Perché Sì. Separare le carriere per separare i poteri

La distanza tra accusa e giudizio non è una disputa tecnica o corporativa, è l’ultima protezione, la linea che decide se la giustizia limita il potere o lo accompagna

di Sandro Scoppa*

La separazione delle carriere viene trattata come una disputa tecnica, una contesa corporativa o una partita interna alla magistratura. È un errore di prospettiva — e, soprattutto, una comoda riduzione del problema. Qui non si decide l’organizzazione degli uffici, bensì la configurazione del potere che può incidere sulla libertà delle persone. La questione è elementare: chi giudica deve costituire un limite oppure proseguire, anche solo culturalmente, la traiettoria dell’accusa? Ogni volta che il dibattito si rifugia nella tecnica, elude questa domanda e normalizza la concentrazione di funzioni che il diritto dovrebbe invece vigilare con sospetto. Il limite istituzionale esiste proprio per contrastare una tendenza costante — trasformare l’ipotesi in convinzione e la convinzione in decisione — ed è da questa consapevolezza che deve partire qualsiasi riflessione seria sulla riforma.

Delitto e castigo, il romanzo pubblicato nel 1866 da Fëdor Dostoevskij, mostra con chiarezza questa dinamica originaria. Il dramma di Raskol’nikov nasce dalla convinzione di poter decidere prima, di collocarsi sopra la regola, di attribuirsi una superiorità morale che giustifica la violazione. Non è lontano dal rischio che attraversa ogni sistema in cui la funzione accusatoria tende a trasformarsi in esito anticipato e il giudizio in ratifica. La questione non riguarda la procedura in sé, investe in realtà la mentalità che confonde funzione e risultato, convincendosi che la direzione dell’indagine coincida con l’esito della giustizia.

Nel sistema italiano, magistratura requirente e giudicante condividono percorso professionale, formazione, organo di autogoverno e cultura istituzionale. La riforma oggi discussa — separazione dei percorsi, accessi distinti, ridefinizione degli equilibri nel Consiglio superiore — viene spesso descritta come una minaccia all’indipendenza. Ma questa non coincide con l’omogeneità. La Costituzione offre una traccia diversa: l’articolo 101 stabilisce che il giudice è soggetto soltanto alla legge; l’articolo 104 sancisce autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario; l’articolo 111 impone il contraddittorio tra parti distinte. Non delineano un’identità indistinta, ma una tensione strutturale tra funzioni differenti. La separazione delle carriere si colloca in questa tensione, non fuori da essa.

Chi accusa deve sostenere una ricostruzione, ed è fisiologico che lo faccia con convinzione. A sua volta, chi giudica deve restare istituzionalmente libero di smentirla. Se questa distanza si riduce, il processo rischia di trasformarsi da verifica a conferma. Non per malafede, quanto per prossimità culturale, continuità professionale, inerzia istituzionale. È una dinamica sottile, raramente visibile nelle norme, eppure determinante negli esiti. Ed è qui che la riforma assume il suo significato autentico: preservare la distanza per rafforzare la credibilità del giudizio.

Nel capolavoro di Dostoevskij, Porfirij ricorda ciò che il dibattito pubblico spesso dimentica: indagare non è giudicare. Non difende una traiettoria, né si identifica con l’accusa. Il suo metodo è il dubbio — e il dubbio è la condizione del giudicare. Quando scompare, la giurisdizione smette di controllare e comincia ad allinearsi.

Il confronto italiano resta invece imprigionato tra slogan politici e resistenze difensive. Si parla di velocità dei processi, di carichi pendenti, di efficienza organizzativa. Temi reali, ma secondari rispetto alla questione di fondo. Una giustizia più rapida che perda la funzione di limite è una giustizia più fragile, perché rischia di rendere automatico ciò che dovrebbe restare critico. Il diritto non esiste per rendere più efficace la sanzione, lo è invece per impedire che il potere diventi autosufficiente.

Separare le carriere significa riconoscere che accusa e giudizio non sono due varianti della stessa funzione. Sono poli distinti di una tensione necessaria. Dove questa tensione si attenua, la colpa smette di essere dimostrata e tende a svilupparsi lungo una traiettoria già orientata. Non è una deriva teorica: è una possibilità concreta in ogni sistema che confonda prossimità con equilibrio.

La separazione delle carriere non è pertanto una riforma simbolica né una concessione negoziale. È la decisione se il potere di accusare debba incontrare un controllo reale o soltanto formale. Una giustizia che fonde le funzioni non diventa più efficiente: diventa meno controllabile. E quando il controllo arretra, la responsabilità individuale arretra con esso.

Non è una questione di fiducia nei singoli, ma di diffidenza verso la concentrazione del potere — principio elementare di qualunque ordinamento che voglia dirsi civile. Le garanzie non servono nei momenti tranquilli; servono quando l’urgenza politica, la pressione mediatica o l’emergenza spingono a decidere prima di verificare. In quei momenti, la distanza tra accusa e giudizio non è tecnica: è l’ultima protezione.

Ignorare questa distinzione significa accettare una trasformazione silenziosa: il processo smette di essere verifica e diventa traiettoria; il contraddittorio si riduce a passaggio formale; il giudizio scivola verso la conferma. Non avviene in un giorno, e neppure con una dichiarazione. Avviene lentamente, attraverso abitudini istituzionali e consuetudini culturali. E quando accade, la giustizia non limita più il potere. Lo accompagna.
E nel momento in cui lo accompagna, smette di giudicare — e comincia soltanto a ratificare.

* Pubblicato su Atlantico Quotidiano

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