Il canone Rai? Va abolito, non solo tagliato

Portarlo a 70 euro nel 2026 è un pannicello caldo su un’imposta che non ha più ragione d’essere: una toppa inutile su un’imposizione odiosa e obsoleta

di Sandro Scoppa*

La proposta della Lega di riportare il canone Rai da 90 a 70 euro nel 2026, come riportato in questi giorni dagli organi di stampa, viene presentata come un segnale di alleggerimento fiscale. Non considera, però, che ridurre un’imposta ingiusta non la rende meno ingiusta. È il paradosso italiano: si celebra il “taglio”, mentre si lascia intatto il principio che legittima uno dei tributi più anacronistici del Paese.

Il canone nasce come tassa di possesso di un apparecchio televisivo, figlio di un’epoca in cui la TV era un bene scarso, il pluralismo quasi inesistente e lo Stato riteneva di dover presidiare l’informazione per garantirne l’accesso. Era il 1938, durante in Fascismo, quando venne introdotta la “tassa di concessione governativa per l’apparecchio radio”, poi estesa alla televisione, negli anni ‘50. In quel contesto, il monopolio pubblico era considerato naturale: una sola voce, un solo canale, un solo fornitore, tutto in mano all’autorità. Ma il mondo che aveva partorito quel sistema non esiste più da decenni.

Oggi il canone non ha alcun legame con l’uso effettivo del servizio. Lo pagano famiglie che non guardano la tv di Stato, lo pagano cittadini che vivono di piattaforme digitali, lo pagano milioni di persone che fruiscono dei contenuti attraverso dispositivi che nulla hanno a che vedere con la vecchia televisione: smartphone, tablet, computer portatili. Lo paga, insomma, chiunque non riesca a sfuggire a una tassa progettata per essere inevitabile. Ridurlo significa soltanto calmierare la protesta, non restituire libertà.

Il problema pertanto non è l’importo: è l’imposizione in quanto tale. In nessun altro settore dell’economia si obbliga il cittadino a finanziare un soggetto indipendentemente dall’uso. La azienda radiotelevisiva nazionale, invece, gode di un reddito assicurato, non meritato. Nessun operatore privato sopravviverebbe se non convincesse il pubblico: il mercato premia ciò che funziona e punisce ciò che non serve. Il canone, al contrario, protegge dalla prova del consenso. E quando manca la prova del consenso, il servizio pubblico non ha alcun incentivo a migliorare.

A conferma di ciò, riemerge puntuale la resistenza corporativa di chi considera il canone una risorsa intoccabile: dalle strutture interne dell’emittente arriva infatti il consueto allarme secondo cui qualsiasi riduzione indebolirebbe la stabilità finanziaria del servizio pubblico, metterebbe a rischio gli obblighi previsti dal Contratto di Servizio e dal Media Freedom Act e renderebbe incerta la programmazione industriale, perfino qualora il finanziamento venisse spostato sulla fiscalità generale. Una posizione che, più che difendere i cittadini, difende un privilegio: ammette che senza un gettito garantito per legge l’apparato radiotelevisivo non reggerebbe la prova del mercato, rivelando la natura profondamente auto-protettiva di un sistema che teme il cambiamento perché vive dell’obbligo e non del consenso.

In sede politica, il dibattito – more solito – si concentra sulle coperture: spostare fondi, riassegnare risorse, ritoccare capitoli di bilancio. Epperò, tutto questo è un diversivo. Il nodo vero è un altro: perché deve esistere un’imposta destinata a un’emittente televisiva? Perché lo Stato deve costringere i cittadini a pagare per un servizio che, in un mercato normale, dovrebbe competere sullo stesso piano degli altri operatori? E soprattutto: perché nel 2026 si ragiona ancora come nel 1960?

Uno sguardo comparato chiarisce quanto l’Italia sia rimasta indietro.

La Danimarca, ad esempio, ha abolito la tassa sul possesso nel 2022, finanziando il servizio pubblico con la fiscalità generale e lasciando liberi i cittadini da un’imposizione diretta. La Norvegia, a sua volta, ha fatto lo stesso già nel 2020, riconoscendo che un’imposta costruita su un dispositivo fisico non ha più senso nell’era digitale. Nel Regno Unito, poi, il dibattito è apertissimo: la BBC non riesce più a giustificare un canone rigido in un sistema dominato dalla libertà di scelta. La Germania, invece, ha scelto di trasformare il canone in un contributo universale per nucleo, alimentando un contenzioso infinito che dimostra quanto sia difficile riformare un’imposta quando si parte dal presupposto sbagliato. In tutti questi casi è chiaro un punto: il modello tradizionale è in crisi, e lo è perché non regge economicamente, culturalmente e tecnologicamente.

Il Belpaese rimane prigioniero del suo passato. Difende un istituto nato in un’epoca monopolistica e finge che basti ritoccarne l’importo per modernizzarlo. Ma ridurre il canone non cambia la sua natura. È come limare un ferro arrugginito pensando di trasformarlo in acciaio: si può renderlo meno pesante, non meno inutile.

Una riforma autentica non dovrebbe occuparsi dell’importo, bensì del modello. L’unico passo serio sarebbe un sistema fondato sulla volontarietà: abbonamenti differenziati, offerte tematiche, scelta libera, responsabilità reale. Una Rai capace di vivere delle preferenze degli utenti avrebbe più stimoli a innovare, più libertà editoriale e meno pressione politica. E soprattutto: non graverebbe su chi non la guarda.

La riduzione proposta dalla Lega e discussa da FI, che non mostra apertura, è solo politicamente comprensibile, ma economicamente e civilmente insufficiente. Riduce la pressione, non restituisce scelta. E dove non c’è scelta, non c’è libertà. In un Paese che discute continuamente di modernizzazione, questa sarebbe la riforma più semplice e più coerente: togliere l’obbligo, lasciare spazio alla responsabilità individuale, riconoscere che l’informazione non si protegge con le imposte ma con la concorrenza.

Il canone non va abbassato. Va superato. Perché la libertà non consiste nel pagare un po’ meno una tassa ingiusta: consiste nel non doverla pagare affatto.

* Pubblicato su Atlantico Quotidiano

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