Un libro contro l’arbitrio: la lezione di Juan de Mariana
Il gesuita della Scuola di Salamanca ha affermato che il potere non è padrone di beni, persone e regole. Per questo il suo libro è stato condannato al rogo
di Sandro Scoppa
C’è un libro che, a distanza di oltre quattro secoli, continua a porre una domanda che il potere preferisce evitare: fino a dove può spingersi senza smettere di essere legittimo. Quel libro si intitola De rege et regis institutione ed è stato scritto alla fine del Cinquecento da Juan de Mariana, uno dei più autorevoli intellettuali europei della sua epoca.
Non si tratta di un testo di denuncia né di un’opera pensata per fomentare ribellioni. L’autore non scrive contro l’autorità, ma per definirla. Il suo è un trattato di teoria del governo, scritto per mostrare dove finisce l’autorità legittima e dove comincia il dominio arbitrario. Il destinatario ideale dell’opera non è il suddito insofferente, ma chi esercita il potere.
Juan de Mariana non è stato un pensatore marginale. È stato un gesuita, storico e teologo, autore di opere ufficiali sulla storia della Spagna, uomo pienamente inserito nelle istituzioni culturali del suo tempo. Proprio per questo De rege et regis institutione è un libro significativo: nasce dentro l’ordine politico, non contro di esso. Non mette in discussione l’esistenza dello Stato, rifiuta piuttosto l’idea che il potere possa essere sciolto da ogni vincolo.
È un lavoro che si colloca nel solco della Scuola di Salamanca, il grande laboratorio intellettuale tra Cinque e Seicento che ha posto il problema del potere, dei suoi limiti e del rapporto con proprietà, imposte e consuetudini. Questi autori non hanno cercato di demolirlo, ma di sottrarlo all’arbitrio, affermando un principio allora tutt’altro che scontato: il comando politico è giusto solo se limitato.
Nell’opera prima citata, Mariana ha affrontato questi temi con sorprendente concretezza. Il re, egli ha sostenuto, non è proprietario del regno né dei beni dei sudditi. Governa uomini liberi, non cose. Il suo potere non nasce dalla forza, bensì dall’obbligo di custodire un ordine giuridico e sociale che lo precede. Quando il comando si emancipa da tale compito e pretende di essere fonte autonoma del diritto, esso perde la propria giustificazione.

Un punto centrale dello scritto riguarda la fiscalità. Il pensatore è esplicito: le imposte non sono una prerogativa naturale del sovrano, rappresentano invece uno strumento eccezionale, giustificabile solo in presenza di reali necessità e con il consenso della comunità. La tassazione permanente, sganciata da ogni limite e funzionale a una spesa crescente, altera il rapporto tra governanti e governati. Il potere smette di amministrare e comincia a disporre. Il fisco diventa così il meccanismo attraverso cui il governo si trasforma in dominio stabile.
Queste tesi non sono state esposte con toni incendiari. Al contrario, il linguaggio di Mariana appare misurato, argomentato, privo di invettive. Ed è proprio questa sobrietà a renderle pericolose. Perché affermano una verità che i poteri emergenti dell’Europa moderna faticano ad accettare: l’autorità politica non è assoluta e può essere giudicata alla luce di regole che non controlla.
Nel 1610 detto principio è diventato improvvisamente intollerabile. Il 14 maggio Enrico IV di Francia viene assassinato e il Paese sprofonda in una fase di panico politico. Inizia la ricerca non solo dei responsabili materiali, ma delle idee ritenute pericolose. In questo clima, De rege et regis institutione viene individuato come un testo da colpire. Non perché l’assassino lo avesse letto – non risulta – ma perché il libro incrina il dogma dell’inviolabilità del potere sovrano.
Il 4 luglio 1610 il Parlamento di Parigi ha condannato De rege et regis institutione al rogo. Si tratta di un atto solenne e deliberato, non di una reazione emotiva: una sanzione politica contro un’idea ritenuta intollerabile. Il libro non viene confutato, viene eliminato. Non viene discusso, ma messo a tacere. Il messaggio è netto: alcune idee non devono circolare, perché ricordano al potere di non essere illimitato.
È significativo che la reazione più dura non sia arrivata dalla Chiesa nel suo complesso. L’opera non è stata condannata universalmente, ha continuato a circolare in Spagna e non è stata espunta in modo sistematico. A sentirsi minacciato è stato invece lo Stato. Non la teologia, bensì la teoria del limite. Non la fede, quanto l’idea che il potere debba rispondere a regole anteriori alla sua volontà.
Il rogo del libro del gesuita teologo e filosofo spagnolo non è stato dunque la risposta a un’istigazione alla violenza, ma un atto di autodifesa del potere. Colpendolo, le autorità francesi hanno affermato un principio opposto a quello dell’autore: non è il potere a essere vincolato dalle regole, ma sono le regole a dipendere dal potere. La vicenda appena narrata non è rimasta circoscritta al periodo storico in cui si è svolta: parla anche, e soprattutto, al presente. I libri non si bruciano più nelle piazze, e tuttavia le idee che mettono in discussione l’espansione del potere politico restano scomode. Il limite è dipinto come un ostacolo, la proprietà come un privilegio, la critica alla tassazione permanente come una colpa morale. Il potere tende così a legittimare se stesso come fine. Mariana ci ricorda una verità elementare e per questo sempre attuale: il potere che non riconosce limiti non governa, domina. Il fisco che non conosce confini non finanzia l’ordine, lo consuma. Ed è per questo che un’opera nata per educare il potere è finita al rogo. Non perché fosse sovversiva, ma perché ha sottolineato che governare non significa possedere tutto.

