L’industria europea e il futuro che nessuno conosce
L’Europa cerca di rilanciare l’industria con piani, requisiti e settori strategici. Il nodo economico precede però ogni scelta politica: nessuno conosce oggi quali produzioni e tecnologie saranno davvero richieste domani
di Sandro Scoppa
A Bruxelles si discute di come rilanciare l’industria europea. Al Consiglio Competitività del 24 settembre sono arrivati sul tavolo il Chips Act 2.0, l’Industrial Accelerator Act, il Fondo europeo per la competitività e un possibile Piano d’azione per gli elettrodomestici, promosso da Italia, Francia, Germania, Polonia, Spagna e Slovacchia. Cambiano i settori e gli strumenti, resta una domanda: fino a che punto un’autorità pubblica può conoscere in anticipo dove sia più produttivo indirizzare capitale, lavoro e tecnologia?
L’Industrial Accelerator Act rende la questione particolarmente evidente. La proposta della Commissione punta a rafforzare la produzione europea introducendo criteri “Made in EU” e a basse emissioni negli appalti e nei regimi di sostegno pubblico in comparti considerati strategici, tra cui acciaio, cemento, alluminio, automotive e tecnologie net-zero. Non si tratta soltanto di favorire determinate produzioni: la stessa impostazione tende a tradursi in un obiettivo quantitativo, poiché la Commissione indica come traguardo l’aumento della quota della manifattura dal 14,3 per cento del Pil europeo del 2024 al 20 per cento entro il 2035. In altre parole, non si vuole soltanto creare condizioni più favorevoli all’industria, ma orientare anche la composizione futura dell’economia europea.

L’obiettivo è ridurre le dipendenze esterne, rafforzare le catene di approvvigionamento e sostenere la capacità produttiva del continente. Il problema economico nasce quando dalla diagnosi si passa alla scelta degli impieghi da favorire. Il futuro, infatti, non è un dato già disponibile: nessuno conosce oggi le preferenze dei consumatori di domani, le innovazioni che abbatteranno i costi, le tecnologie che si affermeranno o quelle destinate a essere superate. Né è possibile sapere in anticipo quali imprese utilizzeranno meglio il capitale e quali investimenti si riveleranno invece errori. L’incertezza non è un accidente dell’attività economica: è la condizione stessa nella quale ogni decisione viene presa. L’imprenditore affronta questa incertezza anticipando risorse proprie. Compra, assume, investe e produce sulla base di una previsione. Se i consumatori riconoscono valore al risultato, ottiene un profitto; se la previsione era sbagliata, subisce una perdita. Profitto e perdita non eliminano l’errore, ma lo rendono visibile e costringono a correggerlo. Il mercato non richiede che qualcuno conosca il futuro: permette a molti di formulare ipotesi diverse e verificarle.
Il meccanismo cambia quando l’autorità seleziona un settore, incentiva una tecnologia o crea una domanda attraverso appalti e sussidi. In quel momento una parte delle risorse non viene più indirizzata soltanto dalle aspettative degli imprenditori e dalle successive scelte dei consumatori, ma anche da una decisione politica. Le ragioni possono essere la sicurezza o l’autonomia strategica, ma il costo economico rimane: capitale, lavoro e risorse destinati a un impiego vengono necessariamente sottratti ad altri possibili utilizzi. È il costo che più facilmente scompare. Un impianto salvato, un investimento agevolato o una filiera sostenuta sono visibili. Non lo sono le attività che non nascono perché quelle stesse risorse sono state assorbite da altri impieghi. Il problema aumenta quando la scelta pubblica protegge a lungo un investimento dai segnali che, senza sostegno, avrebbero imposto una revisione.
Il caso degli elettrodomestici è istruttivo. I sei governi promotori chiedono un Piano europeo per rafforzare competitività e capacità produttiva del settore. Il governo italiano ha collegato l’iniziativa anche alla tutela degli stabilimenti e dell’occupazione. Resta però aperta la questione: come stabilire quanta capacità produttiva debba essere mantenuta, con quali tecnologie e a quale costo rispetto agli impieghi alternativi delle stesse risorse? Nemmeno l’espressione “settore strategico” risolve il problema. Un comparto può essere importante oggi e persino essenziale sotto il profilo della sicurezza. Da ciò non discende che sia possibile conoscere quale dimensione dovrà avere fra dieci anni o quali imprese debbano ricevere capitale nel frattempo. La strategia può definire priorità politiche; non può trasformare l’incertezza in conoscenza.
Per questo la competitività non dipende soltanto dalla quantità di risorse che un governo riesce a mobilitare. Dipende anche dall’ambiente nel quale milioni di decisioni vengono prese: costo dell’energia, imposizione, tempi amministrativi, stabilità delle regole, accesso ai capitali, libertà contrattuale, concorrenza. Intervenire su queste condizioni modifica gli incentivi per tutti senza pretendere di sapere in anticipo chi avrà ragione. È questa la distinzione decisiva. Un piano sceglie una direzione; un mercato consente di scoprirla attraverso tentativi concorrenti. Nel primo caso l’errore può essere finanziato più a lungo perché è incorporato nella decisione pubblica. Nel secondo resta possibile, ma viene sottoposto continuamente al giudizio di chi compra, investe e rischia. Bruxelles può fissare obiettivi e condizioni e destinare risorse per ridurre dipendenze considerate pericolose. Non può però disporre oggi dell’informazione che nascerà soltanto dalle decisioni di domani. Il punto non è scegliere tra piano e assenza di regole. È riconoscere che nessuna politica industriale può abolire il problema fondamentale dell’economia: il futuro deve ancora essere scoperto.
