Discorso del presidente Javier Milei al Nueva Economía Fórum 2026, presso il Real Casino Gran Círculo di Madrid (Testo integrale in italiano)

Discorso del presidente Javier Milei al Nueva Economía Fórum 2026, presso il Real Casino Gran Círculo di Madrid

Mercoledì 21 ottobre 2026

Buongiorno a tutti. Prima di tutto, voglio dire che questo luogo mi rende molto felice, perché proprio qui mi è stato consegnato il Premio Juan de Mariana. Tornarci è quindi una gioia.

Oltre alla felicità di essere qui, voglio ringraziare Nueva Economía Fórum e il suo presidente José Luis Rodríguez per avermi invitato su questa tribuna, dalla quale sono intervenuti tanti importanti leader mondiali. È un onore aggiungermi a quell’elenco. Desidero inoltre salutare le autorità presenti, gli ambasciatori e i membri del corpo diplomatico, gli imprenditori e gli investitori che ci accompagnano e gli amici della stampa.

Come tutti sapete, la Spagna occupa un posto molto speciale nel mio cuore, sia come presidente della Nazione argentina sia come convinto liberale libertario. Come presidente argentino, apprezzo la nazione spagnola perché ha portato la civiltà occidentale in America. Questa impresa di civilizzazione è e deve essere sempre motivo di orgoglio per la Spagna, perché ha dato a noi ispanoamericani le istituzioni, il sapere, la religione, il progresso e l’ingresso nel mondo.

Avete collegato le Americhe a una tradizione profondissima e senza eguali nella storia umana. Un percorso che comincia in Grecia, attraversa Gerusalemme, fonda Roma e si consolida in Europa grazie al cristianesimo. È un’eredità di amore per i valori, per la scoperta, per le idee e, soprattutto, per la libertà nelle sue molteplici forme. Un’eredità che cerca continuamente di elevare l’uomo al di sopra delle condizioni alle quali la natura lo sottopone, nella consapevolezza dell’enorme sforzo e della disciplina che ciò richiede.

In un’altra tappa della nostra ricerca della libertà, l’America, guidata dall’Argentina e dal nostro eroe nazionale, il generale San Martín, ha voluto scegliere il proprio destino e ha conquistato l’indipendenza. Proprio per questo ci riconosciamo eredi e beneficiari di quella grande impresa di civilizzazione e continuiamo a mantenere con la Spagna un legame profondo e stretto. Abbiamo così accolto milioni di spagnoli in fuga dalla guerra e dalla fame all’inizio del Novecento. Negli ultimi anni, la Spagna ha saputo accogliere centinaia di migliaia di argentini fuggiti dalla miseria e dalla mancanza di futuro, prodotte dal sinistro socialismo del XXI secolo e dalla sua filiale argentina, il kirchnerismo, che voi subite regolarmente con quell’impresentabile dittatore di Pedro Sánchez.

Oggi molti nostri amici, familiari e connazionali vivono qui, e vi ringraziamo per il rifugio che avete offerto loro quando il destino del nostro Paese sembrava oscuro e senza via d’uscita. Quest’ultima circostanza, pur non rendendoci orgogliosi, non ci abbatte, perché il nostro governo sta creando le condizioni affinché tutti gli argentini desiderino tornare a casa. Già da qualche anno, molti decidono di restare in patria o di rientrare dall’estero. Studi recenti mostrano infatti che, durante il governo della detenuta condannata, della regina del braccialetto elettronico, della corrotta Cristina Fernández de Kirchner, circa il 45 per cento dei giovani voleva lasciare il Paese; con Mauricio Macri la percentuale è salita al 55, con Alberto Fernández superava il 70, mentre oggi è scesa al 25 per cento e continua a diminuire. Stiamo dunque ricostruendo le fondamenta dell’Argentina affinché i nostri giovani vogliano restare nel Paese.

Detto questo, apprezzo enormemente la Spagna anche come liberale libertario. Il motivo è semplice: molti pensatori che mi stanno particolarmente a cuore, come Hayek, Rothbard e Jesús Huerta de Soto, considerano la Spagna la culla del liberalismo politico, un’ideologia che mira a dare libertà al mondo e che prosegue quella grande impresa di civilizzazione rappresentata dalla scoperta dell’America. Con il liberalismo, la libertà stessa diventa nome e bandiera suprema.

Questo punto è molto interessante, perché Murray Rothbard ha individuato le vere origini del liberalismo a Salamanca, precisamente nella Scuola di Salamanca, ossia in quelli che conosciamo anche come gli scolastici. È interessante anche perché uno dei patrioti argentini più illustri e importanti della nostra storia, Manuel Belgrano, ha studiato proprio alla Scuola di Salamanca. Abbiamo dunque molti motivi per celebrare la Spagna come culla del liberalismo. Perciò avete un debito d’onore verso il vostro stesso sangue: cacciare a calci i socialisti, perché siete la culla del liberalismo.

Ripercorriamo un po’ di storia: la parola «liberale», come denominazione politica, nasce nelle Cortes di Cadice, all’inizio dell’Ottocento. Indicava i difensori delle libertà individuali contro gli assolutisti. Questi ultimi ritenevano che tutto dovesse conformarsi alla volontà del monarca, cioè dello Stato. Gli assolutisti pensavano che gli esseri umani non avessero diritti innati e che i diritti dei sudditi fossero elargiti dal potere politico. Qualcuno crede di avere queste prerogative anche senza essere imperatore, ma lasciamo stare. Per loro, insomma, non si tratta di autentici diritti inalienabili, bensì di concessioni temporanee del potere di turno. Tanto le proprietà quanto le vite dei sudditi erano a disposizione dello Stato, e qualsiasi resistenza all’autorità suprema era considerata tradimento. Sebbene le idee liberali abbiano chiari precedenti in grandi autori come John Locke, il liberalismo politico propriamente detto ha la sua culla in questa nazione. La prima volta che qualcuno ha alzato la voce contro il totalitarismo statale dicendo «sono liberale» è stato qui, in questo Paese. E non è un dettaglio, perché il liberalismo diventa tanto più necessario nelle nazioni in cui si soffrono maggiormente la mancanza di diritti individuali, la tirannia e la soggezione al potere politico. Dove il potere diventa arbitrario, tirannico e liberticida, nasce e fiorisce la risposta liberale.

C’è però chi sostiene che il liberalismo non sia più necessario, perché ora abbiamo Stati democratici che rispondono alla volontà popolare e corti presumibilmente indipendenti, fra le altre cose. Il liberalismo avrebbe vinto, no? Non è così. La vittoria sulla tirannia è durata poco, perché presto, proprio all’interno della democrazia liberale, sono comparse nuove forme di tirannia. Gli stessi sistemi democratici hanno trovato il modo di degenerare, di allontanarsi dai propri fini originari e di diventare armi al servizio di politici e burocrati per calpestare i diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà. Non a caso diciamo che il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza. Per fare un esempio semplice: la funzione originaria del Congresso era limitare le pretese di spesa esorbitanti dell’esecutivo. In Argentina, l’anno scorso, abbiamo invece visto un Congresso che voleva obbligarci a spendere denaro che non avevamo, per mandare in fallimento lo Stato e costringerci così ad aumentare le imposte oppure a lasciare il governo. La politica ha quindi snaturato la funzione originaria del Congresso, e l’istituzione ha servito la politica anziché la gente. Questo è soltanto uno dei modi in cui oggi i nostri diritti vengono ripetutamente calpestati da uno Stato che vuole diventare onnipotente e onnipresente.

Uno Stato che, per struttura e dimensioni, ha smesso di rispondere alle autentiche esigenze della popolazione: la libertà e la crescita economica. Uno Stato che usa la democrazia come scudo contro le critiche, mentre nasconde decisioni e procedure che nessuno accetterebbe mai. Lo so e lo dico perché è ciò che abbiamo vissuto in Argentina. Vivevamo all’ombra di uno Stato tirannico, senza neppure un monarca che si assumesse la responsabilità di quella tirannia. Era l’oppressione di mille uffici e apparati che distruggevano la vita delle persone, l’economia, la salute e la moneta, senza che nessuno riuscisse a fermare il declino. Come se non bastasse, contemporaneamente manipolavano psicologicamente la popolazione, sostenendo che l’alternativa fosse fra loro e l’abisso, fra loro e la distruzione: sadismo da manuale.

Proprio perché abbiamo visto e vissuto questo percorso fino alle sue ultime, nefaste conseguenze, l’Argentina è stata il primo Paese al mondo a eleggere un presidente liberale libertario. Questo non accade in condizioni normali di pressione e temperatura, ovviamente. In Argentina, dietro una falsa maschera di empatia e solidarietà — la conoscete, vero? Sono loro quelli empatici e solidali, ma sempre con i soldi degli altri — ci facevano vivere sotto un’oppressione e una violenza desolanti, che richiedevano una risposta di pari intensità, ma in direzione opposta. Ebbene, eccomi qui, con i miei modi, le mie idee e il mio impegno per la libertà.

Quanto è accaduto in Argentina non è stato però un fenomeno isolato, anche se forse è stato molto più rapido ed evidente. Le idee che hanno disorientato così a lungo gli argentini sono oggi molto di moda in Europa e in tutto l’Occidente. Sono le idee dei nemici dell’Occidente, di chi vuole trasformarci in una civiltà morta. Vogliono farci diventare una civiltà di musei da visitare, anziché di nuovi traguardi da raggiungere. Una civiltà che conserva soltanto, ma non scopre. Sono idee destinate a immobilizzarci e a condannarci a essere conquistati o completamente eliminati. Naturalmente, nessuno dei loro promotori dichiara apertamente questo obiettivo davanti alla gente: si nascondono dietro cause nobili per cercare il consenso popolare e, quando qualcuno ne segnala le conseguenze, lo denigrano attraverso i mezzi d’informazione, il mondo accademico e persino la giustizia. Un esempio chiaro è ciò che, con grande astuzia, viene chiamato Stato del benessere. Chi potrebbe opporsi al benessere, se non una persona malvagia, dal cuore marcio? Eppure, aumentare indiscriminatamente la spesa pubblica per offrire servizi sociali è possibile soltanto aumentando fortemente le imposte, indebitandosi o stampando moneta. Questo colpisce direttamente la crescita economica, producendo stagnazione e Stati sempre meno capaci di mantenere le proprie promesse.

Non solo: la stagnazione riduce le opportunità per i giovani, che, privi di prospettive per il futuro, vengono rapidamente attratti dalle idee rivoluzionarie. L’ironia è che proprio quei rivoluzionari da scrivania — i partiti di sinistra su scala continentale — sono i primi responsabili di questa brutale stagnazione. Per loro, il meccanismo funziona alla perfezione. Un altro esempio chiaro è la questione migratoria. Queste stesse persone sostengono che consentire l’immigrazione sia una questione di umanitarismo e carità. Ebbene, proprio adesso si stanno verificando avvenimenti che mostrano pienamente le conseguenze del permettere l’invasione e la distruzione della cultura occidentale.

Anziché integrarsi, gli immigrati stanno disgregando la società europea, incendiando monumenti secolari e distruggendo le proprietà dei lavoratori delle cui imposte vivono. La stagnazione economica, unita all’irresponsabilità migratoria, traccia un percorso di decadenza molto difficile da invertire in futuro. Sostituiscono la speranza con l’acquiescenza, la produzione con la distribuzione e l’unità politica con la balcanizzazione etnica. L’Occidente affronta un grave problema demografico, ulteriormente aggravato dalle conseguenze fiscali ed economiche che comporta per gli Stati assistenziali. Ma questo problema non può essere risolto importando cittadini, soprattutto se si oppongono con forza a tutti i principi sui quali si fonda la nostra civiltà.

Per questo, dall’Argentina osserviamo questi sviluppi con grande preoccupazione e abbiamo ritrovato le idee della libertà proprio per abbandonare questo percorso. Quello che sta accadendo a Ceuta è emblematico del modo di agire della sinistra. I socialisti preferiscono regnare all’inferno piuttosto che servire in paradiso e, pur di riuscirci, sono capaci di trasformare qualsiasi paradiso in un inferno. Per questo favoriscono l’invasione che vediamo a Ceuta. Ogni immigrato è un voto. E se il prezzo è la distruzione totale del Paese, sono più che disposti a pagarlo. Non è stato un incidente, non è stata una coincidenza. E le conseguenze sono già sotto gli occhi di tutti: come era inevitabile, le strade sono diventate più insicure, soprattutto per le donne, che in molti quartieri delle principali città non possono più nemmeno uscire da sole a passeggiare di notte.

Non solo: anche l’argomento economico a favore dell’immigrazione senza limiti è crollato da tempo. Le economie che hanno accolto più migranti restano stagnanti quanto prima, o persino di più, perché una parte consistente degli immigrati genera una spesa pubblica superiore a quanto produce e costringe a tassare sempre di più la popolazione produttiva. Ricordatelo sempre: dietro le misure socialiste non ci sono né empatia né solidarietà, ma soltanto sete di potere. Vediamo così che oggi ci troviamo esattamente di fronte alla stessa lotta che noi liberali affrontavamo nelle Cortes di Cadice: la stessa brama di dominio, la stessa smania di appropriarsi di ciò che appartiene agli altri e di usare indiscriminatamente lo Stato per ottenere ricchezza e potere senza limiti.

Per questo, sulla base dell’esperienza argentina, oggi vi raccomando di non voltare le spalle alla politica. In Argentina noi liberali abbiamo commesso questo errore troppo a lungo. Siamo rimasti ai margini, e ciò ha significato cento anni di decadenza per la nostra nazione. Stiamo cominciando a uscirne soltanto adesso, grazie agli sforzi del governo e di tutti gli argentini perbene. Credetemi quando vi dico che lottare contro il declino dà risultati. Quando siamo arrivati, abbiamo ereditato un disavanzo consolidato di 15 punti di Pil e un’inflazione che correva verso l’iperinflazione. Dicevano che non avremmo potuto eliminare il deficit del Tesoro neppure in cinque o sei anni: ebbene, lo abbiamo eliminato nel primo mese di governo. Il disavanzo quasi fiscale, pari a 10 punti di Pil, lo abbiamo risolto in sei mesi. In sei mesi abbiamo quindi realizzato un aggiustamento fiscale di 15 punti di Pil, alleggerendo il settore privato di una pressione equivalente. Non solo: abbiamo continuato il risanamento, riuscendo a ridurre le imposte, per la prima volta nella storia, di quattro punti di Pil. In trenta mesi di governo abbiamo dunque restituito agli argentini quasi 20 punti di Pil. Questo sì che significa liberare gli argentini e i cittadini perbene dall’oppressione dello Stato!

Quando siamo arrivati al governo, l’inflazione correva all’1,5 per cento al giorno. Lo ripeto: all’1,5 per cento al giorno, equivalente a circa il 56 o 57 per cento al mese. Inoltre, avevamo passività in scadenza a un giorno equivalenti a quattro volte la base monetaria e debito pubblico in pesos, anch’esso in scadenza a un giorno, equivalente a dieci volte la base monetaria. Eravamo quindi continuamente esposti al rischio di moltiplicare per quindici la quantità di moneta. Nonostante questo, siamo riusciti a evitare l’iperinflazione. Oggi l’inflazione si aggira intorno al 30 per cento annuo e, considerando gli ultimi dati dell’inflazione di fondo, il ritmo è già intorno al 20 per cento. Non abbiamo soltanto evitato l’iperinflazione: così facendo, abbiamo anche impedito che la povertà esplodesse oltre il 90 per cento. Al momento del nostro insediamento, quando abbiamo riportato le variabili ai loro valori reali, il 57 per cento della popolazione era povero; oggi questa percentuale è scesa al 32 per cento. Significa che abbiamo fatto uscire dalla povertà un quarto della popolazione argentina. Inoltre, in un Paese capace di nutrire 500 milioni di esseri umani, il 20 per cento della popolazione era in condizioni di povertà estrema. Oggi questa percentuale è scesa al 6 per cento, mentre fra i giovani la povertà è passata dal 70 al 42 per cento.

È vero, non è la migliore delle fotografie, ma è senza dubbio il miglior film della storia argentina. Quanto al rischio Paese, quando abbiamo vinto le elezioni si aggirava intorno ai 3.000 punti. Con grande sforzo eravamo riusciti a portarlo intorno ai 450 punti. Viviamo però in un mondo turbolento; l’Argentina ha una pessima storia creditizia, essendo stata il maggiore debitore insolvente seriale della storia moderna. Inoltre, abbiamo di fronte una piaga peggiore degli orchi: ancora una volta, la filiale argentina del socialismo del XXI secolo, che minaccia continuamente di mandare tutto all’aria. Il contesto internazionale si è fatto più difficile e, poiché l’Argentina è un investimento con un beta elevato, oggi il rischio Paese è un po’ più alto. Tuttavia, l’Argentina è uno dei cinque Paesi al mondo con equilibrio di bilancio anche includendo gli interessi. Quando ci siamo insediati, il debito consolidato in rapporto al Pil era del 100 per cento; oggi è del 39 per cento. Questo significa che, una volta stabilizzato il contesto internazionale e una volta che, l’anno prossimo, gli argentini avranno confermato questa direzione, l’Argentina sarà senza dubbio avviata a ottenere una valutazione «investment grade» e comincerà a sperimentare una crescita mai vista nella sua storia.

La cosa più importante, però, non sono i numeri in sé, ma ciò che hanno reso possibile. Con il deficit zero, lo Stato ha smesso di competere con i privati per il credito. Con una banca centrale risanata, abbiamo eliminato la necessità di emettere moneta, un passaggio fondamentale per abbassare l’inflazione, e abbiamo anche eliminato i vincoli valutari. Come se non bastasse, abbiamo rimosso 18.000 regolamentazioni. Abbiamo tolto gli ostacoli dal cammino. Le regolamentazioni sono sostanzialmente di due tipi. Se osservate ciò che sta accadendo in Argentina, potete vedere l’effetto di ogni regolamentazione che eliminiamo. Oggi l’Argentina sta diventando un grande esportatore di petrolio e gas. Nel settore energetico è in corso una rivoluzione. Una delle misure adottate con il decreto 70/23, appena ci siamo insediati, è stata eliminare la regolamentazione conosciuta come «barril criollo»: abbiamo liberalizzato il prezzo del petrolio. Ed eccoci qui, a esportarne sempre di più. Stiamo per raggiungere una produzione di un milione di barili al giorno. Inoltre, dal prossimo anno cominceremo a esportare gas liquefatto. Per la prima volta nella storia argentina, il mese scorso le esportazioni hanno raggiunto i 10 miliardi di dollari. Quest’anno supereremo i 100 miliardi e nei prossimi quattro anni arriveremo intorno ai 200 miliardi di dollari di esportazioni. Stiamo davvero cambiando profondamente l’Argentina!

Avrete inoltre visto i risultati che l’Argentina sta ottenendo nel settore minerario. Abbiamo modificato la legge sui ghiacciai e oggi l’esportazione di litio è già una realtà; prossimamente vedrete l’Argentina esportare grandi quantità di rame e oro. Perché il caso del rame è interessante? Perché condividiamo con il Cile la cordigliera delle Ande. Il Cile esporta 60 miliardi di dollari all’anno, l’Argentina 5 miliardi. Riuscite a immaginare che cosa potrà succedere fra non molto? L’Argentina potrà esportare 60 miliardi di dollari di rame. Stiamo quindi vivendo una vera rivoluzione, resa possibile dalla modifica della legge sui ghiacciai. Guardate come interventi apparentemente piccoli possano produrre grandi effetti. La cosa più importante è dunque ciò che oggi sta maturando sotto la superficie dell’economia argentina. Quando emergerà, saranno chiaramente visibili le riforme strutturali e il modo in cui stiamo rendendo nuovamente grande l’Argentina.

Il risultato è che il settore privato sta ricominciando a investire e, per la prima volta in un secolo, iniziamo a vedere il nostro autentico potenziale. Su questo punto vale la pena fare una precisazione tecnica, perché qualcuno dice: «Sì, ma gli investimenti in rapporto al Pil sono ancora bassi». La questione è interessante. Supponete che esistano due tipi di settori e che introduciate un cambiamento strutturale che comporti una riallocazione delle risorse. Da una parte c’è un settore protetto, sostenuto dalla corruzione. La prima cosa da dire, infatti, è che la protezione concessa a determinati settori viene accordata in cambio di qualcosa, perché proteggere un settore significa decidere di danneggiare tutti i cittadini di un Paese. Dietro le misure protezionistiche, quindi, c’è in fondo la corruzione: un affare fra politici corrotti e imprenditori corrotti.

Quando avviate un processo di liberalizzazione dell’economia e lasciate che le risorse fluiscano secondo la legge naturale, si produce una riallocazione delle risorse. Se il mercato del credito richiede garanzie, che cosa succede? I settori prima protetti, che sono quelli che dispongono effettivamente di garanzie, non investono più e arretrano. Quelli che devono emergere, invece, devono ancora accumulare risorse e non hanno garanzie sufficienti: per questo non si espandono con altrettanta forza. A ciò si aggiunge il disastro creditizio argentino. La cosa è quasi comica, perché talvolta nelle notizie argentine si sente dire, per esempio, che la gente è indebitata. Ebbene, non vi parlo del credito al settore privato non finanziario negli Stati Uniti, pari al 150 per cento del Pil, e neppure del Cile, dove è al 120 per cento. I nostri vicini hanno valori compresi fra il 60 e il 70 per cento. In Argentina, invece, il credito al settore privato non finanziario è pari al 12 per cento del Pil. È davvero esiguo, rachitico. Quando si sentono certe affermazioni, quindi, si capisce quanto siano in contrasto con la realtà.

È questo che fa sembrare gli investimenti un po’ in ritardo. Parallelamente, però, abbiamo creato il RIGI, il regime di incentivi per i grandi investimenti. Nell’ambito del RIGI abbiamo già 210 miliardi di dollari. È la politica di sviluppo settoriale più importante della storia argentina: un terzo è già approvato e pronto a partire. Oggi esistono due strutture fiscali: quella del RIGI e quella del vecchio sistema. Il nostro obiettivo è farle convergere, ma facendo sì che sia il vecchio sistema a convergere verso il RIGI, e che tutta l’Argentina diventi una grande opportunità d’investimento. È questo che renderà nuovamente grande l’Argentina.

Per tutte queste ragioni, oggi l’Argentina dimostra che lottare contro il declino dà risultati. In questi tre anni di governo siamo cresciuti a un ritmo circa quattro volte superiore alla media argentina degli ultimi cento anni. Secondo diverse proiezioni, entro la fine del prossimo anno saremo cresciuti circa tre volte più dell’OCSE nello stesso periodo. Ed è soltanto l’inizio, perché, se saremo rieletti, i quattro anni successivi saranno indimenticabili per l’Argentina. In soli tre anni, grazie al lavoro di questo governo, al nostro impegno per le idee della libertà e alla determinazione politica che guida tutti noi, siamo riusciti a portare l’Argentina alle porte di una nuova, grande rinascita. Una rinascita davanti al mondo, alimentata dal potenziale dei nostri cittadini, stanchi di vivere nel declino del socialismo kirchnerista.

Abbracciando le idee della libertà, stiamo migliorando la posizione del nostro Paese nel mondo. Per questo, come sempre, per il vostro bene e per il nostro, vi invitiamo a guardare a sud. Guardateci per investire, guardateci per produrre. Ma, in questi momenti decisivi, vi dico anche di ascoltare gli argentini sul piano politico, perché abbiamo visto con i nostri occhi dove conduce il socialismo quando gli si permette di arrivare fino alle estreme conseguenze.

Vogliamo che la ricostruzione dell’Argentina sia la guida per la ricostruzione dell’Occidente. Vogliamo che i popoli del mondo vedano quanto ci è costato abbandonare la strada giusta, comprendano il degrado economico che abbiamo sofferto per tanti anni e vedano che invertire quel percorso è possibile. Non abbiamo inventato nulla: abbiamo semplicemente ricominciato ad applicare le idee che hanno fatto dell’Occidente ciò che è stato, il rispetto assoluto della proprietà privata e gli incentivi affinché l’attività imprenditoriale possa svilupparsi autonomamente, senza che lo Stato si metta di mezzo.

Vogliamo mostrarvi che la decadenza non è un destino, ma una scelta. E vogliamo che possiate tornare a sognare un futuro degno, tenendovi saldi all’albero maestro delle idee della libertà. La libertà non ha prezzo e proprio per questo è la cosa più preziosa al mondo. Nella terra della libertà scorre la prosperità, mentre nei Paesi liberticidi si distribuisce soltanto la miseria.

Oggi vi rivolgo questo messaggio: non vogliamo vedervi soccombere agli stessi mali che hanno causato a noi tanti danni. Non lasciatevi sfuggire l’occasione di agire. Voglio però ribadire anche un invito che orienta tutta l’azione del nostro governo: vogliamo che gli uomini liberi del mondo vedano nell’Argentina un faro di libertà, in un mondo che tende alla tirannia. Vogliamo che investiate, certo, ma vogliamo anche che sappiate che potete venire a vivere in Argentina. Troverete un luogo in cui condurre la vostra vita e i vostri affari, come hanno fatto i vostri antenati ormai un secolo fa. Vi accoglieremo a braccia aperte per continuare insieme ad ampliare la frontiera della civiltà, del commercio e dell’industria. Perché questa è la nostra missione e non ci arrenderemo mai.

Che Dio vi benedica tutti, che le forze del cielo ci accompagnino e viva la libertà, carajo!

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