Autovelox non censiti, il Potere che non rispetta le regole che impone

Lo stop agli apparecchi irregolari non è una riforma: è la prova che per anni i cittadini sono stati colpiti da strumenti fuori controllo

di Sandro Scoppa*

La decisione del MIT — ricollegata a una recente previsione legislativa e ora pure riportata dagli organi di stampa — di disattivare gli autovelox non censiti conferma che una parte significativa dell’amministrazione ha agito troppo a lungo al di fuori delle regole. Gli enti locali hanno infatti utilizzato apparecchi non registrati, non verificati, non omologati con la diligenza minima che ci si aspetterebbe da chi pretende di accertare infrazioni e imporre sanzioni economiche. A fronte di questa disinvoltura pubblica, ai cittadini veniva chiesta obbedienza assoluta, come se la legittimità del potere fosse un presupposto naturale e non un dovere da dimostrare.

Il cuore del problema è tuttavia che questi dispositivi, esattamente come certi semafori regolati in modo surreale e molte ZTL concepite più come sbarramenti che come strumenti di ordine urbano, sono diventati un modello di finanziamento parallelo. La loro collocazione lo rivela meglio di qualunque atto ufficiale: non presidiano i punti realmente pericolosi, ma quelli che garantiscono un flusso costante di entrate. Dove la sicurezza è davvero in gioco, gli strumenti elettronici scarseggiano; dove il traffico è intenso e la tentazione di colpire è minima, si moltiplicano. È la geografia della fiscalità occulta: non si prevengono incidenti, si intercettano automobilisti.

La resistenza delle amministrazioni al censimento nazionale nasce da questa dinamica. Una mappa completa e pubblica degli apparecchi avrebbe imposto trasparenza, e questa è in realtà ciò che più disturba un sistema abituato a operare senza dover spiegare. La questione dell’omologazione, ignorata fino a quando i tribunali non hanno iniziato a demolire verbali e a segnalare vizi tecnici macroscopici, è l’altra faccia della stessa mentalità: non verificare, né controllare, e neppure approfondire, purché il flusso delle sanzioni continui. È un modo di procedere che nessun soggetto privato potrebbe permettersi senza conseguenze immediate; nonostante ciò, per anni, si è ritenuto normale e persino legittimo.

Eppure, la sicurezza stradale non ha nulla a che vedere con simile impianto. Un sistema serio avrebbe puntato su infrastrutture adeguate e mantenute, limiti di velocità credibili, segnaletica chiara, semafori calibrati con criteri trasparenti, pattuglie nei tratti realmente rischiosi e ZTL progettate per rendere vivibile il centro e non per trasformarlo in una lotteria tariffaria. La sicurezza non nasce da un dispositivo nascosto dietro un guardrail, bensì da un’azione pubblica coerente, verificabile e responsabile. Dove c’è trasparenza, la responsabilità individuale cresce; dove c’è arbitrio, resta solo la paura della sanzione.

La verità, è il caso di sottolineare, è che si è preferito il modello opposto: invece di costruire condizioni che rendano naturale rispettare le regole, si è apprestato un apparato pensato per cogliere in fallo. Non si è investito sulle strade, ma sulle telecamere; non si è curata la chiarezza, si è privilegiata l’ambiguità. Soprattutto non si è cercato l’ordine, si è inseguito il gettito a ogni costo. E quando la funzione principale di un apparato repressivo non è prevenire comportamenti pericolosi ed è piuttosto creare un flusso di entrate, quell’apparato non è più uno strumento dello Stato: è una tassa mascherata, che passa per “sicurezza” ciò che è in realtà un meccanismo di estrazione.

Lo stop agli autovelox non censiti pertanto non è un passo avanti: è la rimozione di ciò che non avrebbe mai dovuto esistere. E dovrebbe essere solo l’inizio. Perché una società libera non accetta che il potere colpisca senza essere controllato, non tollera strumenti che operano nell’ombra né considera normale che chi punisce sia meno vincolato alla legge di chi viene punito. Se davvero si vuole costruire sicurezza, occorrono regole limpide, limiti ragionevoli, controlli umani nei punti davvero critici, manutenzione costante e un’amministrazione che non confonda la mobilità con una miniera fiscale.

La sicurezza è un valore. La sorveglianza a scopo di gettito, no. E quando la seconda si traveste da prima, l’unico risultato è un potere che cresce e una libertà che si restringe. Questa è la vera riforma da fare: rimettere l’individuo al centro, e il potere ai suoi limiti.

* Pubblicato su Strade

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