La California chiude i rubinetti al fisco
Dopo anni di tasse e spesa crescente, gli elettori iniziano a respingere nuovi prelievi e a chiedere conto del denaro già incassato
di Sandro Scoppa
La notizia arriva dalla California, e proprio per questo ha un peso particolare. Nello Stato americano che più di altri ha trasformato tasse, regolazioni e spesa pubblica in strumenti ordinari di governo, numerosi elettori hanno respinto nuovi aumenti fiscali. Secondo quanto riportato di recente dal Wall Street Journal, sono state bocciate o messe seriamente in difficoltà proposte riguardanti imposte sulle vendite, proprietà immobiliari, soggiorni turistici e grandi imprese.
Non è una conversione improvvisa alla libertà economica. È piuttosto il risultato di una pazienza fiscale consumata. Per anni la politica californiana ha infatti considerato contribuenti, proprietari, imprese e turisti come una riserva sempre disponibile, alla quale attingere ogni volta che i conti pubblici mostravano nuove crepe. Alla cattiva gestione non seguiva una revisione della spesa, bensì un’altra richiesta di denaro. Gli apparati crescevano, i costi aumentavano, i servizi spesso peggioravano e il cittadino veniva chiamato ancora una volta a coprire le inefficienze.
Nella contea di Los Angeles, gli elettori hanno ostacolato un aumento della tassa sulle vendite presentato come indispensabile per i servizi sanitari. Nella città è stata respinta anche l’idea di aumentare l’imposta di soggiorno. A sua volta, a San Diego non ha convinto la proposta di imporre sulle seconde case un prelievo annuale compreso tra 8.000 e 10.000 dollari. Nella contea di Contra Costa, poi, sono stati contestati ulteriori aumenti sulle vendite e sulla proprietà. Persino a San Francisco una tassa sostenuta dai sindacati contro le grandi imprese ha incontrato un’opposizione inattesa.
Il dato più eloquente non sta soltanto nel numero delle proposte respinte, quanto nel venir meno della fiducia verso chi le presenta. Per molto tempo gli amministratori hanno potuto contare sulla paura di perdere un servizio o sulla promessa di migliorarne un altro. Ora una parte dell’elettorato sembra domandare prove, risultati e priorità. È una svolta culturale prima ancora che contabile, perché sottrae alla politica il privilegio di stabilire da sola ciò che è necessario e quanto debba costare.
La reazione è comprensibile anche alla luce dell’elevato costo californiano della vita. Quando abitazione, energia, trasporti e assicurazioni assorbono una quota crescente del reddito, ogni nuovo prelievo riduce la libertà di scelta delle famiglie. La tassa non colpisce una ricchezza astratta: sottrae risorse a consumi, investimenti, risparmio e iniziative valutate da ciascuno secondo le proprie necessità. La spesa pubblica finisce così per sostituire milioni di decisioni individuali con quelle di pochi amministratori, che raramente sopportano il prezzo dei propri errori.
Il metodo rimane riconoscibile. Qualsiasi nuova imposta viene rivestita di una finalità rassicurante: sanità, scuole, biblioteche, emergenze, assistenza. Il nome scelto serve a trasformare il dissenso in insensibilità sociale. Chi si oppone non viene descritto come un cittadino che chiede responsabilità, ma come qualcuno disposto a sacrificare i più deboli. La questione essenziale resta così nascosta: che cosa è stato fatto con tutto il denaro già riscosso?
Il caso delle seconde case mostra con particolare evidenza questa deriva. Un prelievo di migliaia di dollari l’anno non serve soltanto a raccogliere entrate: afferma che il possesso immobiliare è una colpa da espiare. La casa acquistata con il risparmio, ricevuta in eredità o mantenuta dopo anni di lavoro viene trasformata in un bersaglio fiscale permanente. La proprietà non è più un diritto, è invece una concessione che il titolare deve continuamente riscattare.
La tregua, tuttavia, potrebbe durare poco. La cosiddetta Billionaire Tax è ormai destinata al voto in California nel novembre 2026: prevede un prelievo una tantum del 5 per cento sul patrimonio globale dei miliardari residenti nello Stato. Il governatore Gavin Newsom la contesta a livello californiano, temendo la fuga dei contribuenti più ricchi, pur sostenendo l’idea di una tassazione analoga su base federale.
Il punto politico è evidente: persino un governatore dirigista come Gavin Newsom riconosce che una patrimoniale statale può spingere capitali e contribuenti fuori dalla California. Una patrimoniale non incide su una ricchezza immobile: modifica i comportamenti, orienta gli investimenti e induce persone e capitali a cercare altri luoghi in cui vivere, produrre e rischiare.
Dietro siffatta apparente semplicità si nasconde un principio pericoloso. La tassa colpirebbe anche ricchezza non realizzata, formata da azioni, partecipazioni e beni il cui valore può cambiare rapidamente. Il fisco pretenderebbe così denaro su incrementi esistenti soltanto sulla carta, costringendo in alcuni casi i proprietari a vendere attività per pagare il tributo. Una misura presentata come eccezionale aprirebbe inoltre un precedente facilmente estendibile ad altre categorie.
Phillip W. Magness, sul citato quotidiano americano, ha contestato anche le statistiche utilizzate per sostenere che i miliardari paghino aliquote inferiori a quelle dei lavoratori comuni. Secondo l’economista, quei risultati dipenderebbero da valutazioni patrimoniali fragili, da criteri discutibili sull’imposta societaria e dall’esclusione di crediti fiscali riconosciuti ai redditi più bassi. Una costruzione tecnica controversa viene così trasformata in certezza morale e impiegata per giustificare il prelievo.
La vicenda riguarda da vicino anche l’Italia, dove proprietari, imprese, professionisti, automobilisti e turisti vengono considerati fonti inesauribili di entrata. Imu, Tari, addizionali, imposte di soggiorno, canoni e tariffe crescono senza che la spesa pubblica venga davvero sottoposta a disciplina. Il problema non è la scarsità di tributi, ma l’assenza di un limite politico alla loro moltiplicazione. Étienne de La Boétie ha scritto nel Discorso sulla servitù volontaria: «Siate dunque decisi a non servire mai più e sarete liberi!». La rivolta fiscale californiana parte precisamente da qui: dal rifiuto di continuare a finanziare senza domande apparati che non accettano di correggersi. Dire no a una nuova tassa non significa sottrarsi alla comunità. Significa ricordare al potere che il denaro pubblico nasce sempre dal lavoro, dal risparmio e dalla proprietà di qualcuno.

