Siamo destinati a soccombere? Ecco il vero meccanismo del potere, prima di elezioni e leggi
Se la cornice mentale e morale è già fissata, la battaglia politica è persa prima di essere combattuta e chi contesta il merito è fuori dal perimetro dell’accettabile: il ruolo decisivo degli intermediari culturali
di Sandro Scoppa*
La politica ama fingersi il luogo decisivo dello scontro: elezioni, parlamenti, maggioranze, decreti. In realtà, quando arriva sulla scena, la partita è quasi sempre già chiusa. Le decisioni collettive maturano altrove, in un processo lento e silenzioso di formazione dell’opinione pubblica. È questa una delle lezioni più importanti – e oggi più inquietanti – di Friedrich A. von Hayek. In “Gli intellettuali e il socialismo”, un saggio contenuto nel suo “Studi di filosofia, politica ed economia” pubblicato a Londra nel 1967, egli ha infatti messo a nudo il vero meccanismo del potere nelle società moderne: prima delle leggi vengono le idee, e quando queste sono già consolidate, la politica non fa che ratificarle.
Lo scienziato austriaco parte da una constatazione che ancora oggi disturba: il socialismo non nasce come movimento popolare, né come risposta spontanea ai bisogni delle classi lavoratrici. È invece una costruzione teorica, elaborata da intellettuali, nutrita di astrazioni e di visioni complessive dell’ordine sociale. Solo in un secondo momento, dopo un lungo lavoro culturale, quelle idee vengono adottate come programma politico di massa. La loro forza, pertanto, non risiede tanto nelle singole misure quanto nella cornice mentale che le rende “giuste”, “moderne”, “inevitabili”.

In questo processo il ruolo decisivo è svolto dagli intellettuali nel senso hayekiano del termine: non i grandi studiosi o i pensatori originali, bensì gli intermediari culturali, ossia giornalisti, insegnanti, commentatori, divulgatori, esperti mediatici, funzionari dell’apparato culturale. Non comandano, ma selezionano ciò che è pensabile. Decidono quali problemi meritano attenzione, quali domande sono legittime e quali soluzioni possono essere discusse senza essere immediatamente squalificate. Quando un’idea attraversa stabilmente questi canali, la politica può solo prenderne atto, spesso fingendo di averla scelta.
È qui che il citato saggio di Hayek mostra la sua impressionante attualità. Negli ultimi anni, una lunga sequenza di eventi conferma puntualmente la sua analisi. Si pensi ad esempio al ritorno dei controlli sugli affitti, presentati come risposta ovvia all’emergenza abitativa. Prima ancora che il dibattito politico avesse inizio, il quadro mentale era già fissato: il problema non era l’offerta insufficiente, la rigidità normativa o l’incertezza giuridica, quanto un presunto abuso strutturale. In questa cornice, ogni intervento coercitivo è apparso non solo legittimo, ma moralmente doveroso.
Lo stesso schema si ripete nelle politiche energetiche e ambientali. Qualunque aumento dei costi, distorsione del mercato o sacrificio imposto a famiglie e imprese viene giustificato come prezzo inevitabile di una “transizione” che non può essere messa in discussione nei suoi presupposti. Non viene messa in discussione la possibilità che certe scelte producano più danni che benefici; l’attenzione si concentra esclusivamente sulla misura e sulla velocità con cui dovrebbero essere accelerate. La dinamica politica finisce così per trasformarsi in una competizione su chi promette più controllo, pianificazione e regolazione.
Un passaggio particolarmente rivelatore riguarda il tema degli scioperi, soprattutto nei servizi essenziali. Anche qui la lezione dell’allievo di Mises trova una conferma puntuale. Prima ancora di discutere limiti, proporzionalità o responsabilità, il giudizio morale è già assegnato: lo sciopero è giusto in sé, mentre il disagio imposto a terzi viene trattato come un danno collaterale privo di rilevanza politica. Milioni di cittadini che subiscono blocchi, ritardi e interruzioni non entrano realmente nel discorso pubblico, perché il quadro concettuale è già stato definito altrove.
Un identico meccanismo è poi visibile nella regolazione dell’innovazione tecnologica e dell’intelligenza artificiale. Prima ancora che queste tecnologie abbiano dispiegato i loro effetti, il discorso pubblico è stato colonizzato dall’idea che il rischio principale sia l’eccesso di libertà e non l’eccesso di controllo. Anche qui la conclusione è contenuta nelle premesse: se il progresso è pericoloso, allora deve essere governato dall’alto; se è governato dall’alto, la libertà diventa una variabile residuale.

In tutti questi casi si realizza ciò che lo stesso Hayek aveva previsto Non si discute se certe scelte producano più danni che benefici, si dibatte unicamente sul quanto debbano essere accelerate: la battaglia politica è quindi persa prima di essere combattuta, perché il quadro mentale è già stato fissato. Le alternative non vengono confutate, semplicemente smettono di essere pensate. Chi solleva dubbi non è contrastato nel merito, ma collocato fuori dal perimetro del discorso accettabile.
Lo studioso viennese coglie anche un aspetto decisivo che rende il fenomeno ancora più insidioso: gli intellettuali non sono mossi da cinismo o da interessi personali. Al contrario, sono spesso animati da buone intenzioni e da un sincero desiderio di migliorare la società. È proprio questo a rendere l’errore più pericoloso. Le singole misure vengono giudicate non per i loro effetti concreti, ma per la loro coerenza con una visione generale. Se una proposta “va nella direzione giusta”, i costi reali diventano secondari.
A rafforzare questa deriva contribuisce un’illusione tipicamente moderna: l’idea che la società possa essere progettata come una macchina. Il successo delle scienze naturali e dell’ingegneria ha alimentato la convinzione che anche l’ordine sociale possa essere organizzato razionalmente da una mente centrale. Ma ciò che funziona nei sistemi semplici diventa distruttivo quando applicato a un ordine complesso, fatto di conoscenze disperse, adattamenti spontanei e relazioni che nessuno possiede per intero.
Il saggio del grande pensatore liberale è però anche una severa autocritica. Chi ha difeso la libertà limitandosi al pragmatismo, alla gestione dell’esistente, alla paura di apparire radicale, ha abbandonato il terreno decisivo. Rinunciando a proporre una visione generale, ha lasciato agli avversari il monopolio dell’immaginazione. Così, mentre una sola filosofia offriva un’idea chiara di futuro, tutte le altre posizioni sono apparse come semplici compromessi, resistenze senza orizzonte. Da qui la domanda che dà il titolo a questo contributo. Siamo destinati a soccombere? Hayek non risponde con il fatalismo, ma con una sfida che oggi suona più attuale che mai. Se le idee guidano la politica, allora la battaglia va combattuta dove oggi viene sistematicamente evitata: sul piano culturale, teorico, generale. Quando la mente collettiva è già stata conquistata, la sconfitta politica non è più un’eventualità da evitare. È una conseguenza già contabilizzata.
* Pubblicato su Atlantico Quotidiano

