C’è qualcosa di profondamente antico nella vicenda politica che sta attraversando la Spagna. Il 2 ottobre il Congresso dei deputati ha respinto le nuove misure sulla casa volute dal governo di Pedro Sánchez. Quattro giorni dopo, l’esecutivo ha approvato altri due decreti, riproponendo gran parte delle disposizioni contestate. Tra esse, una disciplina che punta a rendere il rinnovo dei contratti di locazione la regola e che prevede, in determinate circostanze, un’indennità di almeno dodici mensilità quando il proprietario decide di non proseguire il rapporto. Quest’ultima misura resta subordinata alla convalida parlamentare. La questione, tuttavia, va ben oltre la sorte dei provvedimenti e dello stesso governo spagnolo. Riguarda una concezione del potere che attraversa la storia del pensiero politico.
Nel 1945 Karl Popper ha pubblicato “La società aperta e i suoi nemici”, un’opera destinata a diventare uno dei più importanti atti d’accusa contro le filosofie politiche che pretendono di organizzare la società secondo un modello ideale. Il primo bersaglio era Platone. Nella lettura del filosofo austriaco, l’autore della Repubblica considerava il cambiamento come una forma di decadenza: quanto più le istituzioni si allontanavano da un ordine perfetto, tanto più risultavano esposte alla corruzione. La soluzione consisteva nel costruire un ordinamento stabile, sottratto alle trasformazioni che avrebbero potuto comprometterne l’integrità.
Per il pensatore viennese, il problema non era soltanto la rigidità della città platonica. Era la convinzione che qualcuno potesse conoscere la forma migliore della convivenza umana e, proprio per questo, rivendicare il diritto di imporla agli altri. Una volta stabilito quale debba essere l’ordine giusto, il cambiamento cessa di rappresentare una possibilità e diventa una minaccia. La libertà individuale viene subordinata alla conservazione di un equilibrio definito dall’autorità.
Sarebbe naturalmente improprio equiparare Platone a Sánchez o confondere una democrazia parlamentare con l’ordinamento immaginato nella Repubblica. Ma la tentazione che lo scienziato sociale austriaco ha denunciato riappare ogni volta che la politica pretende di sostituire ai processi spontanei della società un disegno prestabilito, da mantenere anche quando le condizioni che lo avevano suggerito sono cambiate.
La vicenda spagnola è istruttiva proprio per questo. Il governo vuole proteggere gli inquilini dall’aumento dei canoni e dall’incertezza della permanenza nell’abitazione. Sono preoccupazioni comprensibili, soprattutto in un Paese nel quale l’accesso alla casa è diventato un problema sociale e politico di primaria importanza. Ma la risposta scelta rischia di confondere la tutela delle persone con la cristallizzazione dei rapporti contrattuali. La permanenza nell’immobile viene progressivamente sottratta alla libera determinazione delle parti, mentre la proprietà assume obblighi che possono sopravvivere alle condizioni economiche nelle quali il contratto era stato concluso. Si cerca, in sostanza, di arrestare il cambiamento dei rapporti economici attraverso una decisione politica. Eppure il mercato abitativo non è una struttura immobile. Cambiano le esigenze delle famiglie, i redditi, la distribuzione della popolazione, i costi di manutenzione, le opportunità di investimento. Cambiano persino le destinazioni che i proprietari potrebbero attribuire ai propri beni. Pretendere di conservare per legge determinati equilibri significa ignorare che essi sono il risultato di circostanze continuamente mutevoli.
Il punto decisivo è che nessuna autorità possiede le informazioni necessarie per stabilire quali contratti dovrebbero proseguire, a quali condizioni e per quanto tempo, senza produrre conseguenze indesiderate. Friedrich von Hayek, che di Popper è stato amico ed estimatore, ha dedicato una parte essenziale della propria riflessione a questa dispersione della conoscenza. Le informazioni rilevanti per il coordinamento economico appartengono a milioni di individui, ciascuno dei quali conosce circostanze particolari che nessun centro decisionale può raccogliere integralmente. Quando il legislatore interviene per correggere un risultato che considera ingiusto, non elimina quelle circostanze. Modifica piuttosto gli incentivi che orientano le decisioni. Un proprietario può rinunciare a locare, un investitore può destinare altrove le proprie risorse, un immobile può restare inutilizzato. Non sono conseguenze inevitabili in ogni singolo caso, ma possibilità che una politica responsabile non può ignorare. E soprattutto non si può pretendere che l’offerta aumenti quando si rende meno conveniente contribuire a crearla.
La medesima presunzione emerge in altri settori. Nelle politiche ambientali, quando si fissano dall’alto tecnologie, tempi e modalità della trasformazione economica; nella pianificazione urbanistica, quando la destinazione delle risorse viene sottratta alla sperimentazione imprenditoriale; nella regolamentazione delle attività produttive, quando la protezione degli assetti esistenti prevale sulla possibilità che ne emergano di nuovi. Cambiano gli obiettivi dichiarati, ma ritorna l’idea che il potere politico conosca anticipatamente il percorso migliore per la società.
Popper non ha sostenuto che qualsiasi intervento pubblico fosse illegittimo. Al contrario, ha difeso riforme graduali, verificabili e correggibili, dirette ad affrontare problemi concreti. La sua critica ha riguardato la pretesa di costruire un ordine perfetto e definitivo. Proprio questa distinzione rende il suo pensiero attuale: governare significa anche intervenire ma solo quando è necessario, ma senza dimenticare che ogni decisione è fallibile e che nessuna maggioranza possiede una conoscenza superiore a quella che emerge dall’esperienza diffusa degli individui.
La società aperta non è una società priva di problemi. È quella nella quale gli errori possono essere riconosciuti, le istituzioni modificate, le soluzioni abbandonate quando non funzionano. Non promette di eliminare l’incertezza, perché sa che essa accompagna inevitabilmente la libertà. E non identifica la giustizia con la conservazione di una determinata situazione, perché ciò che protegge qualcuno oggi può impedire a qualcun altro di trovare domani un’abitazione, un lavoro o un’occasione di miglioramento.
Nella Spagna di questi giorni, la questione abitativa è diventata anche il terreno di una durissima contrapposizione politica. Ma la domanda fondamentale non riguarda soltanto chi vincerà le prossime elezioni. Riguarda il limite che deve incontrare il potere quando pretende di decidere come debbano evolvere i rapporti tra gli individui.
La lezione del filosofo austriaco è che nessun ordine sociale merita di essere sottratto alla critica e al cambiamento soltanto perché qualcuno lo considera desiderabile. La perfezione politica non esiste, mentre esiste il pericolo concreto di sacrificare la libertà alla sua ricerca.
Platone, secondo Popper, voleva arrestare il mutamento per impedire la decadenza. Molti governanti contemporanei dichiarano invece di voler realizzare il progresso attraverso vincoli sempre più estesi. La differenza delle intenzioni non cancella il problema comune: la fiducia nella capacità del potere di sostituire la propria volontà ai processi attraverso i quali una società si trasforma.
Una società aperta non ha bisogno di un’autorità che stabilisca quale debba essere il suo futuro. Ha bisogno di istituzioni che impediscano a chiunque, soprattutto a chi governa, di appropriarsene.