Compensi sotto sequestro: così il fisco mette le mani sul lavoro

Il blocco dei compensi ai professionisti con debiti fiscali rivela una concezione punitiva del rapporto tra Stato e lavoro autonomo, in cui il prelievo viene anteposto al diritto e al contratto

di Sandro Scoppa*

C’è un principio semplice che ogni ordinamento rispettoso della libertà dovrebbe considerare intangibile: chi lavora deve essere pagato. Senza condizioni ulteriori, né filtri politici o ricatti amministrativi. La proposta contenuta nella legge di bilancio – che prevede il blocco dei pagamenti della Pubblica amministrazione ai professionisti con debiti fiscali o contributivi, anche minimi – va esattamente nella direzione opposta. Trasforma il compenso in una concessione revocabile e il rapporto professionale in una leva di pressione fiscale.

Il cortocircuito politico che si è aperto nella maggioranza non è un incidente di percorso, è piuttosto il sintomo di un problema più profondo. Da un lato, un Governo che inserisce una norma drasticamente invasiva, priva di soglie, automatica e indifferenziata; dall’altro, forze politiche che, di fronte alla reazione compatta delle professioni, cercano di correre ai ripari. La Lega chiede infatti che la disposizione venga integralmente stralciata dal disegno di legge di bilancio. Fratelli d’Italia tenta, dal canto sui, tenta almeno di ritirare l’ulteriore irrigidimento introdotto con l’emendamento governativo. Nonostante ciò, il nodo resta: l’idea stessa che lo Stato possa sospendere il pagamento di un lavoro già svolto per forzare l’adempimento fiscale.

È bene sottolineare a chiare lettere, qui non siamo di fronte a una normale misura di contrasto all’evasione. Siamo davanti a un cambio di paradigma. Il compenso professionale non viene più considerato il corrispettivo di una prestazione, ma uno strumento di garanzia per il Fisco. Il professionista non è più un contraente, è invece un potenziale debitore sotto sorveglianza permanente. Basta un euro contestato, magari frutto di un errore o di un contenzioso aperto, per vedersi bloccare il pagamento. Senza giudice, proporzionalità e neppure distinzione tra debito accertato e presunto.

La differenza rispetto ad altri meccanismi già presenti nell’ordinamento è proprio questa: l’assenza di una soglia e l’automatismo assoluto. In un sistema di riscossione notoriamente disordinato, con archivi incompleti e ruoli spesso contestati, l’effetto non può che essere esplosivo. Contenziosi, ritardi, paralisi dei rapporti con la Pa. E, soprattutto, un messaggio devastante: lavorare per lo Stato significa accettare un controllo preventivo sulla propria posizione fiscale, pena la sospensione del diritto al compenso.

In tale contesto, colpisce anche l’origine dichiarata della misura: il tentativo di contenere la spesa per il gratuito patrocinio. Un obiettivo che, ammesso e non concesso sia legittimo, viene perseguito con uno strumento rozzo e generalizzato, che finisce per colpire avvocati, ingegneri, architetti, commercialisti, revisori. Intere categorie professionali trattate come un problema da arginare, non come risorse che garantiscono funzionamento, legalità e competenza alla macchina pubblica.

La reazione delle professioni, che hanno definito la norma “vessatoria” e “sproporzionata”, non pertanto è una difesa corporativa. È una difesa di principio. Perché qui non è in discussione il dovere di pagare le imposte, quanto il metodo con cui lo Stato pretende di esigerle. Un metodo che confonde il piano fiscale con quello contrattuale, che antepone l’incasso alla certezza del diritto e che utilizza il bisogno di essere pagati come strumento di coercizione.

Il vero paradosso è che, anche se l’emendamento governativo più duro venisse ritirato, resterebbe in piedi una norma già di per sé inaccettabile. Per questo la richiesta di stralcio integrale della disposizione dal disegno di legge non è un eccesso, ma l’unica soluzione coerente. Non si corregge un errore di impostazione con qualche limatura tecnica. Si prende atto che lo Stato non può trasformarsi nel giudice morale e fiscale di ogni professionista prima di adempiere ai propri obblighi.

In una società libera, il Fisco accerta, contesta e riscuote secondo regole chiare e proporzionate. Non blocca il lavoro. Non sospende i pagamenti. Non usa il compenso come arma. Ogni passo in questa direzione segna un arretramento culturale prima ancora che giuridico. E conferma una tendenza inquietante: quella di uno Stato che, incapace di riformare sé stesso, sceglie la scorciatoia del controllo e della punizione preventiva.

* Pubblicato su Strade magazine

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