Aree interne, il fallimento annunciato della pianificazione

Dieci anni, miliardi promessi e territori sempre più vuoti: quando si crede di poter guidare lo sviluppo dall’alto, si finisce per paralizzarlo

di Sandro Scoppa

C’è un dato che vale più di qualsiasi slogan: dopo oltre un decennio, nelle aree interne è stato speso appena il 56% delle risorse disponibili. Non è solo un ritardo. È la dimostrazione plastica di un errore di fondo: l’idea che lo sviluppo possa essere progettato, diretto, costruito a tavolino.

I numeri raccontano una storia che la teoria aveva già previsto. Secondo la “Relazione sugli interventi nelle aree sottoutilizzate”, su 1,2 miliardi disponibili ne sono stati effettivamente utilizzati poco più di 706 milioni. Ma ciò che colpisce è soprattutto il divario tra intenzioni e risultati: territori che dovevano essere rilanciati restano marginali, servizi che dovevano essere potenziati restano carenti, popolazioni che dovevano essere trattenute continuano a partire.

Il punto non è la scarsità di risorse. È l’illusione che una regia centrale possa sostituirsi ai processi reali che generano sviluppo.

Ludwig von Mises, molti anni prima, aveva già chiarito con precisione che ogni tentativo di intervento sistematico sull’economia altera i meccanismi spontanei che coordinano le azioni individuali. Non si tratta di una posizione ideologica, quanto di una constatazione: quando si cerca di “correggere” il mercato dall’alto, si finisce per disorganizzarlo. E ciò che emerge non è ordine, è inefficienza.

È esattamente ciò che accade nelle aree interne. I progetti vengono definiti tardi, approvati lentamente, realizzati ancora più lentamente. Gli Accordi di programma quadro del ciclo 2014-2020 sono stati completati solo nel 2021. Una pianificazione che arriva a scadenza già superata è, di fatto, una pianificazione inutile.

Ebbene, il problema è ancora più profondo. Friedrich A. von Hayek ha mostrato che nessuna autorità centrale può disporre della conoscenza necessaria per organizzare una società complessa. Le informazioni rilevanti sono disperse tra milioni di individui, legate a circostanze locali, mutevoli, spesso non formalizzabili. Pretendere di sostituire questo processo con decisioni centralizzate significa ignorare la natura stessa della conoscenza.

Ma c’è un ulteriore livello che queste politiche trascurano sistematicamente: il mutamento della società. Negli ultimi decenni sono cambiate le preferenze, le aspettative, i modelli di vita. La mobilità è aumentata, le opportunità si sono concentrate nei nodi urbani, il lavoro e le relazioni si sono fatti sempre più interconnessi. Non è un fenomeno patologico, ma l’esito di milioni di scelte individuali che si coordinano nel tempo. Le aree interne non si svuotano solo perché mancano servizi: si svuotano perché, per una parte crescente della popolazione, non rappresentano più il luogo in cui costruire il proprio futuro.

Ignorare questa trasformazione significa costruire politiche fuori dalla realtà. Si interviene come se bastasse aggiungere infrastrutture o incentivi per invertire una dinamica che invece affonda le radici in cambiamenti profondi: nel modo in cui si lavora, si studia, si vive. Senonché le decisioni rilevanti – dove abitare, dove investire, dove crescere i figli – non si determinano per decreto. Sono il risultato di valutazioni diffuse, che nessuna pianificazione può anticipare o sostituire.

Le aree interne sono l’esempio perfetto di questa dinamica. Ogni territorio ha caratteristiche proprie, bisogni specifici, opportunità uniche. Eppure, le politiche adottate seguono schemi uniformi, costruiti a livello centrale, applicati indistintamente. Il risultato è prevedibile: interventi che non si adattano, risorse che non si trasformano in valore, progetti che restano sulla carta.

Ancora Hayek ha parlato di “presunzione fatale”: la convinzione che qualcuno possa conoscere abbastanza da progettare l’ordine sociale. È una presunzione che si ritrova intatta nelle politiche di coesione. Si immagina di poter decidere quali attività incentivare, quali servizi attivare, quali traiettorie seguire. Ma così facendo si sostituisce il processo di scoperta con una decisione amministrativa.

E quando il processo di scoperta viene meno, lo sviluppo si blocca.

Anche il divario tra fondi europei e nazionali conferma questa lettura. Dove esistono vincoli stringenti e controlli esterni, la spesa procede. Dove il sistema è interamente interno, si arena. Non è una questione tecnica. È una questione di incentivi, responsabilità, struttura decisionale.

Nel frattempo, la nuova programmazione 2021-2027 replica lo stesso schema: ritardi, passaggi burocratici, cabina di regia istituita nel 2023 e piano approvato solo nel 2025. Le prime strategie operative arrivano nel 2026. Ancora una volta, il tempo amministrativo non coincide con quello reale.

La lezione è quindi chiara. Lo sviluppo non nasce da un piano, si origina da un processo. Non si impone, si scopre. Non si distribuisce, si crea.

Le aree interne non hanno bisogno di essere “gestite”. Hanno bisogno di essere liberate da ciò che le blocca: incertezza normativa, complessità amministrativa, vincoli che scoraggiano iniziativa e investimenti. Perché un territorio si popola quando offre opportunità, non quando riceve trasferimenti. Continuare a inseguire soluzioni attraverso nuove strategie, nuovi fondi, nuovi strumenti significa ignorare il problema di fondo. Non è la quantità di intervento a fare la differenza. È la qualità del contesto. E finché si continuerà a credere che lo sviluppo possa essere progettato, si continuerà a constatare che non arriva.

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