La libertà d’impresa ostaggio della burocrazia

Uno studio spagnolo rivela il costo economico delle autorizzazioni e delle attese amministrative. Mentre gli imprenditori rischiano capitali e creano ricchezza, gli apparati pubblici continuano a decidere tempi e condizioni dell’iniziativa privata, soffocando la libertà economica.

di Sandro Scoppa

Per aprire un’impresa occorrono un’idea, capitali, capacità organizzative e disponibilità ad assumersi dei rischi. Ma tutto questo non basta, perché chi intende avviare un’attività deve anche fare i conti con la burocrazia, affrontando un percorso di adempimenti, autorizzazioni e verifiche, durante il quale è costretto ad attendere che l’amministrazione gli consenta di mettere a frutto la propria iniziativa. È una delle manifestazioni più pervasive del potere pubblico: pretendere di decidere quando e a quali condizioni un individuo possa cominciare a lavorare per conto proprio.

A misurarne le conseguenze è la seconda edizione dell’Índice de Burocracia, elaborato dall’Università CEU San Pablo di Madrid, che esamina i tempi necessari per avviare nove tipologie di microimprese nelle diciassette comunità autonome spagnole. L’indagine ricostruisce 153 procedure di apertura e analizza 2.359 adempimenti e passaggi amministrativi. Il risultato è eloquente: per avviare un’attività occorrono mediamente 36,1 giorni, ma il tempo cambia radicalmente a seconda del territorio.

Madrid registra il risultato migliore, con 22,6 giorni, mentre la Navarra arriva a 55,6. La stessa iniziativa economica può dunque richiedere un’attesa due volte e mezzo superiore semplicemente perché viene intrapresa in un luogo diverso. Seguono, tra le amministrazioni più rapide, l’Estremadura con 27,7 giorni e Murcia con 29. All’estremo opposto figurano la Cantabria con 50,4 giorni e La Rioja con 47,5.

La geografia non spiega queste differenze. A determinarle sono soprattutto le procedure imposte dalle amministrazioni. E ciò rivela una verità spesso dimenticata: gli ostacoli burocratici sono il prodotto di decisioni politiche e amministrative. Possono essere ridotti, eliminati o moltiplicati. Non costituiscono una necessità naturale dell’attività economica.

I divari diventano ancora più impressionanti esaminando le singole imprese. Per avviare una fabbrica di mobili occorrono 24 giorni a Madrid e 102,7 in Navarra. Una caffetteria con terrazza può cominciare a operare dopo 37,9 giorni a Valencia, mentre in Cantabria ne servono 135. Persino l’autorizzazione a utilizzare una terrazza richiede tempi che oscillano dai nove giorni di Valencia ai sessanta di Barcellona.

Si tratta di attività ordinarie: produrre mobili, vendere abbigliamento, aprire un bar, coltivare terreni. Eppure, l’iniziativa privata viene sottoposta a un sistema di controlli che trasforma la libertà di intraprendere in una facoltà condizionata dall’intervento degli uffici pubblici.

L’aspetto più significativo riguarda il ruolo dei Comuni. Secondo lo studio, il 66 per cento del tempo medio necessario all’apertura di un’impresa dipende dai procedimenti municipali: 23,9 giorni su 36,1. Sono dunque soprattutto le amministrazioni più vicine ai cittadini a determinare quanto a lungo debbano attendere prima di esercitare un’attività economica. È il paradosso di un sistema che proclama di voler favorire l’imprenditorialità, sostenere il commercio e creare occupazione, mentre conserva gli strumenti che ne ritardano concretamente lo sviluppo. Si annunciano programmi di rilancio dei centri urbani, incentivi per le nuove imprese e finanziamenti pubblici, senza mettere in discussione il potere amministrativo di ostacolare le iniziative che potrebbero nascere spontaneamente. Come ha osservato Ludwig von Mises in Burocrazia, «Ciò che la gente rifiuta non è la burocrazia come tale, quanto piuttosto l’intrusione di essa in tutte le sfere della vita e delle attività umane».

Le conseguenze economiche sono tutt’altro che trascurabili. Lo studio stima che i tempi burocratici di apertura comportino per la Spagna un costo opportunità annuo compreso tra 1,2 e 5,7 miliardi di euro. Se tutte le amministrazioni raggiungessero i tempi di Madrid, il costo potrebbe ridursi di una cifra compresa tra 450 milioni e 2,15 miliardi. Sono stime costruite su ipotesi di produttività e occupazione, da leggere quindi come misure indicative delle opportunità perdute. Ma il problema è ancora più profondo. Ogni giorno di attesa rappresenta capitale immobilizzato, locali inutilizzati, investimenti rinviati e possibili occasioni di lavoro che non si concretizzano. Il costo della burocrazia viene sopportato da chi intraprende, mentre chi impone le procedure non risponde economicamente del ritardo.

La questione investe direttamente anche l’Italia. Da decenni si promettono semplificazioni, sportelli unici, digitalizzazione e riduzione degli adempimenti. Eppure, l’imprenditore continua a confrontarsi con una pluralità di competenze, prescrizioni e controlli che rendono l’avvio e l’esercizio delle attività inutilmente complessi.

Digitalizzare una procedura, peraltro, non significa necessariamente liberalizzarla. Un’autorizzazione richiesta attraverso una piattaforma informatica rimane un’autorizzazione. Un vincolo amministrativo gestito telematicamente continua a limitare la libertà. La vera riforma deve intervenire sulle pretese del potere pubblico, eliminando gli adempimenti superflui e sostituendo, dove possibile, i controlli preventivi con la responsabilità individuale e le verifiche successive.

Il principio dovrebbe essere semplice: chi intende esercitare un’attività lecita deve poterlo fare liberamente, rispettando i diritti altrui e rispondendo delle proprie azioni. Le esigenze di sicurezza, salute e tutela dei terzi possono giustificare regole proporzionate, senza trasformare ogni iniziativa in una richiesta di permesso.

Per questo la libertà economica non si misura dal numero di incentivi concessi o dalla quantità di risorse distribuite dalle amministrazioni. Si misura soprattutto dall’ampiezza delle scelte lasciate agli individui, dalla certezza del diritto e dall’assenza di interferenze arbitrarie.

Dietro la burocrazia sopravvive invece una concezione dirigista della società, secondo cui ogni attività privata deve essere preventivamente esaminata, classificata e autorizzata. L’imprenditore, anziché essere libero di agire entro i limiti della legge, viene trattato come un soggetto che deve ottenere il consenso dell’amministrazione.

Lo studio spagnolo rende visibile il prezzo di questa impostazione. Ma la sua lezione va oltre i giorni perduti e i miliardi sottratti alle opportunità produttive. Riguarda il rapporto tra libertà e potere: una società nella quale per intraprendere occorre continuamente chiedere permesso ha già rinunciato a una parte essenziale della propria libertà.

Non servono nuovi uffici incaricati di semplificare le procedure create da altri uffici, né altri interventi pubblici per compensare i danni prodotti dalla burocrazia. Occorre eliminare radicalmente autorizzazioni, vincoli e adempimenti che ostacolano l’iniziativa privata, restituendo agli individui la libertà di intraprendere e assumersi i propri rischi. La prosperità nasce dal lavoro, dagli investimenti e dagli scambi volontari, non dai timbri degli apparati amministrativi. La libertà d’impresa è un diritto, non una concessione del potere pubblico. E un diritto non si esercita chiedendo permesso.

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