Francia, i giudici fermano lo Stato-balia: la libertà non si vieta per legge

Il Conseil constitutionnel boccia il divieto generalizzato dei social per gli under 15. Proteggere i minori è necessario, ma non autorizza lo Stato a sostituirsi alle famiglie e a trasformare l’educazione in proibizione.

di Sandro Scoppa

Lo Stato moderno ha una singolare concezione della libertà: la considera preziosa soprattutto quando non viene esercitata. Appena una scelta individuale comporta un rischio o semplicemente qualcosa che il potere pubblico giudica sconveniente, compare la soluzione apparentemente più semplice: vietare. È accaduto in Francia, dove il legislatore aveva deciso di impedire ai minori di quindici anni l’accesso ai social network. Il Conseil constitutionnel ha però fermato l’operazione, dichiarando contrarie alla Costituzione le disposizioni centrali della legge.
La questione merita attenzione ben oltre i confini francesi, perché riguarda un fenomeno molto più vasto: l’espansione dello Stato-balia, che non si limita più a garantire le condizioni nelle quali gli individui possono scegliere, ma pretende sempre più spesso di scegliere al loro posto.
Nessuno può seriamente negare i problemi connessi all’utilizzo dei social da parte dei giovanissimi. Cyberbullismo, dipendenza dagli schermi, contenuti violenti o pornografici, manipolazione algoritmica e uso compulsivo sono questioni reali. Ma riconoscere l’esistenza di un problema non significa attribuire automaticamente allo Stato il potere di risolverlo con un divieto.
È precisamente qui che passa la frontiera tra una società libera e una società paternalistica. Nella prima, l’esistenza di un rischio induce a informare, responsabilizzare e consentire alle persone – e, nel caso dei minori, anzitutto alle loro famiglie – di governarlo. Nella seconda, il rischio diventa il titolo attraverso il quale il potere pubblico amplia continuamente la propria sfera d’intervento.
La norma francese stabiliva un principio drastico: al minore di quindici anni sarebbe stato vietato accedere a un servizio di social network online. Il Conseil constitutionnel ha ritenuto che il dispositivo predisposto dal legislatore producesse una compressione della libertà di comunicazione non adeguata, necessaria e proporzionata allo scopo perseguito.
Ed è questo il cuore della vicenda. La libertà ha senso proprio perché comprende la possibilità di compiere scelte che altri considerano sbagliate. Se potessimo essere liberi soltanto quando utilizziamo la nostra libertà nel modo approvato dal legislatore, avremmo semplicemente cambiato nome all’obbedienza.
Nel caso dei minori esiste certamente una peculiarità. Un bambino non dispone della stessa capacità di autodeterminazione di un adulto. Ma da ciò non deriva che ogni decisione debba essere trasferita allo Stato. Tra individuo e potere pubblico esiste una fondamentale istituzione intermedia: la famiglia.
Sono i genitori a conoscere maturità, carattere, esigenze e fragilità dei propri figli. Possono stabilire orari, impedire l’uso di determinate applicazioni, controllare dispositivi, discutere contenuti e concedere gradualmente maggiore autonomia. Un quattordicenne non è identico a un altro quattordicenne e una legge generale non può conoscere ciò che un genitore responsabile conosce del proprio figlio.
Il paternalismo legislativo cancella queste differenze. Alla varietà delle persone sostituisce una categoria amministrativa: «minore di quindici anni». Alla responsabilità familiare sostituisce il comando pubblico. Alla prudenza sostituisce la proibizione.
Ed è un meccanismo destinato ad autoalimentarsi. Se lo Stato può vietare un social perché un adolescente potrebbe utilizzarlo male, perché non dovrebbe vietargli determinati videogiochi? E poi certi film, determinati siti o alcune forme di comunicazione? Una volta accettato il principio secondo cui la libertà può essere soppressa semplicemente perché il suo esercizio comporta un rischio, diventa difficile individuare un limite coerente all’intervento pubblico.
C’è poi un paradosso educativo. Proibire non significa educare. Un ragazzo che a quindici anni e un giorno ottiene improvvisamente accesso a ciò che fino al giorno precedente gli era vietato non è necessariamente più preparato a utilizzarlo. La capacità di scegliere si costruisce scegliendo, gradualmente, anche attraverso errori e sotto la guida di chi esercita la responsabilità educativa.
Gli strumenti alternativi non mancano. Controlli parentali, impostazioni specifiche per età, maggiore trasparenza degli algoritmi, tutela rigorosa dei dati personali, contrasto dei contenuti illeciti e responsabilità delle piattaforme per precise violazioni sono interventi assai diversi da un divieto generalizzato. Soprattutto, lasciano sopravvivere il principio secondo cui protezione e libertà non sono necessariamente nemiche.
La decisione francese non significa che ogni futura regolamentazione dei social destinata ai minori sia costituzionalmente impossibile. Significa qualcosa di più importante: anche quando il legislatore persegue un obiettivo meritevole, non dispone di un lasciapassare per comprimere senza misura le libertà fondamentali. Il fine non santifica il mezzo. La proporzionalità continua a rappresentare un limite al potere.
È una lezione che oltrepassa di molto TikTok, Instagram o qualunque piattaforma verrà inventata domani. La grande tentazione politica del nostro tempo consiste nel trasformare qualsiasi problema sociale in una domanda di intervento pubblico. Mangiamo male? Regolamentare. Beviamo troppo? Tassare. Utilizziamo troppo lo smartphone? Limitare. I ragazzi trascorrono troppo tempo sui social? Vietare. Dietro ogni comportamento considerato pericoloso appare un legislatore convinto di poter organizzare meglio la vita altrui.
Hayek ci ha insegnato quanto sia illusoria questa pretesa. La conoscenza necessaria per governare le scelte umane è dispersa tra milioni di individui e non può essere concentrata nell’apparato pubblico. Vale per l’economia e vale, forse ancora di più, per l’educazione. Nessun ministero possiede le informazioni e la conoscenza particolare che consentono a una famiglia di accompagnare un ragazzo verso l’età adulta.
Proteggere i minori è un dovere. Trasformare la protezione in controllo è una scelta politica. Le due cose non devono essere confuse.
La Francia aveva scelto la scorciatoia del divieto. Il Conseil constitutionnel ha ricordato che persino le intenzioni più rassicuranti incontrano un confine: quello delle libertà costituzionali. Ed è bene che sia così. Perché uno Stato che pretende di eliminare dalla nostra vita ogni rischio finisce inevitabilmente per eliminare anche qualcosa di molto più prezioso: la responsabilità di essere liberi.nsabilità di essere liberi.

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