Cile, meno tasse e meno arbitrio: Kast scommette sul capitale
La “mega-riforma” riduce l’imposta sulle imprese dal 27 al 23 per cento. Ma la vera sfida è un’altra: restituire certezza agli investitori e spazio alla proprietà privata.
di Sandro Scoppa
C’è una differenza decisiva tra un Paese che considera l’impresa una risorsa da liberare e uno che la considera semplicemente una base imponibile da spremere. Il Cile di José Antonio Kast sembra avere scelto la prima strada. Il Congresso ha approvato la cosiddetta “mega-riforma”, il principale pacchetto economico del nuovo governo: 36 leggi e 15 decreti modificati, incentivi agli investimenti e, soprattutto, riduzione graduale dell’imposta sulle società dal 27 al 23 per cento entro il 2029.
Quattro punti percentuali non fanno una rivoluzione. Ma in politica economica conta anche, e soprattutto, la direzione di marcia. Santiago sembra imboccare quella opposta rispetto a molta Europa: invece di cercare continuamente nuove entrate per sostenere una spesa pubblica che tende ad aumentare, prova a lasciare una quota maggiore della ricchezza a chi produce, investe e rischia.
L’errore, del resto, nasce già dal linguaggio. Quando un governo riduce un’imposta si dice spesso che sta “regalando” risorse alle imprese. È vero il contrario. Quelle risorse appartengono originariamente a chi le produce. È lo Stato che, attraverso il prelievo, se ne appropria di una parte. Ridurre un’aliquota non significa concedere qualcosa: significa trattenere meno del reddito altrui.
La diminuzione dal 27 al 23 per cento ha quindi un valore che va oltre il dato contabile. Il capitale si forma attraverso risparmio e investimento e si dirige dove trova condizioni migliori. Confronta rendimenti, rischi, fiscalità e stabilità delle istituzioni. Tassarlo di più non significa colpire una misteriosa entità chiamata “grande impresa”: significa rendere meno conveniente accumularlo e impiegarlo.
E senza capitale non esiste crescita duratura. Macchinari, tecnologie, innovazione, organizzazione produttiva e nuove imprese aumentano la produttività del lavoro e rendono possibili salari più elevati. Il capitale non è il nemico del lavoratore. È uno dei presupposti della sua maggiore produttività. Mises lo aveva spiegato molto prima che la politica economica contemporanea trasformasse l’investimento privato in qualcosa da tollerare, dirigere o condizionare.
Ma nella riforma cilena c’è un punto persino più interessante del taglio fiscale: la stabilità delle regole. Il provvedimento contiene garanzie tributarie per nuovi grandi investimenti, mentre alcune disposizioni sono già finite all’esame della Corte costituzionale. È precisamente qui che si gioca una parte decisiva della credibilità del nuovo corso.
Un investimento non vive soltanto dell’aliquota applicabile oggi. Vive delle aspettative sul domani. Chi impiega cento milioni in un progetto destinato a durare vent’anni deve poter sapere, entro limiti ragionevoli, quale sarà il quadro normativo nel quale potrà operare. Se ogni nuova maggioranza può cambiare radicalmente imposte, autorizzazioni, concessioni e condizioni di esercizio, il rischio politico finisce per incorporarsi nel costo dell’investimento.
L’incertezza normativa diventa così una tassa invisibile. Non compare nell’avviso di pagamento, ma pesa sulle decisioni economiche. Il capitale può accettare persino un’imposta relativamente elevata se la regola è stabile; molto più difficilmente accetta di essere esposto continuamente all’arbitrio.

È una lezione che Hayek e Bruno Leoni avevano compreso perfettamente. La proprietà non è protetta soltanto quando lo Stato si astiene dall’espropriare materialmente una fabbrica o un terreno. È protetta quando il proprietario può programmare l’impiego dei propri beni entro regole generali, conoscibili e prevedibili. Se il titolo rimane formalmente privato, ma ogni sua utilizzazione dipende da autorizzazioni mutevoli e decisioni politiche discrezionali, la proprietà sopravvive sulla carta e si indebolisce nella realtà.
Da questo punto di vista il Cile rappresenta un interessante termine di confronto con l’Europa. Mentre Bruxelles e molti governi nazionali continuano ad accumulare regolamenti, obblighi, vincoli e nuovi fabbisogni di gettito, Santiago sembra mandare un messaggio diverso: per attirare capitale bisogna renderne più conveniente e più sicuro l’impiego.
Non occorre trasformare Kast in un secondo Milei. L’esperimento argentino è assai più radicale e investe direttamente il perimetro dello Stato, la moneta, la regolazione e la spesa pubblica. Il Cile procede con maggiore prudenza. Ma il fatto che due importanti Paesi latinoamericani abbiano cominciato, con intensità differenti, a considerare la libertà economica come una risorsa e non come un problema è già significativo.
Resta però una condizione essenziale. Ridurre le imposte senza ridurre la spesa non basta. Se il minore gettito viene compensato con nuovo debito, il peso dello Stato non diminuisce: viene semplicemente trasferito dai contribuenti di oggi a quelli di domani. Non c’è nulla di liberale nel sostituire tasse presenti con tasse future.
La vera prova per Kast sarà dunque accompagnare il taglio fiscale con riduzione della spesa, semplificazione amministrativa e ridimensionamento della discrezionalità pubblica. Solo così la riforma potrà diventare qualcosa di più di un aggiustamento dell’aliquota.
Lo Stato non deve attirare gli investitori con sussidi, tavoli ministeriali o piani industriali. Deve soprattutto smettere di respingerli. Tasse più basse, contratti rispettati, proprietà tutelata, autorizzazioni semplici e regole stabili valgono più di qualsiasi incentivo deciso dall’alto.
È questa, in fondo, la scommessa cilena: comprendere che la prosperità nasce quando il potere pubblico rinuncia a governare ogni scelta economica. Il capitale non ha bisogno di essere amministrato. Ha bisogno di essere liberato.
