Il continente che punisce chi prova a costruire il futuro

L’Europa è rimasta ricca grazie a idee e capitali; oggi resta povera di libertà economica e di fiducia nel rischio privato, e pretende di sostituire il mercato con il piano politico

di Sandro Scoppa

L’Europa moderna è nata quando le persone sono state libere di innovare, accumulare capitale, commerciare e competere senza chiedere permesso ai signori. La prosperità non è stata quindi il risultato di un progetto governativo illuminato, ma dell’emersione spontanea di migliaia di iniziative private che hanno trasformato conoscenza e innovazione in imprese, brevetti, fabbriche e salari. L’epoca che ci aspetta – intelligenza artificiale, automazione, tecnologie digitali avanzate – richiede esattamente la stessa energia creativa. Eppure, l’Europa contemporanea sembra considerare quella libertà come un problema da correggere.

Un’analisi recente del ricercatore rumeno Mihai Macovei pubblicata dal Mises Institute ha messo a fuoco questo punto: non siamo di fronte a un’Europa incapace di generare idee, bensì a un continente che ha smarrito l’ambiente istituzionale in cui quelle idee possono diventare prodotti, imprese, ricchezza. L’intervento politico, lungi dall’essere “insufficiente”, ha invaso l’intera economia e ostacolato la distruzione creatrice che ogni rivoluzione tecnologica richiede.

La tesi ricorrente dei fautori dell’interventismo è chiara: l’Europa arretra perché non interviene abbastanza, mentre USA e Cina vincerebbero grazie a un mix di spesa pubblica, investimenti militari e pianificazione strategica.

Ma i dati raccontano una storia diversa. Nell’area europea non mancano idee, pubblicazioni scientifiche, brevetti, università capaci. Ciò che manca è la possibilità di trasformare quelle idee in aziende scalabili. Le innovazioni escono dai laboratori, ma si fermano nel limbo regolatorio, nel labirinto fiscale, nella paura di fallire. Solo un terzo delle invenzioni nate in università del Vecchio continente diventa prodotto; negli Stati Uniti, i “cluster” di innovazione sono ecosistemi, non organigrammi ministeriali. Il risultato è che le startup europee nascono, e, nonostante ciò, non crescono: schiacciate da normative, costi, vincoli sul lavoro, incertezza regolatoria e un fisco che punisce chi reinveste e chi assume. Chi può, emigra: imprese e talenti.

Questo non è un accidente. È la conseguenza diretta di un ordinamento che considera la crescita privata come una variabile secondaria rispetto a coesione sociale, pianificazione energetica, difesa strategica, politiche industriali e protezione ambientale. La priorità non è generare ricchezza, è invece controllarla.

Il punto cruciale non è l’innovazione in sé, quanto l’accumulazione di capitale. Le economie che investono di più sono quelle che crescono di più. Negli Stati Uniti gli investimenti privati in ricerca raggiungono livelli superiori del 50% rispetto all’UE; in Europa i capitali esistono, eppure cercano rifugio altrove. Non perché manchi il risparmio, ma perché mancano condizioni favorevoli per rischiare. Ogni volta che si investe, bisogna fare i conti con un sistema fiscale fra i più gravosi al mondo, con normative che trasformano l’imprenditore in un amministratore di adempimenti, con un mercato del lavoro costruito per impedire adattamento e mobilità.

Mentre gli Stati Uniti attirano investimenti e persone, l’Europa attira procedure.

Il paradosso è che i governi europei pur predicando la “sovranità tecnologica”, generano incentivi che scoraggiano proprio i comportamenti che servono a crearla: studio, lavoro, risparmio, investimento. La spesa pubblica per istruzione e welfare è vastissima, ma produce livelli di competenza in caduta libera e tassi di attività fra i più bassi del mondo avanzato.

Quando lavorare di più non conviene e assumere costa troppo, la produttività non nasce. Non perché manchi la tecnologia, bensì perché mancano le motivazioni a usarla.

Da questo deriva l’assurdo politico dell’Europa contemporanea: fingere che la soluzione sia un ulteriore aumento di intervento pubblico. Più sussidi all’innovazione, più programmi europei, più fondi strategici, più spesa militare, più decarbonizzazione protetta da tariffe. Tutto, fuorché restituire spazio e responsabilità a iniziativa privata, lavoro e capitale.

L’approccio è sempre lo stesso: se il sistema non funziona, centralizzare di più. Ma nessuno ammette che il vero problema non è la mancanza di politiche, è invece la loro sovrabbondanza.

La Cina viene spesso presentata come la prova vivente che un interventismo intelligente può funzionare. Tale lettura confonde in realtà causa ed effetto. Il miracolo economico cinese non è nato da un super-Stato tecnologico: è nato quando lo Stato ha tolto le mani dall’economia, autorizzando la proprietà privata, il profitto, l’accumulazione, e liberando un miliardo di persone dalla paralisi della pianificazione.

Solo perché quel processo ha generato enormi ricchezze, i governi ne hanno potuto dissipare una parte in progetti politico-industriali. Non il contrario. Dove l’intervento soffoca gli incentivi, il miracolo si ferma.

L’Europa non è vittima di una carenza di politiche pubbliche, lo è di una dipendenza cronica da politiche pubbliche. Ha costruito un sistema in cui è possibile parlare di “autonomia strategica”, “sovranità digitale” e “transizione ecologica” senza chiedersi chi produrrà gli investimenti, chi rischierà i capitali, chi costruirà le imprese, chi lavorerà nelle fabbriche.

Si dà per scontato che l’economia esista, e che lo Stato possa dirigerla. Come se la ricchezza fosse una costante naturale e non il risultato fragile di incentivi, responsabilità e opportunità.

Il vero nodo europeo non è pertanto la mancanza di visione, è la presenza invasiva di un’idea: che il potere politico sappia meglio del mercato dove devono andare risorse, talenti e capitali.

La storia insegna il contrario. Le società si arricchiscono quando chi ha un’intuizione può provare, sbagliare, riprovare e, se riesce, tenere il premio. Non quando deve chiedere permesso a chi non ha nulla da perdere e tutto da comandare.

Finché l’Occidente europeo continuerà a confondere l’incentivo con il sussidio, l’investimento con la spesa, la concorrenza con la pianificazione, la libertà con la gestione pubblica, la sua crisi non sarà un incidente congiunturale, rappresenterà in buona sostanza la conseguenza logica di un ordine che ha rinnegato le condizioni che lo hanno reso possibile: responsabilità individuale, tutela della proprietà, apertura dei mercati, fiducia nel rischio privato.

Quando si elimina ciò che genera ricchezza e si moltiplica ciò che la consuma, non è sorprendente che manchi crescita. È sorprendente che ci si stupisca.

Articoli simili