Sud in ripresa o illusione fiscale?
Crescono i redditi, si riduce il divario: ma tra bonus, controlli e spesa pubblica il sistema resta drogato e fragile
di Sandro Scoppa
C’è un dato che colpisce più degli altri: il divario territoriale nel nostro Paese si riduce. Dopo anni di distanza strutturale, i redditi nel Mezzogiorno crescono più rapidamente rispetto al Centro-Nord. È una notizia che, letta superficialmente, sembra raccontare una storia di riequilibrio finalmente in atto. Ebbene, basta scavare appena sotto la superficie per capire che non tutto è come appare.
I numeri diffusi di recente dal Il Sole 24 Ore, basati sui dati Irpef, mostrano un’Italia in cui i redditi aumentano leggermente oltre l’inflazione e le differenze territoriali si attenuano. La Lombardia resta in testa, la Calabria in coda, ma il distacco si riduce. Alcune regioni meridionali crescono più della media nazionale, mentre aree storicamente forti rallentano. Il quadro, però, è meno lineare di quanto sembri.
Il primo elemento da considerare è la natura di questa crescita. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di un’espansione spontanea dell’attività economica, quanto di un fenomeno fortemente condizionato da interventi esterni. Il ruolo del Pnrr è evidente: investimenti pubblici concentrati territorialmente hanno sostenuto redditi e domanda. Ma ciò che è sostenuto artificialmente difficilmente si regge nel tempo.
A questo si aggiunge un secondo fattore: l’aumento della cosiddetta “fedeltà fiscale”. In altre parole, una maggiore emersione del reddito, favorita da controlli più intensi e da strumenti di compliance. Il risultato è un incremento statistico che non sempre coincide con una reale crescita della ricchezza prodotta. Si dichiara di più, e ciò non significa necessariamente che si produce di più.
Il dato sulle detrazioni e deduzioni conferma detta impostazione. Oltre 120 miliardi utilizzati nel 2025 rappresentano una cifra enorme, che evidenzia quanto il sistema fiscale sia ormai strutturato non per essere neutrale, ma per orientare comportamenti. Le agevolazioni per il patrimonio edilizio crescono, i bonus si moltiplicano, le soglie si modulano in funzione del reddito. Non è un sistema che lascia spazio alle scelte individuali: è un sistema che le indirizza.
In questo contesto, il cosiddetto “recupero del Sud” rischia di essere in parte un effetto contabile. Se la crescita è alimentata da trasferimenti, incentivi e interventi pubblici, il problema non è solo la sua sostenibilità, è anche la sua qualità. Non ogni aumento di reddito è segno di sviluppo. Quando manca un incremento della produttività, non si rafforza il tessuto imprenditoriale e non si riducono i vincoli che frenano l’iniziativa, ciò che cresce è una dipendenza, non un sistema economico.

Il rallentamento del Nord, d’altra parte, non è meno significativo. La crisi industriale, il legame con l’economia tedesca, l’invecchiamento demografico: sono fattori reali. Ma anche qui emerge un problema più profondo. Un sistema economico appesantito da imposizione elevata, regolazione diffusa e interventi selettivi perde capacità di adattamento. Non è più in grado di reagire rapidamente agli shock, né di attrarre investimenti in modo efficace.
Il piano-casa annunciato dal governo, con l’obiettivo di creare oltre 100mila alloggi in dieci anni, si inserisce perfettamente in questa logica. Ancora una volta si pensa di risolvere un problema reale — la scarsità abitativa — attraverso un intervento centralizzato. Senonché la storia economica insegna che la disponibilità di case non dipende dai piani, bensì dalle condizioni che rendono conveniente costruire, investire, mettere a reddito gli immobili.
Allo stesso modo, gli incentivi all’occupazione, le agevolazioni selettive e i bonus settoriali rischiano di produrre effetti temporanei, spostando risorse senza creare basi solide. Ogni intervento introduce distorsioni, favorisce alcuni a scapito di altri, altera i segnali del mercato. E quando questi segnali vengono alterati, la capacità di coordinamento spontaneo degli individui si riduce.
Il caso degli Its Academy è emblematico. Il successo in termini di occupazione è significativo, ma anche qui il sistema è fortemente sostenuto da risorse pubbliche. La domanda reale delle imprese supera l’offerta, segno che il problema non è solo formativo, è piuttosto strutturale: riguarda la capacità complessiva del sistema di generare opportunità.
Il punto, allora, non è negare i dati, è invece interpretarli correttamente. Una riduzione delle disuguaglianze ottenuta attraverso trasferimenti, incentivi e maggiore pressione fiscale non è equivalente a una convergenza fondata su crescita reale, produttività e iniziativa. È una convergenza fragile, esposta al rischio di inversione non appena le condizioni artificiali vengono meno. La vera questione resta irrisolta: come creare un contesto in cui individui e imprese possano operare senza ostacoli inutili, senza dover dipendere da bonus o agevolazioni, senza essere guidati da un sistema fiscale che premia alcune scelte e ne penalizza altre. Finché questa domanda resterà senza risposta, ogni miglioramento statistico continuerà a portare con sé un dubbio: è sviluppo o è solo redistribuzione mascherata?

