Quando la politica “guida” la società, la libertà scompare
Dalla pianificazione socialista alle politiche contemporanee: quando l’idea di guidare la società diventa dominio sull’individuo
di Sandro Scoppa
C’è un filo sottile ma tenace che lega le grandi teorie del Novecento alle politiche pubbliche di oggi. Non è fatto di slogan ideologici espliciti, né di richiami dichiarati a sistemi ormai archiviati dalla storia. È qualcosa di più profondo: l’idea che la società possa essere guidata, corretta, indirizzata da chi ritiene di conoscerne la direzione. È questa la vera eredità di una visione che, pur cambiando linguaggio, continua a manifestarsi sotto forme nuove e spesso più sofisticate.
Nel testo “Marxism and the Manipulation of Man”, Ludwig von Mises individua con lucidità il nucleo di questa impostazione: la convinzione che esista una legge della storia già tracciata e che alcuni soggetti – partiti, élite, apparati – siano legittimati a interpretarla e applicarla. Non si tratta solo di un errore teorico. È il presupposto che consente di trasformare l’organizzazione sociale in un processo di direzione dall’alto, dove l’individuo smette di essere protagonista e diventa oggetto.
Questa logica non è scomparsa. Si è adattata. Oggi riemerge ogni volta che il dibattito pubblico presenta determinate scelte come inevitabili: nelle politiche energetiche costruite su obiettivi rigidi e centralizzati, nelle regolazioni del mercato immobiliare che pretendono di correggere i prezzi senza intervenire sulle cause, nei programmi di spesa pubblica giustificati come strumenti necessari per “guidare” l’economia. In tutti questi casi, il tratto comune è la pretesa di sostituire le decisioni diffuse con un disegno unitario.
Il punto decisivo, già chiarito dallo scienziato austriaco, è che il problema non è la presenza di un piano, ma la sua concentrazione. Ogni individuo pianifica: sceglie, valuta, agisce. Ma quando il piano diventa unico e vincolante, quando pretende di imporsi su tutti gli altri, si trasforma inevitabilmente in comando. E il comando, per essere efficace, richiede strumenti coercitivi. Non sempre espliciti, spesso amministrativi, ma non per questo meno incisivi.
Un esempio evidente si ritrova nelle politiche abitative contemporanee. Di fronte all’aumento dei prezzi, la risposta ricorrente consiste nel tentativo di fissare canoni, introdurre vincoli, moltiplicare obblighi. È un approccio che ignora deliberatamente il ruolo delle restrizioni urbanistiche, della pressione fiscale, della complessità normativa. Si interviene sugli effetti, lasciando intatte – e anzi rafforzando – le cause. Il risultato è noto: meno offerta, maggiore rigidità, ulteriore scarsità. Ma soprattutto, una progressiva compressione della libertà contrattuale.
Lo stesso schema si ritrova nelle politiche industriali e nelle strategie di transizione economica. L’idea di fondo è che determinati settori debbano essere incentivati, altri scoraggiati, altri ancora trasformati secondo una traiettoria definita a priori. Si parla di indirizzo, di coordinamento, di accompagnamento. Ma nella sostanza si tratta di un processo di selezione centralizzata che riduce la pluralità delle scelte e trasferisce il potere decisionale verso l’alto.
A rendere questo processo ancora più efficace è l’uso del linguaggio. Le politiche vengono presentate come strumenti di equità, sostenibilità, sicurezza. Termini che, per la loro natura elastica, consentono di giustificare interventi sempre più estesi. È qui che la riflessione di Mises si rivela particolarmente attuale: il controllo non si impone solo con norme e divieti, ma attraverso la costruzione di un consenso che lo rende accettabile, persino desiderabile.
Il rischio, oggi come allora, non è soltanto economico. È culturale. Quando si accetta l’idea che la società debba essere progettata, si accetta implicitamente che qualcuno abbia il diritto di farlo. E quando questo diritto viene riconosciuto, la libertà individuale diventa una variabile subordinata, adattabile, comprimibile.
La vera alternativa non è tra intervento e assenza di intervento, ma tra concentrazione e dispersione del potere. Tra un ordine imposto e un ordine che emerge dalle scelte degli individui. Ignorare questa distinzione significa continuare a inseguire soluzioni apparenti, destinate a produrre problemi sempre più complessi.
In questo senso, la lezione di Mises non appartiene al passato. È un avvertimento per il presente. Perché ogni volta che qualcuno sostiene di sapere dove la società deve andare, la domanda da porsi non è se abbia ragione. È chi pagherà il prezzo delle sue decisioni.


