Milei e il consenso che nasce dalla realtà

In un mondo che promette protezione, Milei costruisce consenso togliendo potere alla politica e restituendolo agli individui.
di Sandro Scoppa 
Nel panorama politico internazionale, sempre più affollato da leader che cercano consenso promettendo protezione, spesa e interventi correttivi, il caso di Javier Milei rappresenta una discontinuità rara. Non tanto per lo stile – certamente dirompente – quanto per la sostanza delle scelte politiche che lo accompagnano. In un’epoca in cui il potere pubblico tende a presentarsi come argine universale contro ogni incertezza, Milei costruisce consenso facendo l’opposto: riducendo l’intervento dello Stato e restituendo centralità alle decisioni individuali.
I dati più recenti sul gradimento dei leader mondiali mostrano come il presidente argentino mantenga un livello di approvazione significativo, nonostante – o forse proprio a causa di – politiche che rompono con decenni di gestione assistenziale dell’economia. È un dato che merita attenzione, perché smentisce un luogo comune radicato: l’idea che il consenso politico possa essere mantenuto solo attraverso la spesa pubblica, i sussidi e la distribuzione di benefici selettivi.
La traiettoria argentina è istruttiva. Per anni il Paese ha vissuto in un equilibrio artificiale, sostenuto da deficit cronici, inflazione strutturale e un’espansione continua del perimetro statale. In questo contesto, la promessa implicita era sempre la stessa: lo Stato avrebbe protetto tutti, a condizione di tollerare inefficienze, sprechi e perdita di libertà economica. Milei ha rotto questo schema, dichiarando apertamente che la crisi non era un incidente, ma il risultato coerente di quelle scelte.
La metafora della “motosega” – spesso ridotta a slogan – è in realtà la sintesi visiva di un’idea precisa: il problema non è la mancanza di nuove politiche pubbliche, ma l’eccesso di quelle esistenti. Tagliare spesa, enti inutili, regolazioni oppressive non è presentato come un sacrificio temporaneo in vista di nuovi interventi, ma come una condizione necessaria per restituire spazio alla cooperazione volontaria, all’iniziativa privata, alla responsabilità individuale.
Ciò che sorprende molti osservatori è che questo messaggio trovi ascolto. Eppure non dovrebbe. In un contesto di inflazione elevata, salari erosi e crescita stagnante, la promessa di “più Stato” perde credibilità. Al contrario, l’idea di rimuovere ostacoli, ridurre vincoli e lasciare che siano le scelte degli individui a guidare l’economia appare, per una parte crescente dell’opinione pubblica, non ideologica ma realistica.
Il consenso di Milei non nasce da un’illusione collettiva, ma dalla rottura dell’illusione precedente. Non promette sicurezza garantita, ma regole più semplici. Non offre protezione universale, ma opportunità. Non chiede fiducia nello Stato, ma fiducia nella capacità delle persone di decidere per sé. È una proposta politicamente rischiosa, perché espone il potere al giudizio immediato dei risultati. Ma è proprio questa esposizione che la rende credibile.
In un mondo in cui molti governi amministrano la scarsità creata dalle proprie politiche, l’Argentina di Milei prova a rimuoverne le cause. Il consenso che ne deriva è fragile, certo, ma ha una qualità diversa: non è costruito sulla promessa di benefici futuri, bensì sulla percezione di un cambiamento reale. Ed è forse questo l’aspetto più interessante della sua esperienza: dimostrare che, anche oggi, togliere potere alla politica può essere più convincente che promettere di usarlo meglio.

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