Ulisse, il nessuno e la paura della folla

Dall’affresco riemerso nel palazzo dei principi di Monaco alla modernità: il viaggio dell’eroe omerico rivela il conflitto eterno tra individuo e massa anonima.
di Sandro Scoppa
A restauro ultimato, nel 2026, domina sulla volta della sala del trono del palazzo dei principi di Monaco un affresco monumentale: Ulisse e le ombre dei morti, riportato alla luce nel 2020. La scena rappresenta uno degli episodi più enigmatici dell’Odissea: la discesa dell’eroe negli Inferi. Non è soltanto un capolavoro pittorico, ma una potente allegoria della condizione umana. E soprattutto del destino dell’individuo.
Nel libro XI del poema omerico Ulisse incontra dapprima figure riconoscibili: eroi, guerrieri, compagni di guerra. Ogni ombra ha un nome, una storia, una memoria. È il mondo dell’identità e della fama, quello che i Greci chiamavano kleos: il riconoscimento pubblico dell’individuo.
Poi accade qualcosa di inatteso. I volti scompaiono. Non arrivano più eroi, ma una massa indistinta di spiriti. Il poeta descrive «un infinito popol di spirti» che si accalca con frastuono. Ulisse è preso dal terrore e fugge.
Non teme soltanto la Gorgone. Teme qualcosa di più profondo: la perdita dell’identità. La folla anonima.
È un passaggio straordinariamente moderno. L’eroe che aveva ingannato Polifemo dichiarandosi Οὖτις, “Nessuno”, capisce improvvisamente che quel nome può diventare una condizione permanente. Non essere nessuno significa dissolversi nella massa.
L’Occidente ha continuato a interrogarsi su questa figura. Nel Medioevo Dante riprende Ulisse e lo trasforma radicalmente. Nel canto XXVI dell’Inferno non troviamo più l’eroe del ritorno ma l’uomo che spinge i compagni oltre i confini del mondo conosciuto. «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».
Qui emerge un’altra dimensione: l’individuo come esploratore della conoscenza. Non un uomo fuso nella collettività, ma una persona che sceglie, rischia, persuade.
Molti secoli dopo James Joyce compie un ulteriore passo. Il suo Ulysses non racconta un eroe epico, ma una giornata ordinaria nella vita di Leopold Bloom, un uomo qualunque che attraversa Dublino. L’Ulisse moderno non compie imprese straordinarie: vive nel quotidiano.
E tuttavia la domanda resta la stessa: come evitare di diventare uno dei tanti, un volto indistinto nella folla?
La risposta può essere trovata anche nella teoria della conoscenza di Friedrich A. von Hayek. Il pensatore austriaco ha spiegato che la conoscenza nella società è dispersa tra milioni di individui. Nessuna autorità centrale può possederla tutta. Ogni persona conosce circostanze particolari, opportunità locali, informazioni che altri non possiedono.
La società funziona quando queste conoscenze individuali possono coordinarsi liberamente. Quando invece si tenta di organizzare tutto dall’alto, gli individui diventano numeri, categorie, masse indistinte.
Ulisse rappresenta esattamente l’opposto della massa anonima. La sua forza non è il potere ma l’intelligenza concreta delle situazioni. Ogni sua decisione nasce dall’osservazione diretta, dall’esperienza, dall’iniziativa personale.
È il contrario della logica collettivista che riduce gli uomini a elementi intercambiabili.
La scena degli Inferi diventa allora un simbolo potente. L’eroe vede avanzare una moltitudine senza nome e comprende il pericolo più grande: perdere l’individualità.
Non è un timore antico. È il rischio costante delle società moderne, dove burocrazie, apparati e pianificazioni tendono a trasformare le persone in categorie astratte.
Joyce aveva intuito questo processo trasformando l’eroe omerico in un cittadino qualunque. L’Ulisse del Novecento non combatte mostri ma attraversa una città piena di individui che rischiano di diventare invisibili.
E forse proprio l’affresco di Monaco, riportato alla luce dopo secoli, ci ricorda qualcosa di essenziale. L’uomo non è nato per essere una particella della folla. È nato per essere riconoscibile, irripetibile, responsabile delle proprie scelte.
In fondo tutta la storia di Ulisse racconta questo: l’uomo che per salvarsi si chiamò “Nessuno” passa la vita a riconquistare il proprio nome. E la folla che lo terrorizza negli Inferi è il monito più attuale che ci sia: quando l’individuo scompare nella massa, scompare anche la libertà.

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