Il grande equivoco del Pnrr: spendere non è crescere

Dai 194 miliardi promessi al ristagno reale: quando l’intervento pubblico sostituisce il mercato, la crescita si spegne
di Sandro Scoppa
C’è un equivoco che attraversa l’intero dibattito sul Piano nazionale di ripresa e resilienza: l’idea che la spesa pubblica, di per sé, coincida con lo sviluppo. È un errore antico, ma nel caso italiano assume una dimensione quasi paradigmatica. Il Pnrr – 194 miliardi di euro tra trasferimenti e prestiti – avrebbe dovuto rappresentare la grande occasione per riattivare un sistema economico fermo da decenni. E invece rischia di diventare la prova definitiva del contrario: che senza libertà economica, senza incentivi corretti e senza responsabilità diffusa, neppure una massa enorme di risorse riesce a generare crescita.
L’analisi pubblicata dal Corriere della Sera – Economia mostra con chiarezza un punto: il problema italiano non nasce con il Pnrr, ma il Pnrr non lo ha risolto. La crescita del reddito pro capite, già stagnante da oltre vent’anni (appena lo 0,2% medio annuo dal 2005), non ha subito alcuna accelerazione significativa. La produttività continua a divergere rispetto agli altri Paesi avanzati. E, soprattutto, la struttura stessa dell’economia resta imbrigliata in un sistema in cui la decisione pubblica sostituisce, invece di accompagnare, quella privata.
I sei risultati mancati individuati nel rapporto Assonime-Openpolis non sono anomalie tecniche: sono la conseguenza diretta di un’impostazione. L’idea che si possa progettare dall’alto l’allocazione delle risorse e ottenere automaticamente risultati efficienti. Così, i vincoli sull’occupazione di giovani e donne vengono aggirati; le riforme vengono continuamente riscritte; gli investimenti vengono riallocati secondo logiche contingenti; la formazione diventa un adempimento burocratico; gli istituti tecnici restano marginali nonostante i finanziamenti; la digitalizzazione della giustizia si traduce in sistemi che non dialogano tra loro.
Non è un problema di quantità, ma di natura della conoscenza. Le decisioni economiche efficaci nascono da informazioni disperse, locali, spesso tacite, che nessuna amministrazione può raccogliere e coordinare in tempo reale. Quando si tenta di sostituire questo processo con un disegno centralizzato, il risultato non è maggiore efficienza, ma rigidità. Non coordinamento, ma disallineamento.
Il caso del programma Gol è emblematico: milioni investiti per formare lavoratori senza poter misurare realmente competenze e risultati. Oppure quello della giustizia digitale: formalmente completata, sostanzialmente inefficiente, con un aumento dei procedimenti civili pendenti. Qui non si tratta di errori esecutivi, ma di una contraddizione strutturale: si pretende di governare processi complessi con strumenti amministrativi standardizzati.
Nel frattempo, il peso dello Stato sull’economia cresce. Tra il 2023 e il 2025, l’Italia è tra i Paesi europei con il maggiore aumento delle entrate pubbliche in rapporto al Pil. Quando oltre metà della ricchezza nazionale è intermediata dal settore pubblico, l’effetto non è stabilizzazione, ma compressione dell’iniziativa privata. Le imprese non investono sulla base delle opportunità, ma delle norme. I cittadini non pianificano il futuro, ma reagiscono agli incentivi temporanei.
Il confronto internazionale è istruttivo. Paesi come Portogallo e Grecia, pur partendo da condizioni più difficili, hanno ridotto significativamente il rapporto debito/Pil. Non attraverso nuove ondate di spesa, ma attraverso un progressivo riequilibrio che ha lasciato maggiore spazio all’attività economica autonoma. È qui che emerge il vero fallimento del Pnrr: non aver attivato il capitale privato, ma averlo ulteriormente subordinato.
Il punto decisivo è questo: la crescita non è un risultato che si può decretare. È l’effetto di milioni di decisioni individuali, coordinate attraverso prezzi, concorrenza e aspettative. Quando questo processo viene sostituito da un sistema di allocazione politica delle risorse, si produce inevitabilmente un’illusione di attività senza reale progresso.
L’Italia non soffre di mancanza di fondi. Soffre di un eccesso di mediazione pubblica che trasforma ogni problema in un programma e ogni programma in un procedimento. Il Pnrr avrebbe potuto essere l’occasione per invertire questa logica, riducendo vincoli, semplificando regole, restituendo spazio alla decisione individuale. È stato invece utilizzato per rafforzarla.
Ecco perché la crescita resta ferma. Non per carenza di intervento, ma per la sua natura. Finché si continuerà a confondere la spesa con lo sviluppo, l’investimento pubblico con la creazione di valore, il coordinamento amministrativo con l’ordine economico, ogni piano straordinario sarà destinato a produrre risultati ordinariamente deludenti.

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