Il parlamento non è una fabbrica
Confondere la quantità di leggi con la qualità del governo è l’errore del nostro tempo: il Parlamento non deve produrre norme, ma limitare il potere.
di Sandro Scoppa
Nel modo in cui oggi si guarda all’attività parlamentare, si riflette una trasformazione profonda e non dichiarata: l’idea che, come ha denunciato Bruno Leoni, il diritto sia, «un qualcosa che viene fabbricato, anzi prefabbricato, […] da personale apposito, in appositi luoghi di produzione (le Camere)». È a partire da questa concezione che si spiega l’ondata polemica sollevata dall’ipotesi – poi rientrata – di una settimana corta per i lavori dell’Aula. Quasi che un giorno in meno equivalga a una perdita di produttività, a una flessione della resa legislativa, e che il Parlamento debba misurarsi per turni, ritmi e quantità di uscite, proprio come un’impresa industriale.
Il diritto, ha ricordato lo stesso politologo liberale, non si costruisce né si confeziona come un prodotto da immettere sul mercato. Non nasce da un progetto tecnico né da un atto creativo della maggioranza. Il vero diritto si scopre: è un ordine che affiora spontaneamente dall’esperienza. Trasformare l’attività parlamentare in una produzione normativa significa stravolgerne la natura. Il Parlamento smette in tal modo di contenere il potere e finisce per alimentarlo; la legge, da garanzia imparziale, diventa strumento mutevole, piegato agli interessi di volta in volta prevalenti.
È così che si è compiuta, nel tempo, una trasformazione silenziosa ma radicale: dalla legge alla legislazione. La prima, nel senso proprio del termine, è generale, astratta, impersonale. Non ordina risultati, ma stabilisce confini. Non impone comportamenti, ma consente azioni. La seconda, la legislazione, al contrario, è il prodotto mutevole della volontà politica. Non regola lo spazio della libertà, ma lo occupa. Varia con le maggioranze, serve gruppi specifici, nasce per soddisfare interessi organizzati. In questo passaggio, la sovranità della legge ha lasciato il posto alla sovranità del legislatore.
A fondamento di questa degenerazione vi è un errore di fondo, di natura epistemologica: la convinzione che possa esistere un sapere centralizzato, capace di stabilire per tutti cosa sia giusto e utile. È il mito del “Grande Legislatore”, figura onnisciente che tutto prevede e tutto regola. Ma questa visione ignora la realtà della condizione umana: ogni individuo è fallibile, e nessuno dispone di conoscenze superiori o totali. La società non può essere ordinata da un centro, perché la conoscenza è frammentata, dispersa, situata. Nessuno possiede una visione superiore da cui decidere per tutti. Come ha rilevato Adam Smith e ha ribadito Friedrich A. von Hayek, ogni individuo conosce meglio di qualsiasi autorità pubblica la propria situazione, le proprie risorse, i propri fini. La conoscenza è dispersa nella società, e solo regole generali e stabili consentono a ognuno di agire secondo il proprio progetto.
Le vere regole della convivenza – il rispetto della proprietà, dei contratti, dell’integrità personale – non sono state concepite da un legislatore, ma sono emerse dalla prassi sociale. Il diritto, come la lingua o la moneta, nasce spontaneamente. Pretendere di sostituirlo con un prodotto deliberato significa travolgere ciò che ha retto per secoli le società libere. Il Parlamento dovrebbe limitarsi a riconoscere dette regole, non a reinventarle ogni settimana.
E invece, nel nostro tempo, il legislatore è diventato protagonista. A ogni problema corrisponde una norma, a ogni tensione si risponde con una riforma, a ogni emergenza si aggiunge un nuovo divieto. Le Camere, da custodi della misura, si sono trasformate in officine legislative. Articoli, commi e regolamenti vengono sfornati in continuazione, mentre si abbandona la funzione più alta: quella di contenere il potere. Ma una società ordinata non ha bisogno di leggi incessanti, bensì di certezze durature. E i cittadini non devono essere guidati passo dopo passo, ma lasciati liberi di scegliere.
La sovrapproduzione legislativa non è segno di vitalità, ma di confusione. Un ordinamento che cambia continuamente disorienta, paralizza, scoraggia. L’idea stessa di responsabilità personale si indebolisce, sostituita da un’attesa permanente di disposizioni dall’alto. Il diritto diventa un flusso instabile, in cui tutto può essere riscritto, annullato, contrattato. E ciò che non è vietato oggi può esserlo domani. In questo clima, la libertà diventa un’eccezione provvisoria, e non una condizione normale.
Ecco perché il problema non è la settimana corta, ma la mentalità lunga. L’idea che il valore di un’istituzione rappresentativa si misuri in chilometri di Gazzetta Ufficiale. Che ogni momento di silenzio sia tempo perso. Che legiferare significhi necessariamente fare il bene. È una visione produttivista e pericolosa, che sacrifica l’ordine spontaneo alla presunzione del controllo totale.
Una società libera non nasce da un progetto, ma da un limite. Da una politica che si trattiene, da un diritto che non dice cosa dobbiamo fare, ma cosa non dobbiamo violare. Chi legifera serve a questo: a impedire che il potere dilaghi, non a inventare la vita buona per decreto. Quando si dimentica questo, il cittadino si ritrova suddito, e la legge – da scudo – si fa arma.
Il Parlamento non è una fabbrica. È, o dovrebbe tornare a essere, il luogo della misura. Dove il compito più alto non è produrre norme, ma riconoscere quando è necessario non farlo.

