L’avvocato a premio: così si svilisce una professione libera e di garanzia

Nel decreto sicurezza un incentivo a risultato trasforma il difensore in esecutore: quando il potere entra nel rapporto cliente-avvocato, la libertà arretra
di Sandro Scoppa
Nel decreto sicurezza approvato dal Senato nell’aprile 2026 è stata introdotta una norma che segna un passaggio pericoloso: l’avvocato che assiste un migrante irregolare riceve un compenso solo se il suo assistito accetta il rimpatrio volontario e lascia effettivamente il Paese. Se resta, nulla. Non è un sostegno alla difesa, ma un incentivo mirato a produrre un esito. Circa 615 euro per pratica, sì — ma soprattutto un principio: pagare il difensore solo quando il risultato coincide con l’obiettivo dello Stato.
È qui che si consuma lo scarto. Il diritto non è un dispositivo per ottenere comportamenti, è un limite al potere. L’avvocato non è un terminale dell’amministrazione, è l’argine che impedisce al potere di tracimare nella sfera individuale. Introdurre un compenso a risultato dentro la funzione difensiva significa rovesciare questo equilibrio: la tutela diventa leva, la consulenza diventa strumento, la libertà diventa variabile dipendente.
Il meccanismo è tanto semplice quanto corrosivo: se il cliente parte, il professionista viene pagato; se il cliente resta, il lavoro non vale nulla. È una selezione economica degli esiti. Non serve evocare astratte violazioni: basta osservare l’incentivo per capire dove si sposta l’asse. Il consiglio legale non è più libero, perché non è più indifferente all’esito. E quando il consiglio non è libero, non è più tutela, ma orientamento.
Nell’iniziativa in discussione non è in realtà in gioco una politica migratoria, ma un principio generale: la separazione tra chi esercita il potere e chi difende l’individuo dal potere. Fonderli, anche solo in parte, significa svuotare di senso la funzione di garanzia. È un’idea antica e ricorrente: utilizzare gli strumenti del diritto per dirigere i comportamenti. Ma ogni volta che accade, il prezzo è lo stesso: si riduce lo spazio dell’autonomia individuale e si estende quello dell’intervento.
C’è un’alternativa, ed è coerente con un ordinamento che prenda sul serio la libertà: regole semplici, procedure rapide, responsabilità chiare. Se si vogliono rimpatri più efficaci, si lavori su tempi e certezza delle decisioni, non sulla trasformazione dell’avvocato in un agente incentivato. Il mercato delle scelte individuali — anche quelle difficili — non si governa con premi mirati, ma con informazioni corrette e regole prevedibili.
Perché quando lo Stato entra nel rapporto tra difensore e assistito con un incentivo economico, non sta migliorando l’efficienza: sta comprando un risultato. E quando la difesa diventa acquistabile a esito, non è più difesa. È amministrazione travestita. E in quel momento il diritto smette di essere limite al potere e diventa il suo strumento più raffinato.
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