Dal rischio alla dipendenza: come si addomestica l’economia

Dalla promessa di sicurezza alla perdita di responsabilità: PNRR, imprese “strategiche” e intervento pubblico stanno trasformando l’iniziativa economica in un’attività amministrata, dove il rischio non scompare ma viene spostato, diluito e reso politicamente gestibile

di Sandro Scoppa

Negli ultimi anni la politica economica italiana ha assunto una direzione sempre più esplicita: ridurre l’incertezza non attraverso regole stabili e generali, ma attraverso interventi selettivi e correttivi continui. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il rafforzamento dei poteri speciali dello Stato sulle imprese considerate strategiche, la normalizzazione degli aiuti pubblici e delle garanzie implicite a settori ritenuti prioritari compongono un disegno coerente. Non si tratta più soltanto di accompagnare il mercato, quanto di condizionarne gli esiti, trasformando il rischio economico in una variabile amministrata.

In Azione umana, uno delle opere di maggiore respiro teorico, Ludwig von Mises ha spiegato perché questo approccio, pur presentato come pragmatico e necessario, produce effetti opposti a quelli dichiarati. L’incertezza non è un difetto dell’economia di mercato, è invece la condizione stessa dell’azione. Ogni decisione economica è una scommessa sul futuro, e il futuro non può essere garantito per decreto. Quando lo Stato interviene per “mettere in sicurezza” l’attività imprenditoriale, non elimina il rischio: lo sposta, lo diluisce, lo rende meno visibile e quindi meno governabile.

Il PNRR rappresenta l’esempio più evidente di siffatta trasformazione. Risorse ingenti vengono allocate secondo priorità definite politicamente, con l’obiettivo dichiarato di orientare investimenti, innovazione e riconversioni produttive. Ma la logica che presiede a queste scelte non è quella del calcolo imprenditoriale, è in realtà quella della programmazione amministrativa. Il successo dei progetti non viene valutato in base alla loro capacità di stare sul mercato nel tempo, bensì alla conformità a criteri, milestone e indicatori stabiliti a monte. In questo modo, l’attenzione dell’impresa si sposta dal consumatore al decisore pubblico, dal rischio economico al rischio regolatorio.

A ciò si affianca l’estensione del golden power, che consente allo Stato di intervenire su operazioni societarie, assetti proprietari e strategie industriali in nome dell’interesse nazionale. Anche qui la giustificazione è la tutela: evitare che settori sensibili siano esposti a rischi esterni o a scelte ritenute incoerenti con gli indirizzi politici del momento. Invero, l’effetto sistemico è un altro. Se l’impresa sa che determinate decisioni verranno comunque vagliate, corrette o condizionate dall’autorità pubblica, la responsabilità dell’esito si attenua. Il rischio non è più integralmente assunto da chi decide, è condiviso implicitamente con il potere politico.

Ancora Mises  ha chiarito che profitto e perdita non sono premi o punizioni morali, sono piuttosto strumenti cognitivi. Servono a indicare se una decisione ha impiegato risorse scarse in modo coerente con le preferenze altrui. Quando questo meccanismo viene attenuato da sussidi, garanzie pubbliche, salvataggi espliciti o impliciti, l’errore non viene corretto, è solo rinviato. Le imprese non falliscono perché sbagliano, crollano perché escono dal perimetro delle priorità pubbliche; allo stesso modo, sopravvivono non perché creano valore, ma perché restano allineate alle linee di intervento.

Il risultato è una trasformazione silenziosa e, nello stesso tempo, profonda del rapporto tra economia e politica. L’iniziativa privata non viene abolita, viene in sostanza incanalata. L’imprenditore non è più colui che interpreta segnali di mercato incerti, è colui che interpreta bandi, circolari e criteri di ammissibilità. Il rischio non scompare, viene invece trasferito sui contribuenti presenti e futuri, attraverso il debito pubblico e la fiscalità differita. L’apparente sicurezza prodotta dall’intervento statale genera così una fragilità strutturale, perché priva il sistema dei segnali che consentono di correggere gli errori prima che diventino sistemici.

Questa dinamica produce anche un effetto culturale spesso sottovalutato. Quando l’incertezza viene assorbita dall’intervento pubblico, cambia il modo stesso in cui gli attori economici percepiscono il futuro. Il tempo non è più uno spazio aperto di possibilità, è una sequenza di finestre amministrative. L’attesa non riguarda più l’evoluzione dei bisogni o delle tecnologie, ma la prossima tranche di finanziamento, la proroga di una misura, la rimodulazione di un piano. La prudenza non coincide più con la valutazione del rischio, si adegua in sostanza alla capacità di restare dentro il perimetro delle decisioni politiche.

È così che l’economia smette di essere un processo di scoperta e diventa un sistema di dipendenza regolata, in cui l’adattamento non avviene attraverso la correzione degli errori, ma attraverso l’adeguamento alle priorità pubbliche del momento. Ed è proprio questa perdita di autonomia decisionale, più ancora della spesa o del debito, il costo meno visibile ma più duraturo delle politiche che promettono sicurezza al posto della responsabilità. In definitiva, rileggere il capolavoro dello scienziato austriaco alla luce delle politiche italiane più recenti significa allora riconoscere che non esiste crescita senza esposizione al rischio e non esiste responsabilità senza la possibilità concreta di fallire. Una politica che promette di proteggere l’economia dall’incertezza finisce per proteggerla dalla realtà. E un’economia che non è più costretta a confrontarsi con la realtà smette, lentamente ma inesorabilmente, di produrre valore, sostituendo l’adattamento con la dipendenza e la scelta con l’attesa della prossima decisione pubblica.

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