hayek avrebbe aggiunto che nessuna autorità centrale possiede le conoscenze disperse tra milioni di persone necessarie per stabilire quale sia l’impiego migliore di quelle risorse. È il mercato, attraverso prezzi, profitti e perdite, a scoprirlo continuamente.
Il debito pubblico altera questo processo perché consente alla politica di utilizzare oggi risorse senza imporne immediatamente l’intero costo. Se l’apparato pubblico vuole spendere cento ma incassa novanta, può chiedere dieci al mercato. Il cittadino non vede subito una nuova tassa di dieci e la spesa può essere effettuata senza affrontarne immediatamente il prezzo politico. Quei dieci, però, non sono gratuiti e soprattutto non sono apparsi dal nulla. Sono risparmio che qualcuno ha prodotto e che lo Stato ha preso in prestito, promettendo di restituirlo con gli interessi. Il debito è dunque, in larga misura, una tassa spostata nel tempo: permette di godere politicamente della spesa oggi e di rinviarne il costo a domani.
Naturalmente l’arrivo di capitali stranieri è preferibile alla loro fuga. Una domanda internazionale robusta facilita il collocamento dei titoli, può contenere il costo del finanziamento e riduce la quantità di risparmio nazionale assorbita direttamente dall’amministrazione erariale. Sarebbe assurdo negarlo. Il problema nasce quando da questo dato si ricava una conclusione opposta a quella ragionevole: poiché il mercato continua a prestarci denaro, possiamo continuare tranquillamente ad accumulare debito.
È qui che il paradosso diventa politico. Da decenni discutiamo soprattutto di come rendere sostenibile il debito, molto meno di come ridurre la macchina che lo produce. Cambiano i governi, cambiano le formule, ma la domanda è quasi sempre la stessa: dove trovare nuove entrate? Raramente viene posta quella precedente: perché lo Stato deve spendere così tanto? Eppure per un Paese nel quale la pressione fiscale è già elevata dovrebbe essere la prima domanda.
Una prospettiva realmente orientata alla libertà dovrebbe rovesciare il ragionamento. Non occorre cercare continuamente nuove risorse per alimentare un settore pubblico troppo grande; occorre ridurne il bisogno di risorse. Meno spesa, meno apparati, meno partecipazioni pubbliche, privatizzazioni, liberalizzazioni e soprattutto più reddito lasciato nelle mani di chi lo ha prodotto. Non si tratta soltanto di mettere ordine nei conti. Si tratta di restituire capitale alla società, dove può essere investito secondo milioni di decisioni volontarie anziché attraverso una decisione politica centralizzata.
Per questo la crescita degli acquisti esteri di titoli italiani è una buona notizia soltanto entro limiti molto precisi. Significa che il mercato continua a considerarci un debitore finanziabile. Non significa che continuare ad aumentare il debito sia una buona politica. Gli investitori stranieri fanno bene a comprare Btp quando li considerano convenienti. Fanno il loro interesse e utilizzano liberamente il loro capitale.
Noi, però, dovremmo finalmente fare il nostro: avere bisogno di vendergliene sempre meno.