Vietare i social ai minori: lo Stato tutore all’assalto della libertà digitale

Quando la politica smette di educare, sceglie di proibire. E chiama tutela ciò che è rinuncia

di Sandro Scoppa

Negli ultimi mesi, anche in Italia, è tornata a riaffacciarsi l’ipotesi di vietare l’accesso ai social network ai minori, sull’onda di iniziative assunte o annunciate all’estero e di un clima crescente di allarme mediatico. La proposta viene presentata come una misura di buon senso, una forma di tutela preventiva, quasi una risposta obbligata a un disagio generazionale reale. Ma proprio perché il tema è serio, merita di essere sottratto alla logica dell’emergenza e affrontato per ciò che è: una scelta che incide direttamente sul rapporto tra libertà, responsabilità e potere pubblico.

Il dibattito sui social network vietati ai minori sta infatti assumendo i tratti tipici delle peggiori stagioni proibizioniste. Di fronte a un fenomeno complesso, che coinvolge educazione, tecnologia, famiglia e responsabilità individuale, la risposta che avanza è sempre la stessa: il divieto. L’idea che lo Stato possa – e debba – decidere chi può accedere a cosa, a quale età e secondo quali procedure, torna a imporsi come soluzione semplice a problemi difficili. Ed è proprio questa semplicità apparente a renderla pericolosa.

L’argomento è noto: i social farebbero male ai minori, genererebbero dipendenza, distorsioni cognitive, fragilità emotive. Può esserci del vero, come accade per qualunque strumento potente. Ma da quando un rischio potenziale giustifica automaticamente un divieto generale? Se fosse così, dovremmo vietare libri, cinema, sport, relazioni, perfino la libertà di parola. Ogni crescita comporta esposizione, errore, apprendimento. Eliminare il rischio per decreto significa eliminare anche la possibilità di maturare.

Il cuore del problema non sono i social, bensì l’idea di fondo che li accompagna: la convinzione che la responsabilità possa essere sostituita dal controllo pubblico. Riemerge così la vecchia tentazione dello Stato tutore, che tratta cittadini e famiglie come soggetti incapaci di scegliere, di educare, di porre limiti. In questa logica, la politica non crea le condizioni perché le persone decidano meglio: decide al posto loro. Non informa, né responsabilizza, neppure distingue. Proibisce. Tout court.

Il paradosso è evidente. Da un lato si invoca l’autonomia dei giovani, la loro capacità di orientarsi nel mondo, di essere consapevoli, critici, resilienti. Dall’altro li si considera talmente fragili da dover essere esclusi per legge da interi spazi di comunicazione e relazione. È una contraddizione che rivela un problema più profondo: la sfiducia nella libertà come processo educativo.

C’è poi un altro aspetto, spesso sottaciuto: vietare significa spostare il problema, non risolverlo. I divieti digitali sono facilmente aggirabili, producono ipocrisia normativa, alimentano soluzioni opache, mercati paralleli, finzioni anagrafiche. Nel frattempo, il potere di controllo cresce: verifiche dell’età, identificazioni, tracciamenti, archivi. In nome dei minori si costruiscono infrastrutture invasive che finiscono per riguardare tutti. È già accaduto, accadrà ancora.

In questo scenario colpisce l’atteggiamento esitante dell’Italia, descritta come bloccata più da calcoli politici e timori geopolitici che da una riflessione di principio. Eppure, il vero nodo non è la paura di questo o quel leader straniero. È piuttosto l’assenza di una visione coerente della libertà nello spazio digitale. Si reagisce per imitazione, per allarme mediatico, per pressione emotiva. Mai per convinzione.

Una società adulta affronta le sfide senza rifugiarsi nel divieto. Investe nell’educazione, nella trasparenza, nella concorrenza tra piattaforme, nella responsabilità delle famiglie. Pretende regole chiare contro frodi e abusi, non gabbie generalizzate. Sa che la libertà non è assenza di problemi, bensì il modo migliore per affrontarli senza consegnare tutto al potere pubblico.

In definitiva, vietare i social ai minori non è un atto di protezione: è una resa culturale. È l’ammissione che non sappiamo più educare, distinguere, accompagnare. E allora demandiamo tutto allo Stato, illudendoci che un divieto possa sostituire il giudizio, l’esperienza, la crescita. Ma ogni volta che scegliamo questa strada, perdiamo qualcosa di più della connessione a una piattaforma: perdiamo fiducia nella libertà come fondamento della società.

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