Il costume è solo il pretesto

Dal decoro ai divieti, l’Italia turistica rischia di trasformare il visitatore, il proprietario e l’impresa in problemi da amministrare.

di Sandro Scoppa

A Varenna, sul lago di Como, chi gira a torso nudo o in costume fuori dalle aree consentite rischia una multa da 50 a 200 euro. Il costume resta ammesso sulle spiagge e sulle imbarcazioni, mentre il centro del borgo viene difeso in nome del decoro. La stessa disciplina limita i gruppi turistici a 25 persone e vieta alle guide l’uso degli altoparlanti nelle strade più strette.

La notizia, in apparenza, riguarda l’abbigliamento. In realtà dice molto di più. Dice infatti che l’Italia continua a vivere il turismo come una benedizione quando porta denaro, lavoro e visibilità, e come una colpa quando mostra gli effetti del suo stesso successo. Si invita il turista a venire, lo si celebra nelle statistiche, lo si usa nelle campagne promozionali, poi lo si tratta come un corpo estraneo appena riempie piazze, vicoli, battelli, ristoranti e negozi.

Nessuna società libera coincide con il diritto alla maleducazione. Entrare in una chiesa in costume, sedersi in un ristorante a torso nudo, bloccare una strada per ascoltare una guida con l’altoparlante, bivaccare davanti a una vetrina o trasformare una piazza in spogliatoio sono comportamenti sguaiati. Una regola minima di convivenza negli spazi pubblici può esistere. Serve, anzi, a proteggere quella libertà ordinata che consente a residenti, esercenti, visitatori e proprietari di convivere senza sopraffarsi.

Il problema comincia quando il decoro diventa una parola elastica, buona per giustificare qualsiasi intervento. Dal divieto di girare in costume si passa al contingentamento dei gruppi, dal controllo degli accessi alla diffidenza verso gli affitti brevi, fino alla pretesa di stabilire quante persone possano entrare, sostare, dormire, fotografare, camminare. La regola ragionevole contro il comportamento incivile smette così di colpire l’abuso e diventa un meccanismo amministrativo rivolto contro la presenza stessa del visitatore.

Varenna non è un episodio isolato. Gallipoli, Sorrento, Portofino, Scalea e altre località hanno introdotto o confermato ordinanze contro il costume o il torso nudo fuori dalle aree balneari. Capri ha limitato i gruppi organizzati e imposto strumenti audio per evitare il rumore delle guide. Venezia ha scelto il contributo d’accesso. Firenze ha imboccato la strada delle restrizioni sugli affitti turistici brevi e sulle keybox.

Qui avviene il salto decisivo. Una multa a chi gira seminudo in paese può essere una misura di buon senso. Un sistema che trasforma l’accesso alla città in pedaggio, l’alloggio privato in materia da pianificazione politica, la serratura di casa in questione amministrativa e il turista in soggetto sospetto è un’altra cosa. A quel punto il decoro smette di essere una regola di convivenza e diventa uno strumento di comando. Lo spazio pubblico non viene più ordinato per consentire a tutti di viverlo meglio, ma amministrato per stabilire chi può entrare, come deve comportarsi, quanto deve pagare e fino a che punto può disporre della propria attività o della propria casa.

Il turismo non è un’invasione. È scambio volontario. In ogni caso, non è un’invasione. È economia reale: case affittate, alberghi riempiti, ristoranti aperti, trasporti utilizzati, negozi frequentati, lavoro creato, redditi prodotti. Dietro ogni presenza turistica vi sono contratti, investimenti, redditi, imprese, famiglie. L’albergo, il bar, la casa concessa in locazione breve, il ristorante, il battello, il taxi, la bottega artigiana non vivono di astrazioni sociologiche, ma di persone che arrivano e spendono.

Demonizzare il turista significa colpire l’intera catena economica che consente a molti territori di non svuotarsi. Vuol dire dimenticare che senza visitatori tante attività chiuderebbero, molti immobili resterebbero improduttivi, tanti giovani avrebbero una ragione in meno per restare, numerosi centri storici perderebbero vita reale e diventerebbero soltanto scenografie immobili.

La formula del “turismo eccessivo” funziona perché offre alla politica un alibi immediato. Trasforma le carenze amministrative in colpa dei visitatori: servizi inadeguati, trasporti insufficienti, parcheggi mancanti, controlli disordinati, gestione approssimativa degli spazi pubblici. Tutto viene ricondotto alla pressione turistica, mentre resta in ombra la responsabilità di chi incassa dal turismo senza predisporre infrastrutture, regole semplici e servizi all’altezza. Così il successo di un territorio diventa il capro espiatorio della sua cattiva amministrazione.

Il punto è semplice: il problema non è l’arrivo delle persone nei luoghi belli, ma il modo in cui quei luoghi vengono amministrati. Si vogliono i benefici del turismo senza sopportarne la vitalità, il reddito senza il movimento, il consumo senza la presenza fisica di chi consuma. Il visitatore ideale diventa così una figura paradossale: solvibile ma invisibile, educata ma sorvegliata, accolta solo dopo essere stata filtrata, autorizzata e tassata. La città aperta e libera è fatta di regole chiare, proprietà rispettata, responsabilità individuale, servizi efficienti, sicurezza, pulizia, contratti e concorrenza. L’ordine urbano non nasce dalla regolazione ossessiva di ogni comportamento, ma dalla responsabilità effettiva di chi viola le regole comuni. Sporcizia, danni, disturbo e occupazione abusiva dello spazio pubblico vanno colpiti in modo diretto. Affittare una casa, aprire un’attività, offrire servizi ai visitatori sono invece espressioni di proprietà, impresa e lavoro, non anomalie da correggere con nuovi divieti.

La distinzione è decisiva. Punire il comportamento scorretto è legittimo. Punire invece la mobilità, la proprietà e l’iniziativa privata è illiberale. Un Comune può pretendere che nel centro storico non si giri in costume. Non dovrebbe però trasformare il proprio disagio organizzativo in una guerra contro affitti brevi, visitatori giornalieri, guide, piattaforme, proprietari e piccoli operatori.

L’Italia deve scegliere. Può restare un Paese aperto, vitale, capace di valorizzare la propria bellezza attraverso impresa, ospitalità e proprietà privata. Oppure può diventare uno fatto di varchi, pedaggi, divieti, registri, limiti, controlli, concessioni e sospetti. Nel primo caso il turismo è una risorsa da assistere con intelligenza. Nel secondo diventa un pretesto per allargare ancora una volta il perimetro dell’amministrazione pubblica.

Il turista in costume è il simbolo perfetto per raccogliere consenso. Nessuno vuole il caos, ama la sciatteria o difende la cafonaggine. Ma dietro quel costume può passare di tutto: la tassa d’ingresso, il divieto di affittare, il controllo dell’abitazione privata, l’idea che ogni proprietà situata in un luogo attraente debba essere subordinata alla visione politica del momento.

Il discrimine è qui: il decoro riguarda i comportamenti scorretti, non la presenza dei turisti; l’ordine pubblico riguarda gli abusi, non l’uso legittimo della proprietà; la convivenza civile richiede regole chiare, non una continua espansione del potere amministrativo. L’Italia non deve difendersi da chi la visita, la vive e contribuisce alla sua economia. Deve piuttosto evitare che ogni disagio urbano diventi il pretesto per introdurre nuovi controlli, nuovi divieti e nuove limitazioni alla libertà di movimento, di impresa e di proprietà.

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