Popper e La società aperta: il libro che smaschera ogni pretesa di governare il futuro

Pubblicata nel 1945, l’opera non è soltanto una critica ai totalitarismi del Novecento. È un’avvertenza contro ogni potere che si ritenga depositario della verità e autorizzato a dirigere la vita degli individui

di Sandro Scoppa

Ci sono libri che spiegano il proprio tempo e libri che riescono ad anticipare il futuro. La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Pubblicata nel 1945, quando l’Europa usciva dalla tragedia della guerra e dei totalitarismi, l’opera non si limita a denunciare il nazismo e il comunismo. Va molto più in profondità. Si chiede quale errore filosofico abbia consentito a sistemi tanto oppressivi di presentarsi come inevitabili e persino necessari.

La risposta di Popper è netta. Il vero nemico della libertà è la convinzione che la storia segua un percorso predeterminato e che qualcuno sia in grado di conoscerlo. Quando una teoria pretende di aver scoperto il destino dell’umanità, ogni ostacolo può essere eliminato in nome del futuro. La libertà individuale diventa un dettaglio, i diritti una concessione provvisoria, la proprietà un istituto sacrificabile.

È questa l’illusione che il filosofo austriaco chiama storicismo.

Per lo stesso nessuno può prevedere lo sviluppo della conoscenza umana, e proprio per questo nessuno può prevedere il corso della storia. Il progresso nasce infatti da idee nuove, da scoperte imprevedibili, da iniziative individuali che un qualche pianificatore avrebbe potuto anticipare. Pretendere di conoscere il futuro significa attribuirsi una sapienza che non è posseduta da alcun essere umano.

Da questa critica deriva la sua idea di società aperta. È quella nella quale le istituzioni non sono costruite per realizzare un progetto perfetto, ma per permettere agli individui di vivere secondo le proprie scelte, correggendo gli errori senza ricorrere alla violenza. È una società nella quale il potere resta limitato, i governanti possono essere sostituiti senza spargimento di sangue e nessuna maggioranza può trasformare le proprie convinzioni in verità obbligatorie.

Per spiegare come si sia arrivati alle moderne ideologie totalitarie, Popper intraprende un lungo itinerario nella storia del pensiero. Il primo interlocutore è Platone. Una scelta che sorprese molti lettori. Lo studioso viennese vede infatti nella Repubblica il modello della società chiusa: una comunità rigidamente ordinata, governata da una ristretta élite di sapienti, nella quale ogni individuo occupa il posto assegnatogli e il cambiamento è considerato una minaccia. Non è una critica alla grandezza filosofica del suo autore, ma all’idea che la perfezione sociale possa essere progettata e imposta dall’alto.

La riflessione prosegue con Hegel, accusato di aver trasformato lo Stato in un’entità quasi assoluta, superiore agli individui e destinataria della loro obbedienza. Quando lo Stato viene identificato con la razionalità della storia, opporsi al potere non significa più dissentire da un governo, quanto ribellarsi al corso stesso degli eventi.

L’analisi di Marx è più articolata. Popper ne riconosce l’onestà intellettuale e la profondità dell’indagine economica; tuttavia, respinge la convinzione che il capitalismo debba necessariamente essere superato dal socialismo secondo una legge storica inevitabile. Proprio questa certezza, osserva, ha fornito ai regimi comunisti la giustificazione teorica per comprimere libertà, proprietà e pluralismo in nome di un avvenire promesso.

L’originalità dell’opera, che ha visto la luce in Italia solo nel 1974, per l’impegno profuso dal compianto Dario Antiseri, consiste nondimeno, soprattutto, nella proposta positiva. Lo studioso non sostituisce un’utopia con un’altra. Diffida delle società perfette, dei programmi definitivi, delle trasformazioni radicali. Propone invece riforme graduali, continuamente verificabili, sempre modificabili alla luce dell’esperienza. La politica, secondo lui, non deve costruire il paradiso, ma limitarsi a ridurre i mali concreti senza compromettere la libertà.

In questa impostazione emerge una delle più solide difese del liberalismo del Novecento. Se nessuno possiede una conoscenza perfetta della realtà, nessuno può pretendere di dirigere dall’alto milioni di vite. L’ordine sociale nasce dall’interazione libera di individui che dispongono di informazioni, bisogni e progetti differenti. La funzione delle istituzioni non è sostituire questo processo spontaneo con un piano, è piuttosto quella di garantire regole generali, certe e uguali per tutti.

È difficile leggere oggi queste pagine senza riconoscervi molte delle tentazioni del presente. Non si parla più di costruire la società socialista o lo Stato etico, ma cresce l’idea che le autorità pubbliche possano progettare l’economia, orientare gli investimenti, stabilire quali abitazioni debbano essere ristrutturate, quali tecnologie debbano prevalere, quali comportamenti siano meritevoli di incentivi o di sanzioni. Cambiano gli obiettivi, non il metodo: la convinzione che una ristretta élite sia in grado di guidare la società verso un modello ritenuto superiore.

Anche nel settore della proprietà immobiliare questa logica è evidente. Si moltiplicano vincoli, obblighi, limiti ai contratti, prescrizioni energetiche e interventi sui prezzi, nella convinzione che l’assetto del mercato possa essere progettato dall’autorità. Popper avrebbe invitato a diffidare di questa presunzione. Non perché ogni intervento pubblico sia illegittimo, ma perché nessun legislatore dispone della conoscenza necessaria per sostituire le decisioni di milioni di proprietari, imprese e cittadini.

La forza de La società aperta e i suoi nemici consiste proprio in questo. Ricorda che la libertà non è soltanto un valore morale, è anche il riconoscimento di un limite: quello della nostra conoscenza. Ogni volta che il potere dimentica questo limite, finisce inevitabilmente per espandersi. E ogni volta che si espande in nome di un progetto ritenuto infallibile, lo spazio della responsabilità individuale si restringe. A oltre ottant’anni dalla sua pubblicazione, il libro di Popper continua così a parlare al nostro tempo. Non perché i nemici della società aperta siano rimasti gli stessi, ma perché immutata è la loro ambizione: sostituire la libertà con un disegno, il pluralismo con un modello, la responsabilità individuale con la pianificazione. Contro questa tentazione, il grande epistemologo del Novecento oppone un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: una società è veramente libera solo quando nessuno, neppure chi governa, può arrogarsi il diritto di decidere il futuro degli altri.

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