Da Socrate agli algoritmi: la libertà di parola sotto processo

X vuole rendere visibili le richieste di censura dei governi. Da Atene al mondo digitale, ritorna una domanda antica: chi decide quali idee siano troppo pericolose?

di Sandro Scoppa

Nel 399 avanti Cristo Atene condannò a morte Socrate. La città che aveva dato vita a una delle più straordinarie esperienze politiche dell’antichità decise che un uomo poteva rappresentare un pericolo per la comunità a causa delle sue idee. L’accusa parlava di empietà e corruzione dei giovani. Dietro quelle formule si nascondeva una questione che attraversa i secoli: può il potere stabilire quali parole siano troppo pericolose per essere lasciate circolare?

Ventiquattro secoli dopo la cicuta è scomparsa, la domanda no.

Elon Musk ha annunciato che X renderà più visibili le restrizioni sui contenuti richieste dai governi. Gli utenti dovrebbero poter sapere quando un’autorità pubblica interviene per ottenere la rimozione di un messaggio o limitarne la diffusione e, quando possibile, conoscere chi lo abbia chiesto e su quale base giuridica.

Non è una questione astratta. Nel codice reso pubblico dal social è comparso un filtro collegato alle elezioni brasiliane del 2026, mentre dall’India è arrivato l’avvertimento che la piattaforma dovrà comunque rispettare la legislazione nazionale. La libertà di espressione si gioca ormai anche nel rapporto, spesso invisibile, fra governi e piattaforme.

Un gruppo di persone osserva un'installazione olografica luminosa con la scritta "Global Censorship Exposed" davanti al Partenone di Atene.

Naturalmente un ordine contro un contenuto illecito non equivale alla condanna di Socrate. Diffamazione, minacce e istigazione alla violenza appartengono a un altro terreno. Il problema nasce quando l’area dell’illecito tende ad allargarsi fino a comprendere ciò che viene definito falso, nocivo, disinformativo o socialmente indesiderabile. Categorie tanto elastiche da poter trasformare facilmente il contrasto dell’illecito nel controllo delle opinioni.

È qui che il filosofo greco torna contemporaneo. Non comandava eserciti e non guidava rivolte. Parlava, interrogava, costringeva i suoi interlocutori a dubitare delle proprie certezze. Il suo metodo era fastidioso perché sottraeva le idee all’autorità e le affidava alla discussione.

Oggi una frase può raggiungere milioni di persone in pochi minuti. Questa potenza ha alimentato la richiesta di controlli sempre più penetranti. Ma dalla capacità delle nuove tecnologie di diffondere rapidamente un errore non deriva il diritto dello Stato di stabilire preventivamente la verità.

È la vecchia tentazione paternalista: poiché qualcuno potrebbe essere ingannato, qualcun altro deve decidere quali informazioni possa ricevere. L’individuo viene così considerato incapace di giudicare, confrontare e persino sbagliare.

La tradizione liberale parte dalla premessa opposta. Nessun governante possiede un accesso privilegiato alla verità e nessuna istituzione è immune dall’errore. Anzi, l’errore del potere è particolarmente pericoloso perché dispone della forza della legge.

John Stuart Mill avrebbe espresso molti secoli dopo il principio essenziale: mettere a tacere un’opinione significa presumere la propria infallibilità. Socrate lo aveva già dimostrato con la propria vita. Una maggioranza può votare, un tribunale può giudicare e una città può credere di difendersi, commettendo tuttavia un errore irreparabile.

Per questo la scelta di rendere visibili le richieste dei governi merita attenzione indipendentemente dal giudizio su Musk. La trasparenza non rende illegittimo ogni intervento pubblico, ma costringe il potere ad assumersene la responsabilità. Se uno Stato ritiene che una frase debba scomparire, dovrebbe almeno spiegare pubblicamente chi lo ha deciso e perché.

La libertà di parola non è il diritto ad avere ragione. È soprattutto il diritto di sostenere idee sbagliate, sgradevoli e minoritarie. Le opinioni condivise dalla maggioranza non hanno bisogno di essere protette.

Sono trascorsi ventiquattro secoli dal processo a Socrate. Abbiamo costituzioni, dichiarazioni dei diritti e piattaforme capaci di collegare il mondo intero. Eppure rimane la stessa alternativa: affidare al potere la scelta delle idee che possiamo ascoltare oppure lasciare agli individui la libertà di giudicarle.

La tecnologia cambia. La tentazione del potere molto meno.

Una folla di persone circonda un grande blocco di pietra su cui è incisa una riflessione sulla libertà di parola.

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