Senza paura, ma nemmeno senza regole: l’integrazione non è un ideale astratto

Timori legittimi, ma la politica ha il dovere di governare, non di esasperare. Lingua, casa, regole chiare, percorsi stabili. L’ordine nasce da ciò che si organizza, non da ciò che si vieta

di Sandro Scoppa

Quando nell’inverno del 431 a.C. Pericle teneva l’orazione funebre riportata da Tucidide, Atene viveva il primo anno della guerra del Peloponneso. La città aveva paura, la peste incombeva, gli avversari premevano ai confini. Eppure, lo stratega non sceglieva la via della chiusura. Ricordava che «la nostra città è aperta al mondo, e noi non cacciamo lo straniero», una polis che non respinge chi arriva e non teme che altri osservino le sue istituzioni. Il suo messaggio era limpido: la forza di una comunità non dipende dai muri che innalza, ma dalla fiducia che conserva in sé stessa. Una democrazia sicura non reagisce alle difficoltà serrando i cancelli; li lascia aperti, perché sa di poter sostenere l’incontro.

L’Italia di oggi fatica a riconoscere quella lezione. Mentre invecchia e si svuota, continua a percepire lo straniero come un rischio; mentre perde giovani, energie e competenze, diffida proprio delle fasce d’età che più potrebbero ridarle equilibrio. Non è prudenza: è insicurezza. Lo stratega ateniese parlava in tempi incomparabilmente più duri dei nostri, eppure difendeva l’apertura; noi, in una fase molto più protetta, cediamo alla tentazione opposta.

Proprio questa distanza tra ciò che la storia insegna e ciò che la realtà italiana mostra emerge con chiarezza dal confronto pubblicato alcuni giorni orsono dal Corriere della Sera, che ha riunito tre studiosi — Stefano Allievi, sociologo; Aldo Barba, economista; Roberto Volpi, demografo — per restituire un quadro realistico del fenomeno migratorio. La loro presenza congiunta non era casuale: l’immigrazione non è una questione morale, né un tema di ordine pubblico isolato. È l’incrocio fra tre fragilità strutturali — la paura sociale, il bisogno economico e il collasso demografico — e parlarne ignorando questo intreccio significa non capire il problema.

I numeri sono inequivocabili. Negli ultimi tre anni, nel nostro Paese, i decessi hanno superato le nascite di quasi un milione di unità. È un saldo naturale che non ha paragoni nell’Occidente contemporaneo. Eppure, nello stesso periodo, la popolazione è calata di appena centomila persone: ciò che impedisce un tracollo demografico sono gli arrivi dall’estero, circa ottocentomila individui. Tale dato, che dovrebbe essere al centro del dibattito, viene invece oscurato dalla retorica dell’invasione. Ci si indigna per l’afflusso, ma ci si rifiuta di vedere che è l’unico elemento che tiene la penisola italiana in equilibrio.

La diffidenza verso chi arriva non nasce dallo straniero, ha piuttosto radici nelle criticità interne: salari fermi, crescita asfittica, opportunità che si assottigliano. È in questa stagnazione che ogni ingresso appare come un temibile concorrente. Ma è una percezione distorta. I nuovi arrivati appartengono perlopiù alla fascia 16–40 anni, ossia a quella che in Italia si riduce ogni anno. Non si tratta di un’“invasione”: si tratta del prelievo di energia giovane che la nostra società non riesce più a produrre autonomamente.

La storia — quella che amiamo citare quando fa comodo, e ignoriamo quando ci mette in difficoltà — ci ricorda che la mobilità è la norma, non l’eccezione. Dante, ad esempio, nel primo canto del Purgatorio, affida a Virgilio un messaggio che attraversa i secoli: l’uomo “libertà va cercando”. È un impulso inscritto nella nostra natura, non un capriccio. Torquato Tasso, a sua volta, nella Gerusalemme liberata, nel celebre episodio di Erminia, mostra una comunità pastorale che non respinge lo straniero: lo accoglie senza indagini, senza sospetti, riconoscendo nell’altro un essere umano prima che un problema. Ludovico Ariosto, poi, nell’Orlando Furioso, dipinge un mondo in cui i confini non sono ostacoli ma linee da attraversare: cavalieri che viaggiano per mari e deserti, Astolfo che vola sulla Luna, Orlando che vaga oltre ogni limite. La mobilità, per il poeta ferrarese, è sinonimo di vita.

La nostra tradizione esalta il movimento, laddove il Paese reale continua a rifugiarsi nella retorica delle barriere. L’assenza di canali regolari alimenta l’irregolarità, la chiusura degli ingressi ufficiali rafforza i trafficanti e la burocrazia finisce per spingere chi vuole lavorare verso percorsi opachi. Così la normativa genera ciò che vorrebbe evitare: un sistema che produce clandestinità invece di ridurla. Non è una questione morale, ma un errore di logica.

E mentre concentriamo l’attenzione su chi arriva, ignoriamo il movimento opposto. Dal 2014 un milione di italiani ha lasciato la penisola: quasi 400 mila fra i 25 e i 34 anni, spesso laureati. Nel solo 2024, 440 mila iscrizioni dall’estero hanno compensato 200 mila espatri. Questa fuga di talenti, lavoratori qualificati e nuove famiglie è un’emorragia silenziosa che pesa più degli arrivi che tanto spaventano. Temere chi entra e non preoccuparsi di chi se ne va significa osservare il mondo con un solo occhio.

Il confronto del giornale milanese mostra anche un’altra evidenza che raramente trova spazio nella polemica quotidiana: le regioni che accolgono più stranieri — Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna — sono anche quelle che trainano l’economia nazionale. Non perché siano più “aperte”, ma perché sono più dinamiche. Dove c’è lavoro, arriva lavoro. Dove c’è immobilità, cresce la paura. L’economia, molto più della politica, racconta sempre la verità.

La paura — lo ripetono gli studiosi — va compresa, non alimentata. Le persone hanno timori legittimi, ma la politica ha il dovere di governare, non di esasperare. Lingua, casa, regole chiare, percorsi stabili: l’integrazione non è un ideale astratto, è una pratica amministrativa. L’ordine nasce da ciò che si organizza, non da ciò che si vieta.

Il mondo si muove. L’Italia invecchia. E la storia — da Pericle a Dante, da Tasso ad Ariosto — ci ricorda che non sono i flussi a minacciare una comunità. È quest’ultima che si indebolisce nel momento in cui teme l’incontro, confonde l’immobilità con la protezione e sceglie di nascondersi dietro paure costruite invece di governare. Una società viva non chiude le porte, non ha paura di chi arriva e, proprio per questo, non lascia in ombra il proprio futuro.

* Pubblicato su Atlantico Quotidiano

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