Quando il Potere cade, non nasce automaticamente la libertà

Il Venezuela tra la fine dell’illusione rivoluzionaria e la prova delle istituzioni
di Sandro Scoppa
Le notizie che arrivano dal Venezuela, al di là delle conferme definitive che il tempo fornirà, hanno già prodotto un effetto inequivocabile: la dissoluzione di una narrazione. Per anni il potere chavista ha preteso di presentarsi come risposta morale a un’ingiustizia storica, giustificando la concentrazione dell’autorità, l’erosione delle garanzie e la cancellazione dei limiti come tappe necessarie di un progetto superiore. Oggi quella costruzione mostra la sua natura reale: non un errore contingente, ma un sistema fondato sull’idea che la società possa essere amministrata dall’alto senza conseguenze.
Eppure sarebbe un grave abbaglio credere che la rimozione di un uomo o di un gruppo dirigente coincida con la rinascita della libertà. La storia insegna che il potere non cessa di essere arbitrario solo perché cambia volto, e che la vera frattura non passa tra governanti buoni e cattivi, ma tra ordini politici fondati su regole generali e sistemi che vivono della discrezionalità di chi comanda. È qui che si gioca la partita decisiva.
Per questo la vera posta in gioco oggi non è la punizione dei responsabili, pure necessaria, ma la ricostruzione di un ordine impersonale nel quale proprietà, giustizia, rappresentanza e scambio non dipendano dalla benevolenza del potere di turno, bensì da regole stabili che vincolino chi governa e proteggano chi vive e opera nella società, una condizione che appare ovvia solo a chi non ha mai sperimentato cosa significhi abitare sotto un potere senza limiti.

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Il Venezuela è stato il laboratorio di una presunzione ricorrente: che la politica possa correggere la realtà sostituendosi ai meccanismi sociali senza distruggerli. Prezzi amministrati, contratti svuotati di certezza, proprietà trattata come concessione revocabile, giustizia ridotta a strumento: ogni intervento è stato presentato come temporaneo, ogni compressione come necessaria, fino a trasformare l’eccezione in regola e l’emergenza in normalità. Il risultato non è stato un fallimento accidentale, ma il collasso di un sistema che aveva eliminato i segnali, la responsabilità e il rischio.
È per questo che le reazioni internazionali, anche le più nette, contano solo se accompagnate dalla consapevolezza che la libertà non nasce dall’abbattimento di un simbolo, ma dalla ricostruzione paziente di limiti. Senza certezza del diritto non esiste fiducia, senza fiducia non esiste cooperazione, senza cooperazione non esiste ricchezza, e senza ricchezza ogni promessa politica torna a essere una forma di controllo. La libertà non avanza perché qualcuno cade, ma perché il potere smette di essere personale e torna a essere vincolato.
Se questa lezione verrà compresa, ciò che sta accadendo potrà segnare una svolta autentica; se verrà ignorata, cambieranno i nomi e resterà intatta la logica. Ed è proprio qui che la storia diventa avvertimento, non celebrazione.

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