Hume e Hayek contro l’illusione di aggiustare tutto

Dai prezzi agli affitti, ogni problema viene affrontato correggendo gli esiti. I due grandi pensatori hanno spiegato perché così si distruggono le regole che fanno funzionare la società

di Sandro Scoppa

Ogni volta che un prezzo sale, il copione si ripete. Accade oggi con gli affitti, come ieri con l’energia o i trasporti. L’aumento non viene interpretato come un segnale, ma come una colpa. Non ci si chiede più perché l’offerta si riduca o perché il rischio aumenti: si interviene direttamente sul risultato. Il contratto diventa sospetto, la proprietà un privilegio da giustificare, l’intervento pubblico una necessità data per scontata.

È una dinamica profondamente contemporanea, anche se è tutt’altro che nuova. Ed è proprio per questo che tornano utili gli insegnamenti di due pensatori lontani nel tempo e vicine nella sostanza: David Hume e Friedrich A. von Hayek. Gli stessi, infatti, non propongono soluzioni pratiche: mostrano come l’illusione di “aggiustare” la realtà generi esiti contrari a quelli promessi.

Hume parte da un punto semplice e radicale: la giustizia non nasce da un progetto morale, ha origine da convenzioni utili. La stabilità del possesso, il rispetto dei patti, la prevedibilità delle conseguenze non servono a garantire esiti giusti caso per caso. Servono invece a rendere possibile la cooperazione tra individui che non si conoscono, non condividono fini e dispongono di informazioni limitate. La forza delle regole sta proprio nel non essere continuamente rimesse in discussione.

Applicata all’attualità, tale intuizione del filosofo scozzese è dirompente. Quando si interviene sui canoni perché ritenuti “eccessivi”, non si sta correggendo un’ingiustizia astratta. Si sta affermando che le regole valgono solo finché producono risultati politicamente accettabili. Il danno non è immediato, è sistemico: la fiducia nella regola si indebolisce, il rischio aumenta, l’offerta si ritrae. Esattamente ciò che si osserva nei mercati più regolati.

Su questo terreno si innesta il contributo di Hayek, che porta quella stessa intuizione sul piano della conoscenza. Il problema non è solo giuridico o morale, è cognitivo. Chi pretende di correggere gli esiti presuppone di sapere più di quanto in realtà sappia. Presume di poter valutare, dall’alto, condizioni, preferenze, rischi e alternative che sono disperse tra milioni di individui. È la presunzione che il maestro settecentesco del liberalismo classico aveva già intuito e che lo scienziato austriaco renderà esplicita nel Novecento.

Quando si invocano tetti agli affitti, correttivi discrezionali o interventi emergenziali, si compie esattamente quell’atto di presunzione. Si crede che un’autorità – politica o giudiziaria – possa determinare il “giusto” meglio di chi affronta quotidianamente il rischio della locazione, della manutenzione, dell’insolvenza. Ebbene, così facendo non si migliora l’ordine esistente: lo si indebolisce. È una dinamica che l’economista viennese, allievo di Mises, ha descritto con lucidità implacabile.

Hume spiega perché le regole nascono; Hayek spiega perché non devono essere manipolate. Entrambi convergono su un punto essenziale: le istituzioni funzionano non perché producono esiti perfetti, ma perché limitano l’arbitrio. Quando questa funzione viene meno, il diritto smette di essere una cornice e diventa uno strumento di intervento permanente.

È ciò che accade quando si affida ai giudici il compito di riequilibrare rapporti economici sulla base dell’equità del caso concreto. L’eccezione diventa metodo, l’incertezza regola. Chi può si difende, chi non può resta escluso. E questi effetti vengono poi letti come la prova di un ulteriore fallimento del mercato, giustificando nuovi interventi. Un circolo vizioso che né il pensatore del Settecento né l’autorevole esponente della Scuola Austrica di Economia avrebbero trovato sorprendente.

Il punto non è negare l’esistenza di difficoltà reali, né sostenere che ogni esito sia giusto. È invece capire che correggere gli esiti non è mai neutrale. Ogni intervento che sacrifica la generalità della regola per ottenere un risultato immediato produce costi diffusi e spesso invisibili. Costi che ricadono sull’intero sistema di cooperazione.

In questo senso, la lezione congiunta dei due grandi pensatori è tutt’altro che astratta. È una critica radicale all’idea che la società possa essere governata come un progetto. Le regole non servono a rendere il mondo migliore secondo un criterio morale contingente. Servono a renderlo abitabile. Quando vengono piegate per “aggiustare” la realtà, la realtà diventa più fragile, non più giusta.

Nell’epoca attuale, nel dibattito su casa e affitti, questa distinzione viene sistematicamente rimossa. Si parla di emergenza, di equità, di necessità. Raramente si ammette che la continua manipolazione delle regole è parte del problema. Hume e Hayek, ciascuno a suo modo, ricordano che l’ordine sociale non nasce dall’intervento, bensì dai limiti all’intervento. E che il prezzo dell’illusione correttiva non lo paga mai solo chi si voleva colpire o proteggere, lo sopporta l’intero sistema di cooperazione su cui si regge la convivenza.

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