Fine dell’impunità politica: il progetto di Milei rompe un tabù antico

Deficit sotto processo: spendere senza copertura non sarà più una scelta politica, ma una responsabilità personale verso i cittadini. L’occultamento del costo reale dell’azione pubblica

di Sandro Scoppa*

Per decenni il deficit è stato considerato una variabile tecnica, un accidente contabile, al massimo una colpa collettiva da imputare a circostanze avverse. Raramente il potere pubblico lo ha trattato come una responsabilità individuale o come un atto giuridicamente rilevante. Negli ultimi mesi, con il progetto di legge presentato al Congresso argentino, Javier Milei ha provato a imprimere una svolta netta, rovesciando questa impostazione. Il testo – denominato Ley de Compromiso Nacional para la Estabilidad Fiscal y Monetaria –vincola il bilancio pubblico all’equilibrio fiscale, imponendo che il bilancio dell’amministrazione nazionale preveda un risultato finanziario in equilibrio o in surplus e vietando l’approvazione di leggi di bilancio in disavanzo, a livello nazionale, provinciale e comunale. La proposta introduce inoltre meccanismi di aggiustamento automatico in corso di esercizio per ristabilire l’equilibrio in caso di scostamenti tra entrate e spese e prevede altresì sanzioni per i funzionari che violino le regole fiscali, estendendo tali obblighi anche alle autorità della Banca Centrale in materia di emissione monetaria. In questo schema, se approvi spesa senza copertura, se autorizzi leggi che generano disavanzo, non stai semplicemente “facendo politica”, stai incidendo coercitivamente sulle risorse altrui. E di ciò devi rispondere.

La questione supera di molto il dato contingente. In gioco entra una concezione del diritto che non coincide con la volontà del legislatore, ma con un insieme di regole generali e astratte che emergono dal processo sociale. In questa prospettiva la politica non scompare, occupa invece una posizione residuale. Adam Smith lo ha chiarito senza ambiguità: il sovrano deve rinunciare a dirigere le attività dei privati, poiché nessuna autorità possiede una conoscenza superiore a quella diffusa tra gli individui nella loro “condizione locale”. Da qui discende una delimitazione netta delle funzioni pubbliche: difesa, giustizia e la realizzazione di alcune opere che l’iniziativa privata non potrebbe sostenere.

Il confine tra legge e potere ha retto finché la sovranità della legge ha effettivamente limitato l’azione pubblica. Nel Novecento, però, quella linea di demarcazione si è progressivamente incrinata. Non solo perché il ceto politico ha sempre avuto interesse ad ampliare il proprio raggio d’azione, ma perché è mutata l’idea stessa di diritto. Alla sovranità della legge, intesa come insieme di norme generali e astratte, si è sostituita una concezione illimitata della sovranità popolare, che ha attribuito al Parlamento un potere di intervento generale e ha finito per identificare il diritto con la decisione legislativa. In questo passaggio il bilancio pubblico in pareggio ha smesso di apparire come una regola ed è stato progressivamente trattato come un ostacolo.

Su questo arretramento del diritto si è innestata la successiva legittimazione economica del disavanzo. Le teorie di ispirazione keynesiana hanno fornito, nello stesso periodo storico, la giustificazione teorica decisiva: il ceto politico ha iniziato a presentare la spesa in deficit non più come una deroga eccezionale, legata a circostanze straordinarie, bensì come uno strumento ordinario di razionalità economica, utile a sostenere la crescita, governare i cicli, correggere gli squilibri. Così l’eccezione ha perso il suo carattere temporaneo. Il deficit è diventato una condizione permanente, mentre la disciplina di bilancio ha assunto il ruolo di variabile accessoria, facilmente sacrificabile.

Questo mutamento ha inciso direttamente sul modo di valutare le decisioni pubbliche. La classe dirigente ha attribuito al presente un valore assoluto e ha sottratto il futuro a ogni forma di tutela. La celebre affermazione di John Maynard Keynes secondo cui “nel lungo periodo saremo tutti morti”, estrapolata dal suo contesto teorico, ha finito per legittimare una prassi precisa: rimuovere sistematicamente il costo delle decisioni attuali. Il prezzo dell’azione pubblica non è scomparso, è stato soltanto rinviato, diluito, reso politicamente invisibile.

Su detto terreno l’establishment ha progressivamente ampliato l’area dei cosiddetti beni pubblici. Ha ricondotto alla sfera dell’intervento statale finalità che in precedenza la società affrontava attraverso adattamenti individuali spontanei e cooperazione volontaria. La spesa pubblica ha così assunto una funzione eminentemente politica: distribuire benefici immediati e costruire consenso, trasferendo i costi nel tempo. Sul piano giuridico il processo ha eroso le norme generali e astratte e ha moltiplicato i provvedimenti particolari, ritagliati su interessi specifici; sul piano economico ha alimentato una crescita continua della spesa e del debito.

James M. Buchanan e Richard E. Wagner hanno definito questo assetto “democrazia in deficit”: un sistema nel quale il decisore pubblico spende oggi e trasferisce l’onere su contribuenti futuri privi di rappresentanza. Il deficit diventa così una tecnica di occultamento del costo reale dell’azione pubblica. In questo modo i beni pubblici cessano di costituire un ambito circoscritto dell’azione statale e diventano il veicolo attraverso cui il potere legislativo ed economico si estende ben oltre i limiti della sovranità del diritto.

Già nella seconda metà del Novecento Bruno Leoni ha segnalato come l’area delle decisioni collettive fosse stata grossolanamente sovrastimata, mentre quella degli adattamenti individuali spontanei veniva compressa oltre misura. Da questa deriva sono nate le invocazioni a una vera “costituzione economica”, capace di vincolare il ceto politico a regole di condotta, prima fra tutte quella del pareggio di bilancio. In assenza di vincoli, l’autorità politica non governa: redistribuisce consenso.

Il progetto di Milei si colloca contro questa degenerazione. Non nega l’esistenza dei beni pubblici, ma impedisce che essi diventino la giustificazione per una spesa senza limiti e senza responsabili. Reintroduce un principio elementare: chi decide deve rispondere; chi spende deve indicare la copertura; chi viola le regole non può rifugiarsi nell’anonimato della decisione collettiva. In questo senso la proposta non criminalizza la l’apparato politico – burocratico, ma tenta di ricondurlo entro l’orizzonte della sovranità del diritto.

Non elimina la discrezionalità, ne limita l’arbitrio. Non sostituisce il mercato allo Stato, ma impedisce allo Stato di sostituirsi alla società. E riafferma una verità spesso rimossa: il bilancio pubblico non è un atto di generosità statale, ma un vincolo giuridico che tutela la libertà e la proprietà di chi non siede in Parlamento. Resta aperta la sorte del progetto legislativo. Il segnale, però, è chiaro. Il deficit non è un destino né una fatalità tecnica. È una scelta politica. E come tutte le scelte che incidono coercitivamente sulle risorse altrui, non può restare priva di conseguenze per chi la compie.

* Pubblicato su Atlantico Quotidiano

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