Lo Stato, un rapace sui compensi dei professionisti

I pagamenti della Pa potranno essere intercettati dall’Erario: chi ha lavorato rischia di vedere il proprio compenso trasformato in preda fiscale.

di Sandro Scoppa

Dal 15 giugno il rapporto tra professionisti e pubblica amministrazione cambia in modo tutt’altro che marginale. Chi ha lavorato per un ente pubblico e attende il pagamento del proprio compenso non sarà considerato anzitutto un creditore da soddisfare, ma un possibile debitore da controllare. Se a suo carico risultano cartelle di pagamento o accertamenti esecutivi per almeno cinquemila euro, la somma dovuta potrà essere versata direttamente all’agente della riscossione, fino a concorrenza del debito. Al professionista resterà soltanto l’eventuale eccedenza.

La soglia dei cinquemila euro, reintrodotta dal decreto fiscale, attenua la versione originaria della norma, che prevedeva controlli per debiti di qualunque importo. Ma non cambia la sostanza. Il problema non è soltanto quanto si deve allo Stato. È piuttosto che lo Stato, se è obbligato a pagare, utilizza il proprio debito come occasione per riscuotere.

È una logica rovesciata. La pubblica amministrazione, quando è debitrice, conosce l’arte del rinvio: procedure, verifiche, capitoli di bilancio, piattaforme, uffici, tempi tecnici, controlli interni. Quando però deve incassare, diventa improvvisamente rapida, automatica, inflessibile. È lenta quando deve dare, fulminea quando deve prendere.

Per la generalità dei beneficiari esiste già l’obbligo, previsto dall’articolo 48-bis del Dpr 602/1973, di verificare prima dei pagamenti superiori a cinquemila euro se il destinatario sia inadempiente verso l’Erario. In quel caso, l’amministrazione sospende il pagamento e l’agente della riscossione può procedere con il pignoramento presso terzi. Per i professionisti, invece, il meccanismo diventa più duro: non vi è solo sospensione, ma versamento diretto delle somme all’erario. Il compenso viene intercettato prima ancora di arrivare nelle mani di chi lo ha guadagnato.

Qui emerge l’aspetto più insidioso della misura. Il compenso professionale non viene trattato come il frutto di una prestazione resa, bensì come una provvista disponibile per l’apparato fiscale. Il professionista ha lavorato, ha assunto responsabilità, ha impegnato tempo, competenze, studio e organizzazione. Eppure, nel momento dell’incasso, lo Stato si mette davanti a lui e decide se quel denaro debba essergli corrisposto oppure essere trattenuto per soddisfare una propria pretesa.

La misura è grave perché opera sulla base di una verifica telematica dell’inadempimento. Se il debito è inesistente, prescritto, sospeso, già contestato, mal calcolato o comunque non dovuto, il professionista rischia di scoprirlo troppo tardi. Prima subisce la decurtazione del compenso, poi potrà eventualmente attivarsi per far valere le proprie ragioni. È il vecchio schema del “paga e poi discuti” che ritorna con un lessico amministrativo più moderno.

Il “solve et repete” fu dichiarato incostituzionale decenni fa perché costringeva il contribuente a pagare prima di potersi difendere pienamente. Oggi quel principio non viene riproposto con la stessa formula, ma ne riemerge l’anima: l’Erario si soddisfa subito, il cittadino si difende dopo. Cambiano il linguaggio, la procedura, la veste tecnologica. Il risultato pratico resta lo stesso: il privato perde liquidità prima di avere una tutela effettiva.

Ancora più discutibile è l’applicazione ai pagamenti effettuati dal 15 giugno anche quando riguardino prestazioni rese in precedenza. Il creditore può avere svolto l’attività mesi prima, maturando un credito già sorto. Tuttavia, al momento dell’incasso, esso viene sottoposto alla nuova disciplina. La prestazione appartiene al passato, ma la stretta colpisce il pagamento futuro. È un modo sottile per incidere su rapporti già eseguiti, alterando le aspettative economiche di chi ha lavorato confidando nel pagamento.

La questione diventa ancora più delicata per gli incarichi legati alla giustizia e al patrocinio a spese dello Stato. In questi casi il professionista spesso opera in condizioni già sfavorevoli: compensi non sempre adeguati, tempi lunghi, procedure complesse, liquidazioni differite. Prima lo Stato chiede prestazioni necessarie al funzionamento del sistema. Poi paga con ritardo. Infine, quando dovrebbe adempiere, può trattenere il compenso per soddisfare un proprio credito fiscale. È difficile immaginare una rappresentazione più plastica dello squilibrio tra apparato pubblico e lavoro autonomo.

La giustificazione sarà sempre la stessa: recuperare somme dovute, contrastare l’evasione, garantire l’interesse pubblico. Ma queste formule non possono diventare il lasciapassare permanente per qualsiasi compressione della proprietà privata e del diritto al compenso. L’apparato statale dispone già di strumenti vastissimi: accertamenti, ruoli, cartelle, pignoramenti, fermi, ipoteche, procedure esecutive. Il problema italiano non è la mancanza di poteri pubblici. È il loro eccesso.

La soluzione preventiva, di fatto, diventa la rateizzazione. Tuttavia, anche questa è una conferma del problema, non la sua soluzione. Per evitare che il compenso venga intercettato, il professionista può essere spinto a chiedere una dilazione anche su carichi che ritiene illegittimi. In questo modo, per poter incassare ciò che gli è dovuto, finisce per piegarsi alla pretesa fiscale. Deve accettare una posizione debitoria, almeno nei fatti, pur di non restare senza liquidità.

La misura rivela una concezione proprietaria dello Stato sulle risorse dei cittadini. Il denaro privato è considerato sempre provvisoriamente privato, esposto alla verifica, disponibile per l’intervento pubblico. Il pagamento non è più l’adempimento di un debito, è invece una concessione subordinata alla regolarità fiscale.

Questo rovescia il principio fondamentale di una società libera: chi lavora deve essere pagato. Se vi sono debiti certi, liquidi, esigibili e legittimi, lo Stato può agire con gli strumenti ordinari, nel rispetto delle garanzie e non dovrebbe usare la propria posizione di debitore per trasformarsi in esattore privilegiato. Il rapporto tra pubblica amministrazione e professionista non può diventare un varco attraverso cui l’Erario entra direttamente nel compenso altrui.

La stretta sui pagamenti della pubblica amministrazione non è un dettaglio burocratico. È un segnale politico: per l’apparato, il cittadino resta sempre un debitore potenziale e mai pienamente titolare dei propri diritti patrimoniali. Il lavoro professionale può essere intercettato prima ancora di essere remunerato. E lo Stato, quando deve pagare, non rinuncia mai alla tentazione di prendere.

Il compenso professionale non è una riserva di cassa dell’Erario, né una concessione dell’amministrazione. Neppure è un premio revocabile per buona condotta fiscale. È proprietà di chi ha lavorato. Quando lo Stato dimentica questa verità elementare, non sta semplicemente riscuotendo: sta imponendo una pedagogia della sudditanza.

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