Referendum, perché l’azione senza idee è solo più cieca
Senza teoria non esiste decisione consapevole: il voto sulla giustizia rivela una politica senza progetto, incapace di orientare anche quando mobilita consenso
di Sandro Scoppa*
Il risultato del referendum sulla giustizia — con la prevalenza del “No” e una partecipazione tutt’altro che marginale — non segnala affatto una crisi della disponibilità al voto. Mostra piuttosto qualcosa di diverso e, per molti aspetti, di più grave: la difficoltà della politica italiana a trasformare il consenso in una scelta consapevole, inserita dentro una visione complessiva delle istituzioni, del potere e dei loro limiti. Non è mancata la partecipazione. È mancata la direzione. E quando essa manca, anche un voto numericamente forte rischia di restare politicamente debole, perché non indica una strada, non chiarisce un modello, non costruisce un futuro.
È questo il punto che troppo spesso viene eluso nel dibattito pubblico contemporaneo. Si continua a pensare che la teoria appartenga al mondo degli studiosi, mentre la politica “vera” sarebbe quella che decide, interviene, amministra, corregge, media. Ma è una contrapposizione falsa. Non esiste decisione che non presupponga un’idea della realtà. Né esiste scelta istituzionale che non implichi una gerarchia di valori, una concezione dello Stato, una certa immagine del rapporto tra individuo e potere. In altri termini, non esiste azione senza teoria. Si può avere una teoria esplicita oppure una teoria implicita, confusa, incoerente. Nondimeno, non ci si muove mai nel vuoto.
Karl Popper lo ha spiegato chiaramente: ogni osservazione è guidata da ipotesi, ogni scelta si colloca dentro un quadro interpretativo. L’illusione di poter fare a meno della teoria non rende l’azione più concreta; la rende soltanto più cieca. E proprio qui si collocano, con forza ancora maggiore, le elaborazioni di Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek.
Il primo ha insistito per tutta la sua opera su un punto elementare ma spesso dimenticato: l’azione umana non è mai un riflesso meccanico, è invece un agire orientato da fini, valutazioni, giudizi di valore. Anche la politica, dunque, è sempre fondata su idee, anche quando finge di farne a meno. Quando un ceto dirigente rinuncia a esplicitare i propri presupposti non diventa più pragmatico; diviene semplicemente preda dell’improvvisazione, delle pressioni del momento, delle convenienze contingenti. L’assenza di teoria non produce realismo: produce subordinazione agli eventi.
Hayek, da parte sua, ha mostrato con straordinaria lucidità che le società complesse non possono essere governate razionalmente da chi presume di possedere tutta la conoscenza necessaria. La dispersione delle informazioni, la pluralità dei fini individuali e la natura frammentata dell’esperienza umana impongono prudenza verso ogni pretesa di costruzione politica priva di principi generali. Quando manca una teoria dei limiti del potere, il governo delle cose si trasforma facilmente in amministrazione dell’arbitrio. E quando difetta una visione dell’ordine istituzionale, restano soltanto misure sparse, slogan, interventi settoriali, aggiustamenti continui.
Ed è precisamente ciò che il referendum sulla giustizia ha portato alla luce. Si è trattava di una consultazione che toccava un nodo essenziale della convivenza civile: il rapporto tra magistratura, politica, garanzie e struttura dello Stato. Un tema che avrebbe richiesto un grande chiarimento culturale prima ancora che elettorale. Avrebbe richiesto una domanda di fondo: quale idea di giustizia vogliamo? Quale equilibrio tra poteri riteniamo compatibile con una società libera? Quale assetto istituzionale riduce l’arbitrio e rafforza la responsabilità? Nulla di tutto questo è diventato davvero centro del confronto pubblico.
Il voto si è così disperso in una pluralità di impulsi: opposizione politica, conservazione dell’esistente, diffidenza verso la riforma, incertezza sui quesiti, giudizio sul governo, timore del cambiamento. Il “No” ha vinto, ma senza trasformarsi in progetto. Ha prevalso, senza indicare un modello alternativo. È mancata, in sostanza, quella cornice di idee che sola avrebbe potuto rendere il referendum un momento di autentica scelta e non una semplice convergenza di reazioni.

Ed è qui che la responsabilità della politica diventa evidente. Il governo guidato da Giorgia Meloni non ha perso soltanto una battaglia referendaria. Ha mostrato, su un terreno decisivo, di non possedere un retroterra teorico comparabile a quello che, in altre stagioni, ha sorretto leadership capaci di orientare davvero il consenso. Margaret Thatcher non era soltanto una donna di governo: alle sue spalle vi era un solido impianto teorico, alimentato dalle riflessioni di Hayek e da una visione coerente del rapporto tra Stato e libertà individuale. Ronald Reagan, allo stesso modo, non si limitava a proporre misure: si muoveva entro una cornice riconoscibile, segnata anche dall’influenza delle idee dello stesso scienziato viennese e degli altri pensatori della medesima scuola e di Milton Friedman, capaci di rendere comprensibili anche scelte difficili. Oggi Javier Milei, studioso e interprete della tradizione austriaca, con tutti gli elementi di radicalità e di rottura che lo caratterizzano, mostra a sua volta quanto conti la forza di un impianto teorico: non una politica fatta di interventi isolati, ma una politica che si presenta come sviluppo coerente di una visione.
È ciò che manca oggi in Italia. E senza questo, anche una riforma potenzialmente importante resta sospesa, non convince, non mobilita in modo ordinato, non costruisce un campo di senso attorno a sé. La politica si illude di poter sostituire le idee con la comunicazione, il progetto con la tattica, la cultura con il posizionamento. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: anche quando chiama gli elettori a pronunciarsi su temi essenziali, non riesce a offrire loro una chiave interpretativa sufficientemente forte da trasformare il voto in una scelta chiara.
Una società che smarrisce il ruolo delle idee finisce inevitabilmente per essere guidata da quelle peggiori, spesso non riconosciute come tali. E quando mancano principi generali capaci di orientare l’azione, il potere tende a muoversi in modo contingente e incoerente, rincorrendo problemi che esso stesso contribuisce ad aggravare. Il punto, allora, diventa evidente: la teoria non è un lusso né un esercizio astratto, è piuttosto la condizione stessa che rende l’azione politica comprensibile, valutabile e, soprattutto, correggibile.
Per questo il referendum sulla giustizia non deve essere letto soltanto come una bocciatura o come un episodio del conflitto tra maggioranza e opposizione. È qualcosa di più. È il sintomo di una politica che ha reciso il legame con il pensiero, che pretende di guidare senza spiegare, di riformare senza convincere, di ottenere consenso senza prima costruire un terreno culturale condiviso. Una politica di questo tipo può anche sopravvivere nel breve periodo, può persino vincere alcune battaglie, ma non lascia nulla di duraturo, perché non educa, non orienta, non forma.
La verità è che i grandi passaggi politici non si vincono soltanto con le maggioranze parlamentari, con gli apparati o con le campagne mediatiche. Si affermano quando alle spalle vi sono idee capaci di dare unità alle scelte, di collegare i singoli provvedimenti a una visione, di trasformare il consenso in adesione consapevole. Quando questo accade, anche le decisioni più difficili diventano comprensibili, e quindi sostenibili. Al contrario, se questo manca, ogni scelta resta isolata, esposta a interpretazioni divergenti, incapace di consolidarsi. Il referendum, dunque, non ha soltanto fermato una riforma. Ha reso visibile una debolezza più profonda: l’assenza di un progetto all’altezza delle sfide istituzionali. E senza un progetto di questo tipo, senza il coraggio di rimettere al centro le idee, la teoria, la visione, anche il voto più partecipato resta un gesto privo di orientamento. Perché si può anche governare senza teoria, per un certo tempo. Ma senza teoria non si costruisce nulla che possa davvero durare.
* Pubblicato su Atlantico Quotidiano

