Lo sciopero contro il futuro

Alla Hyundai il sindacato pretende di autorizzare l’ingresso dei robot in fabbrica. Non è tutela del lavoro: è il tentativo di trasformare ogni innovazione in una concessione corporativa.

di Sandro Scoppa

A Ulsan, in Corea del Sud, la vertenza tra Hyundai e i suoi lavoratori non riguarda più soltanto salari, premi ed età pensionabile. Sul tavolo è arrivato anche il futuro della fabbrica: l’ingresso dell’intelligenza artificiale e dei robot umanoidi nei processi produttivi.

Il simbolo di questa trasformazione si chiama Atlas. È il robot sviluppato da Boston Dynamics, società controllata dal gruppo Hyundai, che l’azienda intende impiegare progressivamente nelle proprie attività industriali. Non è ancora un sostituto generalizzato dell’operaio, ma rappresenta con chiarezza la direzione nella quale si sta muovendo l’industria automobilistica: più automazione, più intelligenza artificiale, meno lavoro umano nelle mansioni ripetitive, faticose o standardizzabili.

Ed è proprio su questo terreno che la vertenza sindacale ha assunto un significato molto più ampio. Gli scioperi parziali sono proseguiti nei giorni scorsi e una nuova astensione, prevista a breve, è stata sospesa dopo la decisione dell’azienda e del sindacato di tornare tra poco al tavolo delle trattative.

Sarebbe inesatto sostenere che i dipendenti del colosso coreano scioperino soltanto contro Atlas. La vertenza comprende numerose rivendicazioni economiche e contrattuali. Nondimeno, sul robot il sindacato ha formulato una posizione precisa: nessun umanoide dovrebbe entrare nelle linee produttive senza un previo accordo con i lavoratori.

È qui che una normale vertenza sindacale diventa una battaglia sul futuro.

Domandare garanzie sulla sicurezza, negoziare indennità o programmi di riqualificazione è legittimo. Altra cosa è rivendicare un diritto di veto sulla tecnologia che l’impresa può utilizzare. Nel primo caso si contrattano gli effetti dell’innovazione. Nel secondo si pretende di autorizzare l’innovazione stessa. La paura di perdere il lavoro è comprensibile. Non lo è la pretesa di rendere immutabile il lavoro esistente. Nessun contratto può garantire che una determinata mansione continui a essere necessaria per sempre. Il lavoro, difatti, non è un fine autonomo dell’economia. È uno dei mezzi attraverso i quali si producono beni e servizi. Se una macchina permette di ottenere lo stesso risultato con meno fatica, meno rischio o minori costi, impedirne l’impiego non significa difendere il lavoro. Significa difendere lo spreco. Del resto, se a ogni categoria fosse stato riconosciuto il diritto di bloccare le innovazioni pericolose per il proprio mestiere, avremmo avuto copisti contro la stampa, cocchieri contro l’automobile, telefonisti contro la composizione automatica, impiegati contro i computer. Avremmo conservato più mansioni, ma saremmo tutti più poveri.

Il sindacalismo che pretende di governare l’automazione compie però un passo ulteriore. Trasforma il posto di lavoro in una sorta di diritto acquisito sull’organizzazione produttiva altrui. Il dipendente finirebbe per rivendicare una potestà sul capitale dell’impresa, sui suoi impianti e perfino sugli strumenti che il proprietario può utilizzare. A quel punto la proprietà resterebbe tale soltanto sulla carta. L’azionista potrebbe fornire il capitale e sopportare le perdite, ma non decidere liberamente come produrre.

La contraddizione emerge anche dalle altre richieste della vertenza. Il sindacato rivendica premi collegati ai risultati economici del gruppo. Nulla di scandaloso nel negoziare una maggiore remunerazione. Ebbene, se si reclama una quota dei benefici della produttività e, nello stesso tempo, il potere di controllarne gli strumenti, il meccanismo diventa singolare: se l’innovazione genera profitti, se ne chiede una parte; se fallisce, il rischio resta agli azionisti; se modifica il lavoro, si pretende di poterla fermare. In definitiva, è la socializzazione dei vantaggi e la privatizzazione del rischio e delle perdite.

Atlas, naturalmente, potrebbe rivelarsi troppo costoso, poco affidabile o inadatto a molte operazioni. Ma deve essere la prova della realtà, non il veto preventivo di una corporazione, a stabilire se funzioni. Hyundai prevede di utilizzarlo dal 2028 nel proprio complesso produttivo della Georgia, negli Stati Uniti, inizialmente nel sequenziamento dei componenti e poi in operazioni più complesse. Ed è qui che la protesta rischia di ottenere l’effetto opposto a quello desiderato. Se l’automazione viene rallentata in uno stabilimento e favorita in un altro, il capitale non smette necessariamente di innovare. Può semplicemente innovare altrove. Atlas non viene sconfitto: cambia indirizzo.

La Corea del Sud dovrebbe conoscere bene questa lezione. È una delle economie più automatizzate del pianeta e detiene da anni il primato mondiale nella densità di robot industriali. Eppure – o anche grazie a questo – è passata in poche generazioni dalla povertà a essere una delle grandi potenze industriali mondiali.

Il progresso, è bene ricordare, non elimina “il lavoro”. Elimina determinati modi di lavorare, rende inutili alcune mansioni e ne rende possibili altre. È facile vedere la mansione minacciata; molto più difficile vedere le opportunità che ancora non esistono.

La vicenda Hyundai pone dunque una domanda destinata a ripresentarsi ovunque intelligenza artificiale e robotica entreranno nei processi produttivi: chi deve decidere se una nuova tecnologia possa essere sperimentata? Chi investe il capitale e risponde delle proprie scelte oppure chi beneficia dell’organizzazione esistente e teme che venga modificata?

Riconoscere al sindacato un diritto di veto significherebbe stabilire un principio pericoloso: ogni nuova tecnologia potrebbe essere introdotta soltanto con il consenso dei lavoratori le cui mansioni rischiano di essere ridotte o sostituite. In pratica, chi teme di perdere il proprio posto avrebbe il potere di impedire all’impresa di innovare..

Prossimamente, l’azienda e sindacato torneranno a negoziare. Potranno trovare un compromesso su salari, premi, pensionamenti e garanzie occupazionali. Ma su un punto la distinzione dovrebbe restare netta: si possono negoziare le conseguenze del cambiamento, non trasformare il cambiamento in una concessione corporativa.

Atlas potrà funzionare oppure fallire. Deve poter essere la realtà a giudicarlo.

Il futuro non è un posto di lavoro da assegnare per contratto. È il risultato di tentativi, investimenti e scelte che nessun sindacato, governo o comitato può conoscere in anticipo. Fermarlo per conservare le occupazioni di oggi significa sacrificare la libertà, la produttività e i lavori di domani alle paure del presente.

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