California oggi, Italia domani: la tassa che nasce dal risentimento

Dalla patrimoniale sui miliardari alla sfiducia verso chi crea valore: quando il rancore diventa politica, il risultato è meno crescita, meno investimenti e più povertà diffusa

di Sandro Scoppa

La proposta californiana di una patrimoniale straordinaria sui miliardari non è un episodio isolato né una semplice scelta fiscale. È il sintomo di qualcosa di più profondo: una trasformazione culturale che tende a colpire chi crea ricchezza anziché interrogarsi su come generarla. Ed è proprio qui che il caso americano si salda, in modo sorprendente ma perfettamente coerente, con la realtà italiana.

Non a caso, la misura è stata oggetto di un duro intervento pubblicato su Forbes di aprile 2026, a firma di Steve Forbes, che ne ha sottolineato il carattere distruttivo e controproducente, evidenziando il rischio concreto di fuga di capitali, riduzione del gettito e indebolimento dell’intero sistema economico.

Perché ciò che accade in California è già, in forme diverse, dentro il nostro dibattito pubblico.

L’idea di fondo è la stessa: la ricchezza non è vista come il risultato di un processo, ma come qualcosa da ridistribuire. Non come un effetto della capacità di soddisfare bisogni, bensì come una colpa da correggere. In questo passaggio si consuma uno slittamento decisivo: dalla produzione alla punizione.

È una dinamica che Ludwig von Mises ha colto con straordinaria lucidità. Nella sua analisi, il problema non nasce dall’economia, ha origine dalla psicologia sociale. Il capitalismo viene attaccato non perché non funzioni, quanto perché mette gli individui di fronte a un confronto continuo con il successo altrui.

In una società aperta, dove le posizioni non sono assegnate per nascita ma conquistate, il fallimento non può essere attribuito a un destino immutabile. E questo genera disagio. Come emerge chiaramente dalle pagine iniziali del suo pregevole La mentalità anti-capitalista, il risentimento per le ambizioni frustrate diventa il terreno su cui attecchisce l’ostilità verso il sistema di mercato.

È esattamente ciò che vediamo oggi. In California, il bersaglio sono i miliardari. In Italia, spesso, sono i proprietari immobiliari, gli imprenditori, chi investe. Cambiano i soggetti, non la logica. Si costruisce una narrazione in cui il successo economico viene sistematicamente associato a privilegio, sfruttamento, ingiustizia.

Ma questa narrazione ha un effetto preciso: legittima l’intervento.

La patrimoniale proposta negli Stati Uniti – retroattiva, estesa, punitiva – rappresenta il punto estremo di questa mentalità. Nel nostro Paese, il processo è più graduale ma altrettanto evidente: aumento della pressione fiscale, incertezza normativa, interventi continui sui contratti, vincoli crescenti sulla proprietà.

Non è un caso che i risultati siano simili: fuga di capitali, riduzione degli investimenti, contrazione dell’offerta.

Mises lo ha spiegato con una chiarezza che oggi appare quasi profetica: la ricchezza in un sistema di mercato non è un privilegio statico, è invece una funzione sociale, continuamente sottoposta al giudizio dei consumatori. Chi non soddisfa più la domanda perde rapidamente la propria posizione.

Colpire quella ricchezza significa colpire il processo che la genera.

E qui emerge il paradosso più profondo. Le politiche ispirate dal risentimento finiscono per danneggiare proprio coloro che dichiarano di voler proteggere. Quando il capitale si ritira, quando l’iniziativa si riduce, quando il rischio non è più remunerato, le opportunità diminuiscono. E a pagare il prezzo più alto sono sempre i soggetti più deboli, quelli che devono ancora entrare nel mercato.

In Italia questo meccanismo è già visibile nel settore abitativo. Ogni intervento che aumenta l’incertezza o riduce la libertà contrattuale produce lo stesso effetto: meno offerta, più difficoltà di accesso, maggiore esclusione. È la stessa logica che, su scala più ampia, si manifesta nella proposta californiana.

Il filo che unisce questi fenomeni non è economico, ma culturale.

È la difficoltà ad accettare che la prosperità si costruisce, non si decreta, non nasce dalla redistribuzione, bensì dall’accumulazione. Né dipende da un atto politico, deriva piuttosto da milioni di decisioni individuali coordinate nel tempo.

Quando questa consapevolezza si perde, il dibattito pubblico si trasforma. Non si discute più di come crescere, si dibatte su chi colpire. Non si cercano soluzioni, ma responsabili.

E così si imbocca una strada già vista: quella in cui il capitale viene scoraggiato, l’iniziativa compressa e la crescita rallentata. La California è semplicemente più avanti su questo percorso. L’Italia, invece, è ancora in tempo per riconoscerlo.

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