Criptovalute, se le tasse viaggiano nel tempo
Le plusvalenze sulle criptovalute diventano terreno di conquista retroattiva: quando l’innovazione sfugge al controllo, lo Stato riscrive la storia per trasformare la libertà in materia imponibile
di Sandro Scoppa*
Nel 2018, chi investiva in Bitcoin non stava giocando in un casinò digitale. Stava sperimentando un ordine spontaneo fondato sulla responsabilità personale, sul rischio e su una tecnologia capace di sostituire istituzioni lente e costose. Era un gesto di autonomia radicale: costruire valore fuori dalle categorie tradizionali, senza chiedere autorizzazioni e attendere che la burocrazia concedesse un vocabolario adeguato.
Lo Stato rimase indietro, per ignoranza e inerzia. Ma quando quel mondo “non regolato” ha iniziato a produrre profitti, ha improvvisamente scoperto di possedere una competenza retroattiva. In tal senso, la recente sentenza della Corte di giustizia tributaria di Bergamo del 2 dicembre 2025 afferma infatti che le plusvalenze del 2018 devono essere tassate, benché all’epoca non esistesse alcuna disciplina specifica. È un principio sorprendente: non viene punita l’evasione, ma l’iniziativa. La colpa non è aver violato una regola, quanto aver agito senza che esistesse una disposizione.
Nel 2018 le amministrazioni pubbliche oscillavano tra definizioni incoerenti: valuta, strumento finanziario, bene digitale, attività speculativa. Nessuno sapeva cosa fossero le criptovalute, e nessuno aveva il coraggio di ammetterlo. Eppure, oggi, con disarmante sicurezza, si sostiene che fosse “prevedibile” l’imposizione. La responsabilità diventa preveggenza forzata: chi operava senza norme è oggi giudicato come se dovesse anticipare le decisioni future di uno Stato che, all’epoca, non sapeva neppure nominare ciò che ora pretende di tassare.
Questo modo di procedere non è un dettaglio fiscale: è una filosofia politica. In un sistema che diffida della libertà economica, il valore non nasce quando lo generi, ha origine quando l’autorità riesce a classificarti. Tutto ciò che accade prima viene percepito come minaccia: il rischio di un’economia che funziona senza supervisione, di persone che producono ricchezza senza chiedere permesso, di cooperazione sociale senza regista pubblico.

Per questo la retroattività è così preziosa per il potere. Serve non solo a raccogliere gettito, ma a riaffermare un primato: lo Stato arriva sempre dopo, E pretende di essere stato lì prima. È l’ultima trincea dell’autorità burocratica contro l’innovazione che non può controllare. Chi crea valore senza autorizzazione viene punito con un’imposta; chi fallisce senza autorizzazione, con l’indifferenza.
Dal 2026, poi, partirà una gigantesca infrastruttura di sorveglianza fiscale globale sulle criptovalute: dati automatici, scambi internazionali, adempimenti, sanzioni. Tutto presentato come trasparenza, cioè come un bene pubblico. Epperò, la trasparenza è sempre la versione presentabile del controllo. Non si tratta di reprimere il reato, bensì di prevenire la libertà che lo rende possibile.
In questo scenario, l’incertezza normativa non è un effetto collaterale, è invece una strategia. Chi non sa quali regole verranno proiettate retroattivamente sul passato tende a rinunciare a sperimentare. Il rischio non è più perdere denaro: è perderlo dopo averlo guadagnato. Il costo dell’iniziativa aumenta, il premio diminuisce, la paura cresce. È l’esatto opposto dell’ambiente necessario alla creatività economica.
Le criptovalute non sono la causa del problema, rappresentano il suo simbolo più evidente. Hanno dimostrato che individui sconosciuti possono cooperare senza un’autorità centrale, che la fiducia può essere codificata, che l’ordine può emergere senza pianificazione. È un atto di emancipazione morale prima che tecnologica. E il potere non sa convivere con un mondo in cui la sua supervisione non è indispensabile.
Per questo il fisco interviene con la furia del colonizzatore tardivo: monetizza ciò che non ha creato, afferma diritti su ciò che ha ignorato, punisce chi ha violato l’ordine solo perché l’ordine non esisteva. La retroattività è un dispositivo di intimidazione: un segnale a chiunque stia costruendo il futuro senza permesso.
In una società aperta, il rischio è virtù, l’errore è lezione, l’iniziativa è un bene pubblico. In una società amministrata, è l’opposto: il rischio è colpa, l’errore è sospetto, l’iniziativa è abuso. E il cittadino ideale è quello che attende, che rinvia, che non decide senza una circolare esplicativa.
Una società che punisce chi si muove non resta semplicemente ferma: arretra. E una società che tassa il passato per paura del futuro non può produrre progresso, ma solo obbedienza. La domanda allora è semplice: vogliamo un sistema che premi chi rischia o che protegga solo chi aspetta?
Da questa scelta dipende non solo il destino delle criptovalute, ma quello della libertà economica di tutti.
* Pubblicato su Atlantico Quotidiano

