Prezzi decisi per legge, scarsità per conseguenza

Quando la politica prova a fissare il costo dell’energia, finisce per colpire proprio chi dice di voler proteggere

di Sandro Scoppa

C’è un riflesso antico che riemerge puntualmente ogni volta che i prezzi salgono: se qualcosa costa troppo, allora lo si abbassi per decreto. È una tentazione semplice, intuitiva, politicamente spendibile. Ma proprio per questo profondamente fuorviante. La proposta di fissare un tetto al diesel sotto 1,90 euro al litro, accompagnata da pressioni sulle compagnie e dall’ipotesi di interventi fiscali o addirittura di prelievi sugli extra-profitti, rientra perfettamente in questa logica: trasformare un problema complesso in una soluzione apparente.

Il punto di partenza è corretto solo in apparenza. I prezzi dei carburanti sono aumentati, spinti da tensioni geopolitiche, in particolare nel Medio Oriente, e da dinamiche globali che nessun governo nazionale può controllare. Ebbene, è proprio qui che emerge l’equivoco: si pretende di agire sui prezzi senza incidere sulle cause. In sostanza, è come cercare di abbassare la febbre rompendo il termometro.

Un tetto ai prezzi, per quanto presentato come misura temporanea o “di emergenza”, introduce un meccanismo che altera profondamente il funzionamento del mercato. Il prezzo non è infatti un numero arbitrario: è il risultato di informazioni diffuse, di costi, di aspettative, di rischi. Quando viene imposto dall’alto, smette di svolgere la sua funzione di segnale. E quando il segnale si spegne, le conseguenze arrivano rapidamente: riduzione dell’offerta, disincentivo agli investimenti, spostamento delle forniture verso mercati più remunerativi.

Non è una teoria astratta, è una regolarità storica. Ogni volta che si è tentato di comprimere artificialmente il prezzo dell’energia o di altri beni essenziali, si sono generate distorsioni: code, razionamenti, carenze. Il problema non è la cattiva volontà degli operatori, è piuttosto la semplice realtà economica: se vendere diventa meno conveniente, si vende meno.

Ancora più paradossale è il tentativo di “negoziare” i prezzi con le compagnie petrolifere, come se si trattasse di una questione discrezionale e non del risultato di un sistema globale. L’idea che basti convocare un tavolo per ottenere un “prezzo giusto” rivela una concezione profondamente amministrativa dell’economia, nella quale il valore dei beni può essere determinato per via politica. Ma il mercato dell’energia non è un ufficio pubblico: è una rete internazionale di produzione, raffinazione, trasporto e distribuzione, nella quale ogni intervento locale rischia di produrre effetti opposti a quelli desiderati. Se poi si aggiunge la minaccia di un prelievo sugli extra-profitti, il quadro si completa. Si colpisce proprio ciò che, in una fase di incertezza, consente al sistema di adattarsi: la capacità di remunerare il rischio. Tassare ex post i risultati positivi significa introdurre un ulteriore elemento di instabilità, scoraggiando gli operatori dal sostenere costi e investimenti in un settore già esposto a forti oscillazioni.

Eppure, nello stesso dibattito, emerge un dato che dovrebbe orientare diversamente le scelte: una quota significativa del prezzo dei carburanti è composta da imposte. Accise e Iva in particolare rappresentano una componente strutturale del costo alla pompa. Quando il prezzo sale, cresce automaticamente anche il gettito fiscale. Lo Stato, dunque, non è un osservatore neutrale: è parte integrante del meccanismo. Questo rende ancora più evidente la contraddizione. Da un lato si denuncia il caro carburanti; dall’altro si mantengono, e talvolta si rafforzano, i prelievi che contribuiscono a determinarlo. Le cosiddette “accise mobili”, pur con tutti i loro limiti, nascevano proprio dall’esigenza di evitare questo effetto paradossale. Ma anche in questo caso la cautela prevale, perché ridurre le imposte significa rinunciare a entrate. Il risultato è un cortocircuito: si interviene sui prezzi per compensare effetti che derivano, in parte, dallo stesso sistema fiscale. Si crea così un circolo vizioso nel quale la politica prima contribuisce al problema e poi tenta di risolverlo con strumenti ancora più invasivi.

Esiste tuttavia un’alternativa, meno appariscente ma più coerente: restituire al prezzo la sua funzione e ridurre il peso che lo altera. Significa intervenire in modo stabile sulla componente fiscale, semplificare il quadro normativo, evitare interventi discrezionali che aumentano l’incertezza. Significa, soprattutto, riconoscere che l’energia non è un settore che può essere governato con decreti estemporanei, bensì un sistema complesso che richiede regole chiare e prevedibili. Il vero nodo, in fondo, è sempre lo stesso: la pretesa di sostituire con decisioni politiche ciò che nasce dall’interazione di milioni di scelte individuali. Ogni volta che questa sostituzione avviene, il risultato non è un mercato più equo, ma un mercato più fragile. E quando si tratta di energia, la fragilità non resta confinata nei grafici: si traduce in costi più alti, minore disponibilità e, alla fine, in un danno proprio per quelle famiglie e imprese che si volevano aiutare.

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