Keynes, il santo protettore dello Stato spendaccione

L’articolo di Javier Milei su Clarín non è una disputa accademica: è un’accusa alla teoria che ha dato alla politica moderna l’alibi per spendere, indebitare e chiamare “cura” l’espansione pubblica.

di Sandro Scoppa

Javier Milei non ha scritto un ricordo di John Maynard Keynes, nell’ottantesimo anniversario della morte, ma un atto d’accusa. Nell’articolo da poco pubblicato su Clarín, dal titolo: “John Maynard Keynes: el sicario de la política”, il presidente argentino prende di mira non solo l’economista più influente del Novecento, ma soprattutto l’uso politico della sua opera. Il bersaglio è la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicata nel 1936: il libro che ha fornito ai governi una giustificazione elegante per ciò che la politica desidera fare da sempre: spendere, indebitarsi, intervenire.

Milei apre con parole durissime. Keynes, scrive, è stato «uno degli economisti più famosi della storia», ma la sua opera più citata sarebbe anche, a suo giudizio, una delle meno lette. La definisce infatti «un pamphlet economico di pessima qualità», scritto a favore di politici «ladri, messianici e corrotti». È una formula brutale, ma il punto politico è chiaro: il keynesismo avrebbe trasformato l’intervento pubblico in virtù, il deficit in strumento ordinario e la spesa statale in apparente motore della prosperità.

Il passaggio più interessante è la ricostruzione teorica. Prima del pensatore britannico, osserva ancora il fondatore de La Libertad Avanza, una parte importante dell’analisi economica vedeva nel tasso d’interesse il segnale che coordinava risparmio e investimento nel tempo, secondo l’impostazione riconducibile all’economista svedese Knut Wicksell. In quel quadro il tasso d’interesse reale non era il prezzo del denaro, bensì il prezzo relativo tra beni presenti e beni futuri. Il risparmio non era domanda sottratta all’economia: era consumo futuro. L’investimento non era una leva nelle mani del governo: era il modo con cui gli imprenditori coordinano la produzione nel tempo.

Qui sta il cuore della critica. Il tempo è la dimensione decisiva dell’economia. Chi risparmia rinuncia a consumare oggi per poter consumare domani. Chi investe impiega risorse presenti per produrre beni futuri. Il tasso d’interesse coordina queste decisioni disperse. Quando la politica lo manipola, non crea ricchezza: altera segnali, induce errori, incoraggia investimenti non sostenibili e scarica i costi su moneta, prezzi e debito.

Secondo il premier argentino, Keynes ha distrutto proprio questo ordine intertemporale. Il consumo viene ricondotto al reddito, l’investimento agli “animal spirits”, cioè agli impulsi psicologici e alle aspettative mutevoli degli imprenditori, il tasso d’interesse al mercato monetario. Così l’economia non appare più come un processo di coordinamento tra milioni di scelte individuali, ma come un aggregato governabile dall’alto. Milei parla di «mano distruttrice di Keynes» e sostiene che la sua Teoria generale abbia cancellato il tempo, la teoria soggettiva del valore e il ruolo ordinatore del risparmio.

La conseguenza politica è enorme. Se il reddito può essere spinto dalla spesa autonoma, se la domanda aggregata diventa la variabile da sostenere, se l’investimento pubblico può sostituire quello privato, allora ogni governo dispone di una giustificazione pronta all’uso. Ogni crisi diventa occasione per aumentare la spesa. Del pari, i rallentamenti giustificano nuovo debito. Qualsiasi difficoltà sociale richiede un bonus, un fondo, un piano straordinario. La prudenza di bilancio viene descritta come insensibilità; il limite al potere come egoismo.

L’economista argentino coglie un aspetto essenziale: il keynesismo politico è più forte del Keynes storico. Non serve leggere davvero la Teoria generale per usarne il mito. Basta l’idea, ripetuta per decenni, che la spesa pubblica “faccia ripartire” l’economia. È una promessa irresistibile per i governi, perché offre benefici immediati e costi differiti. La politica incassa consenso oggi; il cittadino pagherà domani, con tasse, inflazione, debito e minore crescita.

L’Italia è un laboratorio perfetto di questa mentalità. Da noi ogni problema viene affrontato aggiungendo un intervento: sussidi, crediti d’imposta, fondi speciali, incentivi, piani nazionali, misure emergenziali. Lo Stato non arretra mai; cambia nome agli strumenti. La spesa viene chiamata investimento, il trasferimento tutela, il debito futuro. Ma la realtà non cambia: prima o poi qualcuno paga. Paga chi lavora, chi produce, chi risparmia, chi compra casa, chi affitta, chi assume, chi rischia capitale proprio.

Il punto non è solo economico, ma istituzionale. Un Paese può scegliere di fondarsi su proprietà, contratti, risparmio, moneta sana, responsabilità e concorrenza. Oppure può affidarsi alla discrezionalità pubblica, alla spesa permanente, alla dipendenza dal bilancio statale. Nel primo caso la ricchezza nasce dalla cooperazione volontaria. Nel secondo nasce l’illusione che un centro politico possa sostituire il giudizio di milioni di persone.

Milei usa toni estremi, ma costringe a rivedere una domanda rimossa: lo Stato che spende crea davvero ricchezza o redistribuisce risorse che prima ha sottratto, preso a prestito o svalutato? Se la ricchezza non nasce dal decreto, il compito della politica non è dirigere la domanda, è unicamente quello di togliere ostacoli all’offerta; non è moltiplicare bonus, ma ridurre vincoli; non è drogare il presente, ma rispettare il futuro.

La forza dell’articolo sta nel rovesciare l’immagine rassicurante del keynesismo come tecnica neutrale. Per il leader libertario argentino esso diventa la grammatica del potere: una lingua con cui la politica presenta l’espansione di sé stessa come salvezza collettiva. Deficit, moneta facile e spesa pubblica non sono più scelte da giustificare, ma ricette da applicare. Se poi arrivano inflazione, debito e stagnazione, la colpa viene scaricata su imprese, lavoratori, mercati, mai sul potere che ha alterato gli incentivi.

Per l’Italia la lezione è diretta. Un Paese con alto debito, bassa crescita, pressione fiscale e burocrazia soffocante non può curarsi con più Stato. La via d’uscita non è un nuovo moltiplicatore, è una nuova sobrietà del potere: meno spesa improduttiva, meno promesse, più libertà di produrre, investire, risparmiare, stipulare contratti e assumersi responsabilità.

Il vero scandalo non è che Milei attacchi Keynes con parole incendiarie, ma che, dopo quasi un secolo di politiche fondate sull’idea che la spesa pubblica possa sostituire la creazione reale di ricchezza, quella promessa continui a sedurre classi dirigenti e opinione pubblica. Il teorico di Cambridge è ancora vivo nei bilanci in deficit, nei bonus elettorali, nelle emergenze permanenti. Milei lo chiama sul banco degli imputati. E, al di là dei toni, il processo riguarda anche noi.

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