La patrimoniale, il sogno dello Stato – Dracula
Ogni volta che la spesa pubblica diventa intoccabile, la proprietà privata torna nel mirino. La patrimoniale promette di colpire pochi, ma apre la strada a più controlli, più burocrazia e meno sicurezza per tutti
di Sandro Scoppa
La patrimoniale è il sogno proibito di ogni Stato affamato. Quando il potere non riesce a ridurre la spesa, inventa una colpa: la ricchezza privata. Dopo aver tassato reddito, lavoro, consumo, casa, impresa, risparmio, successioni e plusvalenze, guarda ancora al patrimonio come a una riserva da aggredire. Non perché sia ingiusto o perché sia improduttivo. Solamente perché esiste.
Il più recente studio europeo sulla tassazione della ricchezza smonta però l’illusione alla radice. Le imposte patrimoniali, nelle varie forme esaminate, non generano entrate davvero significative nella maggior parte dei Paesi europei. I gettiti sono modesti, fragili, inferiori alle promesse. La politica annuncia tesori nascosti, immagina serbatoi inesauribili da cui attingere, costruisce campagne morali contro chi possiede; poi la realtà presenta il conto. E questo dice che la patrimoniale rende poco, costa molto in termini di libertà e richiede apparati sempre più invasivi.
Il problema, però, non è soltanto tecnico. È morale e politico. L’imposta sul patrimonio si fonda su un’idea velenosa: che la ricchezza legittimamente accumulata sia una colpa permanente. Chi ha risparmiato, comprato una casa, costruito un’impresa, investito, ereditato e conservato, viene trasformato in bersaglio fiscale. Non conta più come quel patrimonio sia nato, ma solo che lo Stato lo vede.
La formula è astuta: si indica il miliardario per tranquillizzare il contribuente comune. Ma una volta accettato il principio, il confine diventa mobile. Il patrimonio da colpire cambia nome e dimensione; il prelievo si abitua a esistere; il controllo si organizza. Il fisco nasce selettivo e diventa sistematico. Entra per colpire l’eccezione, resta per sorvegliare la regola.
Per tassare il patrimonio bisogna prima conoscerlo, registrarlo, valutarlo, seguirlo, controllarlo. La patrimoniale in realtà non è solo prelievo: è catasto universale della vita privata. Richiede registri completi, amministrazioni specializzate, scambio automatico di informazioni, valutazioni standardizzate, controlli internazionali. In altre parole, ha necessità di avere uno Stato più invasivo, più informato, più potente. Le esperienze europee del resto non raccontano alcun trionfo. Germania e Svezia l’hanno abolita, la Francia l’ha ridimensionata, la Spagna ha scelto un sistema controverso. Il punto è chiaro: senza basi ampie e controlli forti, la tassazione di cui trattasi rende poco; con basi ampie e controlli forti, forse rende di più, ma al prezzo di una società meno libera.
Ogni imposta sul patrimonio spinge il cittadino a difendersi dal proprio Stato: riorganizzare investimenti, cambiare residenza, proteggere aziende familiari, trasferire attività. Anche quando non c’è fuga fisica, c’è quella economica. Il capitale diventa prudente, sospettoso, difensivo. Una società nella quale il risparmio teme il potere prepara meno futuro.
I sostenitori della patrimoniale dicono che la ricchezza è concentrata. Ma la concentrazione non autorizza la confisca. Se il patrimonio nasce da privilegi pubblici e favori politici, il problema non è la ricchezza: è l’intreccio tra Stato e beneficiari. Se è generata da lavoro, impresa, risparmio, investimento, rischio e scambio volontario, colpirlo significa punire ciò che produce benessere.
Il paradosso è enorme. Lo Stato crea ostacoli, moltiplica regole, scoraggia la produzione, rende instabile il quadro fiscale, frena l’edilizia, blocca gli affitti, complica le successioni, appesantisce le imprese. Poi scopre che la crescita è debole e che i conti pubblici non reggono. Invece di ridurre il proprio peso, pretende di tassare ciò che gli individui sono riusciti a costruire nonostante tutto. È l’incendiario che chiede una tassa sull’estintore.
La patrimoniale è anche anti-familiare. Colpisce averi costruiti in generazioni: case, aziende, terreni, quote societarie, beni non sempre liquidi. Non prende soltanto denaro disponibile: può costringere a vendere, indebitarsi, smembrare. Il patrimonio familiare è continuità, prudenza, indipendenza. È la possibilità di non dipendere interamente dallo Stato, dal credito, dal sussidio, dalla politica. Per questo il potere lo detesta.
In tale contesto, non sorprende il voto svizzero del 30 novembre 2025, quando gli elettori hanno respinto con il 78,3 per cento la proposta di un’imposta federale del 50 per cento su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi. Hanno difeso un principio: quando il potere pubblico considera l’eredità una colpa e la continuità familiare un bottino, nessuna proprietà è più davvero sicura.
Dietro la formula elegante si intravede un progetto inquietante: impedire ai cittadini di sottrarsi alla voracità fiscale mediante la concorrenza tra ordinamenti. Il problema, per i sostenitori di queste misure, non è che gli Stati tassino troppo; è che esistono ancora vie di uscita.
Il prelievo sulla ricchezza non serve a salvare i conti pubblici, bensì a rinviare il problema della spesa. È il modo con cui lo Stato evita di guardarsi allo specchio. Invece di chiedersi perché costa troppo, spreca e distribuisce favori, preferisce indicare un nemico: chi possiede.
Per questo va respinta non solo perché funziona poco, ma perché rivela troppo: l’istinto predatorio degli apparati statali contemporanei, la loro incapacità di limitarsi, l’ostilità verso l’autonomia economica delle persone. Rivela l’idea, mai confessata ma sempre presente, che tutto appartenga prima alla politica e solo dopo, per tolleranza temporanea, ai privati.
La domanda decisiva non è quanto gettito possa produrre una patrimoniale. La domanda è quale società produce: proprietari o sudditi censiti, famiglie autonome o patrimoni sorvegliati. La risposta è netta: meno Stato sui patrimoni, meno fisco sulla vita, meno potere sulle scelte individuali. Quando lo Stato tassa ciò che sei riuscito a conservare, non corregge un’ingiustizia. Punisce la tua indipendenza.

