LIBERTOPOLIS – Il sogno di una città possibile

Un racconto immaginario, un fumetto narrativo e una versione audio per esplorare un’idea semplice e radicale: cosa accadrebbe se le relazioni umane, economiche e abitative fossero lasciate vivere?

di Sandro Scoppa

Libertopolis nasce come un racconto. Ma come spesso accade con i racconti migliori, dice molto più di quanto sembri. È la descrizione di una città immaginaria che funziona non perché qualcuno la governa meglio, ma perché nessuno pretende di governarla dall’alto. Un sogno, certo. Ma i sogni servono anche a mettere a fuoco la realtà.

Il fumetto racconta per immagini ciò che il racconto sviluppa per intero nelle parole.

IL RACCONTO (TESTO INTEGRALE)

IL SOGNO*

di Sandro Scoppa

I- Il ritorno

Il treno era arrivato in perfetto orario alla stazione di destinazione. Era stato un viaggio tranquillo, iniziato la sera del giorno prima, che aveva percorso velocemente quasi l’intera penisola. Il convoglio, tra i più moderni in circolazione, era dotato di ogni comfort e poteva essere scelto in un ampio ventaglio tra le tante proposte delle varie compagnie ferroviarie esistenti, che miravano ad attrarre sempre maggiore clientela. La concorrenza tra le stesse aveva avuto effetti benefici anche sul costo dei biglietti, che si presentavano alquanto contenuti. Ciò consentiva a ogni singolo passeggero di poter viaggiare verso le mete desiderate, anche distanti dalla propria residenza o addirittura inusuali, per studio, turismo o per lavoro, assicurandosi, così, le opportunità offerte dalla mobilità e dalla possibilità di conoscere altri posti e nuove persone.

Sceso dalla vettura e attraversato l’ampio atrio centrale della stazione, che era sovrastato da una galleria con il tetto di vetro, al cui interno si trovavano sia i servizi per i viaggiatori sia gli spazi commerciali, giunto in prossimità dell’uscita, il suo sguardo fu attratto dal grande cartellone che campeggiava sul tetto di copertura dell’edificio che si trovava di fronte. Esso magnetizzava l’attenzione della gente e infondeva loro una sensazione piacevole con i suoi colori vivaci, le immagini riprodotte e le scritte ben armonizzate. Un equilibrio perfetto, anche cromatico, che sfociava in un benessere condiviso come si poteva cogliere nitidamente nella serenità dei tanti volti con lo sguardo proteso verso quel “Benvenuti a Libertopolis. La città in cui tutti vogliono vivere”.

Era anche ben augurante, aveva pensato Ludovico, dopo aver osservato a lungo la scritta, mettendosi in scia di un gruppetto di persone che si era formato dalla discesa dal treno e, dopo aver raggiunto insieme a lui l’uscita, si stava lentamente dileguando.

«È indiscutibilmente un’ottima trovata pubblicitaria», aveva poi aggiunto. «Un titolo accattivante, ben consegnato, anche se sembra riecheggiare quello di un film di fantascienza o di un romanzo di Isaac Asimov, Ray Bradbury o di Herbert George Wells», pensò ancora tra sé e sé.

Si percepì comunque rassicurato e pronto nello stesso tempo per l’importante incontro che lo aspettava. Era stato infatti contattato dalla segreteria di una grande società per un incontro con il suo presidente, che aveva intenzione di affidargli un incarico professionale di notevole rilievo.

Questa aveva la sede principale in un luogo molto familiare per lui. Quivi aveva trascorso anni di spensieratezza, a cavallo dei sogni di giovane studente universitario, dopo aver lasciato il paese e gli affetti, per immergersi nella vita d’adulto e negli studi che gli avrebbero dischiuso le porte della futura professione cui ambiva e del successo.

Alle prese allora con codici e leggi, con la dottrina e la giurisprudenza, che lo avevano davvero appassionato, s’immaginava apprezzato avvocato, avvolto nella toga arricchita dalla cordoniera di colore oro e nero, mentre, accompagnato da un grande trasporto emotivo, pronunciava con sapiente eloquio un’arringa dinanzi alla Corte d’Assise.

II- Un mondo aperto

Percorse un breve tratto di strada ed entrò in un bar poco distante. Lo aveva scelto perché era stato attirato dai colori vivaci della parete d’ingresso, sulla quale era riprodotto il famoso dipinto di Vincent van Gogh “La terrazza del caffè di notte”, nonché dalla luce e dalla musica che provenivano dal suo interno, ove aveva notato la presenza di un buon numero di avventori.

Il locale, al suo interno, si presentava accogliente, arredato con gusto, con mobili antichi di pregio, che facevano pendant con il bancone di legno, il pavimento in parquet di rovere antico e le pareti finemente decorate e arricchite con altre riproduzioni di capolavori dei maestri della pittura. Un lampadario di cristallo, ancorato all’alto soffitto di legno, faceva poi risaltare lo scintillio dei pendenti, che creavano piacevoli riflessi di luce e rendevano incantevole il posto. Si portò al bancone e chiese al barman di preparargli un caffè. Questi lo aveva notato, non appena aveva fatto il suo ingresso nel bar. Si era incuriosito dalla sua aria da intellettuale e dall’attenzione che mostrava verso tutti i componenti del medesimo locale, dai quali sembrava affascinato. Lo aveva atteso al suo posto ed era pronto a servirlo nel migliore dei modi.  

«Ecco il suo caffè!» gli disse poi, accompagnando il servizio con un sorriso amichevole che sembrava a sua volta incastonarsi con l’ambiente circostante. «Mi creda, è una vera prelibatezza. È preparato utilizzando una miscela arabica, che lo rende aromatico, delizioso e morbido al gusto. È una qualità pregiata, che importiamo dal Brasile. La torrefazione invece è nostra», aggiunse ancora, mostrandosi prodigo di appropriate e anche coinvolgenti spiegazioni per l’ospite che, a sua volta, sembrava gradire ogni cosa.

In quel momento, un signore distinto, che si trovava a poca distanza da Ludovico e stava consumando un tè insieme ad alcuni suoi amici, pensò di intromettersi nella conversazione tra i primi due e di inserire una digressione, per far meglio comprendere il contesto sociale, economico e politico nel quale stavano vivendo e che aveva reso possibile produrre un caffè così buono e tante altre eccellenze.

«Perdoni la mia intromissione», esordì l’uomo, volgendo lo sguardo verso il suo interlocutore «La bontà dei nostri prodotti dipende anche dalla possibilità di importare facilmente i beni da qualsiasi parte del mondo. Anche dai posti più lontani e da persone a noi sconosciute».

Si fermò un attimo, guardò in direzione degli amici, che mostravano di approvare, e di nuovo verso il suo vicino, che lo stava seguendo attentamente. Poi, con tono caldo ma rassicurante, aggiunse: «Anche la produzione è libera, come lo è il commercio. Da noi ciascun operatore può produrre in piena libertà e commerciare qualunque bene o servizio. Tutto ciò – sottolineò per tutti gli astanti – ha consentito di produrre di più e meglio, a costi inferiori e di elevare di molto la qualità di ciò che possiamo offrire ai nostri clienti».

Tali parole, che condensavano un esteso sapere, raccolsero prontamente la convinta approvazione di Ludovico, manifestata con un leggero movimento del viso e un lieve sorriso. L’altro prese fiato, sorseggiò ancora un po’ di tè e dopo, con il volto che lasciava trasparire soddisfazione per i risultati raggiunti e fiducia per il futuro, concluse dicendo:

«Vede, caro signore, abbiamo colto le opportunità offerte dall’ampliamento del mondo per effetto della globalizzazione e dai benefici che ne sono derivati. Essa ha pure imposto un mutamento delle politiche governative. Qualsiasi attività che in passato necessitava di permessi, autorizzazioni, licenze, visti, ecc., e spesso s’impantanava per molto tempo nelle pastoie burocratiche, oggi può essere avviata immediatamente, senza alcuna interferenza amministrativa. Infatti, è appena sufficiente avere un’idea imprenditoriale e di voler svolgere un’attività volta a colmare un bisogno insoddisfatto, avere la disponibilità di un luogo idoneo e delle attrezzature per realizzare i beni o i prodotti. Anche la vendita dei prodotti è libera e può essere effettuata dappertutto».

L’uomo si congedò e si ricongiunse ai suoi ospiti, allontanandosi da Ludovico, che fece appena in tempo a esternargli un semplice ma sentito: «La ringrazio molto delle preziose informazioni. Mi ha fatto veramente piacere ascoltarla». Avrebbe voluto aggiungergli altresì di aver gustato la prelibatezza che gli era stata servita, che corrispondeva esattamente alla descrizione che aveva inizialmente ascoltato. Soprattutto che gli sarebbe piaciuto continuare quella piacevole conversazione, i cui contenuti aveva trovato davvero appropriati rispetto al luogo che lo stava ospitando e alla presentazione della città che lo aveva catturato al suo arrivo.

Si staccò dal bancone e si mise in coda alla piccola fila di persone, che si era formata dinanzi alla cassa ubicata nei pressi della porta d’ingresso, che stavano aspettando il loro turno per pagare. In quel frangente notò che ogni persona porgeva alla cassiera una moneta diversa dalle altre. Riconobbe i dollari americani e le sterline inglesi, lo yen giapponese e alcuni rubli accanto a banconote che non aveva mai visto prima, come i dinero della banca di Santander e i biglietti della Cassa di Risparmio della Bretagna.

Arrivò infine il suo turno. Si avvinò, si rivolse alla donna che si trovava alla cassa e chiese: «Buonasera, signora. Mi scusi, ho consumato un caffè al banco. Vorrei pagare in euro. Mi potrebbe dire quanto le devo?».

«Certamente, che può. Deve un euro soltanto», rispose lei prontamente, prima di aggiungere garbatamente: «Non si stupisca. A Libertopolis si può pagare con qualsiasi moneta. Da noi circolano ormai liberamente tante monete, molte delle quali sono fornite da banche private esattamente come qualsiasi altra impresa fornitrice di beni o servizi».

Ludovico, che inizialmente non aveva ben chiaro ciò che aveva osservato, comprese così di trovarsi dinanzi a una grandiosa innovazione, che gli richiamava alla mente alcuni studi fatti in passato. Essi lo avevano portato a contatto con un fenomeno, quello monetario, che da sempre aveva attirato l’attenzione dei filosofi sociali e di tutti coloro che operavano nella vita economica, sul quale gli esponenti della Scuola austriaca di economia si erano maggiormente soffermati. A Libertopolis, come aveva potuto rilevare, non si usava più una sola moneta, ma tante monete in competizione tra loro. E ciò agevolava enormemente i consumatori, che erano liberi di scegliere e di utilizzare la valuta che giudicavano più solida e affidabile per i loro affari. Ovviamente non esisteva più una banca centrale che producesse denaro, come avveniva ad esempio con la Banca d’Italia, la Banca Europea o la Federal Reserve, e tutto ciò aveva inevitabilmente fatto scomparire l’inflazione e ridotto l’incertezza, che veniva generata dal monopolio della mano pubblica della moneta e dalle mutevoli decisioni dei governi. Del resto – aveva pensato – è solo una credenza, anche se profondamente radicata, che fosse un diritto esclusivo dello Stato quello di emettere moneta. Questa, infatti, aveva appreso dai libri, veniva usata inizialmente come la bandiera, serviva cioè come simbolo del potere e faceva conoscere al popolo il suo capo, che era quello la cui effige era portata dalle stesse fin nelle parti più remote del regno. Tutto ciò rimandava, in definitiva, a quanto aveva studiato, ossia alla distinzione, che in molti non avevano ancora compreso, fra il “denaro” e la “moneta”. Il primo era nato per via spontanea, al pari della maggior parte delle istituzioni sociali, come ad esempio il linguaggio, il diritto, le città, ecc. La seconda era stata invece creata dalla trasformazione del denaro, istituzione sociale affermatasi senza la programmazione di alcuno, in strumento del potere pubblico. Si ricordò di aver letto nel pregevole saggio sulla “Denazionalizzazione della moneta” dell’economista e scienziato sociale austriaco Friedrich A. von Hayek, Premio Nobel per l’economia nel 1974, che il filosofo greco Diogene, nel IV secolo a. C. aveva definito la moneta come il gioco dei dadi dei politici.

III- Emozioni senza confini

Ludovico lasciò il locale e iniziò a passeggiare lungo il corso principale. La reputò una scelta obbligata, giacché era arrivato in città con apprezzabile anticipo rispetto all’orario stabilito per l’importante appuntamento cui era diretto.

Molti anni erano ormai trascorsi dall’ultima volta che aveva percorso quella strada, e ciò nonostante non aveva dimenticato nulla. Si ritrovò così a camminare, passo dopo passo, su una via lastricata di ricordi, che richiamavano i tanti volti ancora impressi nella sua mente, che più tardi, a volte, erano diventati compagni dei sogni da adulto, le tenerezze date e quelle ricevute. Immaginava finanche di udire parole dette o appena sussurrate, le quali avevano riempito di armonia la sua esistenza e illuminato molte sue giornate.

A un certo punto, mentre era immerso nei suoi pensieri e si cullava nella nostalgia e nel calore del passato, gli sembrò addirittura di scorgere un volto familiare in quella donna in piedi, in attesa nei pressi della porta centrale del tram che gli stava passando davanti e avrebbe raggiunto la fermata da lì a poco.

«È lei!», esclamò, sentendo il cuore battere sempre più forte e ritrovandosi pervaso da un turbamento profondo, che gli aveva fatto perdere il contatto con la realtà e lo spingeva a correre dietro al mezzo, per poterlo raggiungere alla sosta imminente.

«È lei!», ribadì ancora a sé stesso, quella ragazza, Angelica, la collega di corso, che aveva occupato la sua mente e il suo cuore negli anni universitari. Si erano conosciuti in facoltà, il primo anno, a una lezione di economia politica, e da quel momento erano diventati inseparabili. Avevano condiviso gli spazi e il tempo, le emozioni e i sentimenti, appoggiandosi vicendevolmente l’uno all’altra. Avevano percorso insieme le fasi evolutive delle loro esistenze. E ancora insieme avevano affrontato le prove che la vita aveva loro proposto. Addirittura, nella stessa seduta, erano stati proclamati dottori in giurisprudenza. Avevano successivamente festeggiato la conclusione degli studi e il traguardo raggiunto nella splendida cornice nell’isola greca di Santorini, in una vacanza da sogno durata un’intera estate, che i rispettivi genitori gli avevano regalato. Al rientro, si frequentarono per qualche settimana ancora. Poi si separano. Lui ritornò nella sua città di origine, in una lontana località del Nord Italia. Nei loro discorsi, e nelle intenzioni che esprimevano accoratamente anche agli amici, la separazione, condita dai fremiti del distacco e dalle lacrime che lo avevano bagnato, avrebbe dovuto rappresentare un ponte e non un termine, un semplice e temporaneo allontanamento, prima del definitivo ricongiungimento. La cosa funzionò per oltre un anno, anche se, man mano che passavano i mesi, iniziarono a vacillare le certezze che sembravano acquisite. E percepivano che, un mattone dopo l’altro, si stava sgretolando il loro mondo, ove si erano immersi per lungo tempo. Lui, che intanto aveva iniziato a lavorare, cominciò ad avvertire il peso delle lunghe trasferte, che diventarono via via meno frequenti. Lei si trasferì invece per un periodo negli Stati Uniti d’America per un master alla prestigiosa Harvard University. La loro diventò così una storia di sentimenti profondi ma di interminabili telefonate. E di immancabili incomprensioni e litigi. Ciò finì per trasformare quella separazione, che avrebbe dovuto essere un passaggio e non un tramonto, in un addio, nel prodotto avvelenato della lontananza e dell’impossibilità di continuare ancora a vivere quella magica atmosfera che li aveva avvolti e resi simbiotici.

Raggiunse la fermata proprio mentre il tram arrestava la sua corsa. La donna scese dal mezzo e raggiunse il marciapiede. Lui si avvicinò e le si parò davanti, la guardò negli occhi, in silenzio. Stava per rivolgerle la parola e, in un impeto di gioia, avrebbe persino voluto abbracciarla. Si accorse, purtroppo, che non era lei. Anche se ne riproduceva fedelmente le sembianze, le movenze e addirittura la voce, che ascoltò dal breve scambio di battute che ella ebbe con l’amica che la stava aspettando sotto la pensilina e con la quale si allontanò.

Riprese a camminare, nonostante il tumulto emotivo che lo aveva pervaso. Dopo un po’ lo sentì scemare ma solo per essere soppiantato da ben altro rivolgimento: un dubbio, che momento dopo momento, sentiva avvolgerlo sempre di più.

«E se fosse la figlia?», pensò, arrestandosi improvvisamente e lasciando libero sfogo alle considerazioni che, inevitabilmente, gli confermavano quanto aveva osservato e, soprattutto, le percezioni che aveva tratto negli istanti di quel fugace incontro.

Attese ancora un attimo, avvolto dal ricordo dell’evento e dai contorni nitidi di quella figura che sembrava gli fosse apparsa da un passato che non era in realtà mai terminato. Era consapevole di ciò. Capiva bene che stava vivendo un’emozione che era riemersa, aveva attraversato il tempo e lo spazio e si ricongiungeva alle altre che aveva vissuto e vivevano ancora con lui.

Decise tuttavia di allontanare temporaneamente quel pensiero, di raccoglierlo con ordine e di riporlo con cura dentro di sé. Giammai di rimuoverlo.

IV- La strada maestra

Si mosse lentamente, seguendo l’andamento della via che gli si apriva dinanzi. Ne percorse ancora un tratto. La strada era popolata di gente, abbellita da tante insegne colorate e da cartelloni pubblicitari, ed era arricchita da un gran numero di negozi e altre attività che sembravano trattare ogni prodotto e servizio. Il traffico dei mezzi, nonostante fosse intenso, si presentava ordinato e silenzioso.

Si rese conto di quanti cambiamenti avessero investito quel posto e, soprattutto, la città, che anni prima, quando era ancora conosciuta col vecchio nome impostogli dal Regime fascista, si mostrava decadente e metteva in mostra la desertificazione, che all’epoca appariva irreversibile e inarrestabile, che aveva investito il suo corso principale. Si potevano così notare, a quel tempo, le numerose serrande abbassate, che tuttavia facevano sovente intravedere i segni di un fulgido passato e di un benessere trascorso, ma ora esprimevano quel senso di abbandono che aveva impregnato la maggior parte dei centri urbani di molte altre località. Si era anche ricordato degli studi, delle ricerche e delle discussioni che avevano posto al centro il problema, che vedeva contrapporsi i proprietari degli immobili e i conduttori, ai quali si aggiungevano spesso i politici e i rappresentanti delle amministrazioni comunali. Le tesi che si fronteggiavano, a volte persino con veemenza e nondimeno senza alcun risultato concreto, erano espresse, da un lato, dai locatori, che lamentavano la quasi assente redditività dei loro beni, causata dai lacci e lacciuoli imposti dalla legislazione che riguardava le locazioni nonché dall’eccessiva tassazione, i quali ostacolavano la composizione degli opposti interessi e di raggiungere accordi con i conduttori; dall’altro, da questi ultimi, che si limitavano invece a denunciare come eccessivi i canoni pretesi dai proprietari, spesso celandosi dietro barriere ideologiche piuttosto che ai dettami dell’economia. A loro volta, politici e municipalità, lungi dall’agevolare la composizione del conflitto, assumevano, nella maggior parte dei casi, posizioni che avevano ben poco da spartire con gli insegnamenti dei maggiori economisti e con le dinamiche di mercato, finendo per alimentare ulteriormente il contrasto tra i due elementi che già, per loro natura, si presentavano come antinomici.   

Ludovico, sempre più incuriosito da quanto aveva scoperto, decise di fare una piccola indagine. Raggiunse alcune persone che sostavano davanti alla scintillante vetrina di un negozio di abbigliamento e iniziò col chiedere a una di loro, che capì essere il titolare dell’esercizio, le ragioni del fenomeno cui stava assistendo.

«Mio caro signore, qui sono cambiate molte cose da un po’ di tempo», gli disse subito il negoziante, che mostrava di conoscere a fondo l’argomento.

«Io stesso sono un testimone di tali mutamenti. Pensi, ad esempio, che alcuni anni orsono ho preso in affitto questo immobile per gestire la mia attività. È stato relativamente facile trovarlo, scegliendolo tra i tanti offerti sul mercato, e non ho nemmeno incontrato alcuna difficoltà a raggiungere l’accordo con il proprietario. Sono convinto che abbiamo posto in essere uno scambio vantaggioso per entrambi».

«Infatti – aggiunse subito dopo – abbiamo sottoscritto un contratto nel quale sono state inseriti unicamente i patti e le condizioni che abbiamo concordato in piena autonomia. Abbiamo stabilito, assecondando le nostre esigenze, la durata dell’affitto e un canone equo, corrispondente ai prezzi di mercato».

Stava per esprimere altre considerazioni, ma fu interrotto da Ludovico che, un po’ meravigliato della spiegazione, si affrettò a chiedergli: «Ma com’è mai possibile tutto ciò? E le clausole che la legge impone quando si sottoscrive un contratto di locazione?».

 «Mi dica ancora – gli chiese poi senza indugio – che fine hanno fatto le tasse che gravano sugli immobili, sul reddito delle persone e delle imprese, sui contratti di locazione, che condizionano ogni cosa?».

La risposta non si fece attendere. A renderla fu però un’altra persona del gruppo, che aveva seguito la conversazione e si premurò di sottolineargli: «Capisco che le parole del signore possono averla meravigliata. Deve comunque sapere che da noi non esiste più una legge speciale sulle locazioni. Utilizziamo solamente il codice civile, che non impone nulla, neppure una durata minima dei rapporti o altre diavolerie, e lascia totale libertà alle parti, che possono regolare come meglio credono i loro interessi».

A seguire, prese la parola un altro tra i presenti, che rivelò inoltre di essere proprietario di alcuni immobili nello stesso corso: «Il Governo – sottolineò immediatamente – ha abrogato numerose leggi, tra le quali tutte quelle che imprigionavano gli affitti degli immobili, urbani e rustici, ingabbiandoli con vincoli di durata e altre clausole che, in teoria, avrebbero dovuto proteggere i conduttori ma che, in realtà, avevano finito per penalizzarli e per danneggiare l’intera economia»

Quindi, rispondendo all’altra domanda posta da Ludovico, aggiunse: «Anche la tassazione è stata notevolmente ridotta. Sono state eliminate le tasse sugli immobili, sui contratti e sulle attività ed è stata introdotta una flat tax con un’aliquota fissa del dieci per cento valevole indistintamente per tutti».

* Tratto dal volume: “Un mattone dopo l’altro” di V. Nasini e S. Scoppa (a cura di), Rubbetino editore, Collana “Biblioteca della proprietà” di Confedilizia, 2022.

Articoli simili