Turismo, meno regole, più futuro
La vera sfida non è promuovere l’Italia, ma smettere di ostacolarla
di Sandro Scoppa
Non serviva un nuovo ministro per scoprire che l’Italia è una potenza turistica. Serviva, semmai, qualcuno disposto a prendere atto di una verità più scomoda: il problema non è attrarre visitatori, ma lasciare lavorare chi li accoglie. La nomina di Gianmarco Mazzi arriva in un momento in cui il settore non chiede piani, slogan o campagne, ma una cosa molto più semplice e molto più difficile: libertà.
Per anni il turismo è stato trattato come un comparto da indirizzare, coordinare, talvolta correggere. Si è pensato che bastasse una regia pubblica per migliorarne i risultati. Eppure, proprio mentre si moltiplicavano norme, vincoli e controlli, l’offerta si contraeva, gli investimenti rallentavano e intere aree si svuotavano. Non è un paradosso: è la conseguenza prevedibile di un’impostazione che confonde l’economia con l’amministrazione.
Al nuovo ministro non si chiede di “fare di più”. Al contrario, si chiede di fare meno. Meno interventi, meno regolazioni, meno intrusioni. Il turismo è un sistema complesso, fatto di decisioni individuali, conoscenze locali, adattamenti continui. Nessun centro può sostituire questa rete di informazioni disperse senza impoverirla. Ogni tentativo di dirigere l’offerta finisce per irrigidirla, ogni vincolo imposto in nome dell’equilibrio produce squilibri più profondi.
La prima richiesta è quindi la più netta: fermare la spirale regolatoria sugli affitti brevi. Non è lì che si annida il problema della casa, e non è comprimendo l’offerta che si migliora l’accesso. Dove si è intervenuti con limiti, registri e restrizioni, il risultato è stato sempre lo stesso: meno disponibilità, prezzi più alti, mercato più opaco. Se davvero si vuole favorire l’accesso, bisogna liberare l’offerta, non ridurla.
La seconda riguarda la burocrazia. Aprire una struttura, ristrutturare un immobile, avviare un’attività turistica richiede ancora tempi e adempimenti che scoraggiano anche gli operatori più motivati. Qui non servono incentivi, ma semplificazioni reali. Ogni giorno perso in autorizzazioni è un investimento che non nasce, un servizio che non si offre, un territorio che resta fermo.

La terza è forse la più importante: smettere di trattare il turismo come un settore speciale. Non ha bisogno di politiche dedicate, ma di un contesto generale favorevole. Stabilità normativa, certezza del diritto, pressione fiscale sostenibile. È questo che consente agli operatori di programmare, innovare, rischiare. Non esistono scorciatoie pubbliche che possano sostituire queste condizioni.
Infine, un cambio di prospettiva. Il turismo non è un racconto da costruire, è una realtà che emerge spontaneamente quando le persone sono messe nelle condizioni di agire. L’Italia non deve essere “promossa”, deve essere lasciata libera di esprimersi. Ogni territorio conosce meglio di qualsiasi ministero le proprie risorse, i propri limiti, le proprie opportunità.
La sfida, per Gianmarco Mazzi, non sarà quindi quella di aggiungere un nuovo strato di interventi, ma di avere il coraggio di toglierli. Non di guidare il turismo, ma di smettere di ostacolarlo. Non di progettare il mercato, ma di riconoscerne la forza.
Se saprà farlo, il risultato sarà immediato e visibile: più offerta, più investimenti, più crescita. Se invece prevarrà la tentazione di regolare, coordinare, indirizzare, allora il turismo continuerà a fare ciò che ha sempre fatto in presenza di vincoli: adattarsi, sì, ma al ribasso. E sarebbe un’occasione persa che il Paese non può più permettersi.

