Il rito dell’invidia mascherato da giustizia sociale
Note a margine di un’intervista di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil: l’illusione di redistribuire ricchezza senza crearla alimenta stagnazione e disuguaglianze
di Sandro Scoppa
In una intervista dei giorni scorsi, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha illustrato le ragioni dello sciopero generale indetto per venerdì 12 dicembre 2025 contro la manovra economica. Secondo Landini «il governo deve cambiare rotta» perché «si sciopera innanzitutto per aumentare i salari». Da queste premesse prende forma la sua ricostruzione della crisi italiana: un Paese che, a suo dire, arretra poiché i profitti crescono mentre gli utili vengono distribuiti invece che reinvestiti. Per suffragare la sua tesi, il leader sindacale richiama il fatto che «l’emergenza salariale è confermata non solo dall’Istat ma anche da Mediobanca» e insiste sul dato secondo cui «l’80% dei guadagni è stato suddiviso tra gli azionisti anziché essere investito».
Ebbene, questa lettura, più che descrivere la realtà, la rovescia.
Che un’impresa distribuisca una parte degli utili non è una patologia: è la condizione minima per attrarre capitali e continuare a esistere in un ambiente che, in Italia, spesso scoraggia rischio, innovazione e reinvestimento. Gli utili non investiti non sono la causa della stagnazione: sono l’effetto di un contesto ostile in cui chi rischia teme che ogni iniziativa si scontri con burocrazia, vincoli e instabilità normativa.
Il medesimo segretario insiste poi sul fatto che «siamo nel pieno di un processo di deindustrializzazione», citando automotive, siderurgia, chimica di base e tessile. Il fenomeno è reale, ma le sue cause non hanno nulla a che vedere con la remunerazione degli azionisti. Questi comparti declinano perché per decenni sono stati frenati da regole mutevoli, autorizzazioni senza fine e rigidità che impediscono alle imprese di innovare e competere. Attribuire la crisi ai dividendi è comodo, ma è fuorviante: la radice del problema è l’ambiente in cui la produzione dovrebbe svilupparsi, non la destinazione degli utili.
Il punto centrale dell’intervista è la proposta di introdurre un prelievo aggiuntivo: «Occorre introdurre un contributo di solidarietà», destinato ai patrimoni superiori ai due milioni. Secondo Landini, «riguarderebbe 500 mila persone» e «un loro contributo dell’1,3% permetterebbe di incassare 26 miliardi». L’idea è la stessa che ritorna ciclicamente: colpire chi possiede per sostenere chi ha difficoltà. Senonché, è dato rilevare che nessuna società ha mai creato prosperità tassando il risparmio; al contrario, così facendo indebolisce la base stessa da cui si genera crescita. Colpire il capitale non aumenta i salari: li rende ancora più fragili.

Ancora più discutibile è poi l’argomento secondo cui «se il governo non lo fa e preferisce continuare a far pagare a 38 milioni di italiani 25 miliardi di tasse in più compie una scelta politica ben precisa». È una frase che maschera la questione fondamentale: il problema non è che “altri non pagano abbastanza”, è invece che il carico fiscale complessivo è troppo alto. La patrimoniale proposta non allevia questo peso: lo redistribuisce e lo legittima.
L’intera impostazione presuppone in pratica un’economia statica, un recipiente da cui attingere a piacere. La ricchezza, però, non è uno stock immobile: è un flusso che nasce dall’intraprendenza, dal rischio e dalla libertà di investire. Quando si punisce chi crea valore, il risultato non è una società più equa: è una società più povera. Meno investimenti, meno innovazione, meno produttività, meno salari reali — esattamente l’opposto di ciò che si dice di voler ottenere.
Lo sciopero viene presentato come lo strumento per ristabilire la giustizia, ma in realtà cela finalità esclusivamente politiche e punta contestualmente a impedire ciò che renderebbe possibile salari più alti: meno vincoli e più mobilità, meno prelievi e più libertà di intraprendere. Non si aumenta il benessere sommando divieti: lo si ottiene liberando le energie che generano valore.
La strada indicata dal sindacato non corregge nulla: amplifica il declino. E quando un Paese preferisce punire chi costruisce anziché creare condizioni per far crescere tutti, il risultato è sempre identico: stagnazione per molti, fuga per chi può, impoverimento per tutti.

