Mises dopo 75 anni: il libro che smonta le illusioni del potere
Una raccolta del Mises Institute restituisce tutta l’attualità di L’azione umana: proprietà privata, calcolo economico, imprenditorialità e cooperazione sociale contro l’eterno ritorno della pianificazione
di Sandro Scoppa
Ci sono libri che appartengono al proprio tempo e altri che lo attraversano. L’azione umana di Ludwig von Mises appartiene alla seconda categoria. A oltre settantacinque anni dalla pubblicazione dell’edizione inglese, continua infatti a parlare non come un monumento del passato, ma come un’opera necessaria per comprendere le patologie del presente: la pretesa di governare l’economia dall’alto, la fiducia superstiziosa nella regolazione, l’illusione che la società possa essere corretta da apparati pubblici dotati di informazioni, incentivi e virtù che nessun essere umano possiede.
Il volume The Influence and Significance of Human Action after 75 Years (“L’influenza e il significato de L’azione umana dopo 75 anni”), curato da Joseph T. Salerno e pubblicato dal Mises Institute, nasce dagli interventi presentati alla Human Action Conference 2024, svoltasi ad Auburn, Alabama (USA), dal 16 al 18 maggio 2024. Non è una semplice celebrazione anniversaria. È una ricognizione sul significato vivo dell’opera misesiana. I contributi spaziano dall’economia alla filosofia della scienza, dalla teoria della conoscenza alla storia, dalla politica monetaria all’ambiente, dall’imprenditorialità alla critica del progressismo contemporaneo.
Letto dall’Italia, il libro assume un valore ulteriore. La vicenda editoriale di L’azione umana nel nostro Paese è infatti essa stessa un caso culturale. Nella prefazione all’edizione Rubbettino del 2026, Lorenzo Infantino ha ricordato che l’idea di offrire al lettore italiano una nuova edizione dell’opera risaliva a molti anni prima e nasceva da una constatazione severa: la traduzione del 1959 era diventata introvabile, risultava lacunosa ed era stata accompagnata da poche righe rituali, senza un vero inquadramento teorico. Quel vuoto non è stato innocuo: ha privato intere generazioni di studenti italiani di una fonte essenziale di apprendimento e di crescita.
Infantino ha poi richiamato un passaggio ancora più significativo. Bruno Leoni aveva colto immediatamente l’importanza di L’azione umana: aveva recensito l’opera poco dopo l’uscita inglese e ne aveva segnalato la capacità di illuminare fenomeni economici, sociali e politici. Conosceva personalmente Mises e, se la prima traduzione italiana fosse stata affidata a lui, l’opera sarebbe stata collocata entro le sue corrette coordinate culturali. Non era accaduto, purtroppo. L’opera era arrivata invece in Italia quasi in silenzio, forse — ha osservato ancora il compianto studioso calabrese — per la paura di dire che il suo autore era allora il maggiore difensore della libertà individuale di scelta e colui che più lucidamente aveva isolato le condizioni che la rendono possibile o impossibile.
Questo dettaglio editoriale non è secondario. Aiuta a comprendere perché Mises sia rimasto a lungo, nel nostro Paese, più citato che studiato, più evocato che realmente assimilato. La nuova edizione italiana, con la traduzione di Tullio Bagiotti riveduta e integrata da Lorenzo Infantino e Nicola Iannello sulla base della terza edizione dell’opera, ha avuto il merito di restituire L’azione umana al dibattito italiano nella sua interezza e nella sua profondità.
La prefazione di Salerno al volume americano coglie subito il punto decisivo: L’azione umana non è soltanto un trattato di economia, sia pure grandioso. È una guida alla vita sociale civilizzata, perché mostra le condizioni che rendono possibile la cooperazione pacifica e prospera tra individui diversi, ciascuno portatore di fini, conoscenze, valutazioni e progetti propri. La società nasce dall’azione umana, dalla cooperazione volontaria, dall’incontro di milioni di decisioni libere che nessun centro politico potrebbe conoscere, ordinare o sostituire. Non è il prodotto di un disegno unitario, ma il risultato di scelte individuali che si coordinano attraverso prezzi, contratti, responsabilità e scambio.
Il primo merito del libro è quello di restituire lo scienziato austriaco alla sua dimensione autentica. Troppo spesso egli viene ridotto al teorico del calcolo economico nel socialismo, come se la sua critica riguardasse soltanto i sistemi collettivistici del Novecento. In realtà, quella critica colpisce ogni forma di economia amministrata: ogni volta che il potere sostituisce il prezzo con il decreto, la scelta con l’autorizzazione, il rischio con il sussidio, la responsabilità con la gestione burocratica. Senza prezzi autentici, formati nello scambio, non vi è calcolo economico; senza calcolo economico, le risorse non possono essere indirizzate razionalmente; senza proprietà privata, infine, non vi sono né prezzi reali né imprenditori reali.
Uno dei saggi più rilevanti, quello di Peter G. Klein sui diritti di proprietà e il giudizio imprenditoriale, illumina proprio questo nesso. La proprietà privata dei mezzi di produzione non è un dettaglio istituzionale, ma la condizione stessa dell’economia di mercato. Senza proprietà privata non vi sono scambi, né vi sono prezzi e non vi è alcun criterio per destinare le risorse agli impieghi maggiormente apprezzati. Klein ricorda inoltre che il sistema di Mises pone al centro non una funzione astratta, una formula o un modello, ma l’imprenditore-proprietario: colui che calcola, anticipa, valuta, rischia e giudica.
Qui l’opera tocca un punto di straordinaria attualità. Il nostro tempo parla continuamente di “Stato imprenditore”, “politica industriale”, “transizione guidata”, “investimenti pubblici strategici”. Ma l’imprenditore, per lo studioso viennese, non è chi amministra risorse altrui protetto dal prelievo fiscale o dalla garanzia pubblica. È chi sopporta l’incertezza, impegna capitale, può guadagnare e può perdere. Il giudizio imprenditoriale non consiste nell’eseguire un piano ministeriale, ma nel decidere in condizioni di futuro ignoto. Dove non vi è perdita possibile, il giudizio si degrada in procedura. Dove non vi è proprietà effettiva, la responsabilità si dissolve.
Da questo punto di vista, il saggio prima indicato è prezioso anche per comprendere le forme ibride del capitalismo contemporaneo: imprese formalmente private ma dipendenti da commesse pubbliche, enti finanziati dallo Stato, università, monopoli regolati, partenariati pubblico-privati, settori interi che vivono di autorizzazioni, incentivi, protezioni e barriere. In questi casi la domanda decisiva diventa: chi controlla davvero? Chi decide davvero? Chi sopporta davvero le conseguenze dell’errore? La proprietà, nel senso misesiano, non è mera intestazione formale, ma controllo residuale effettivo. Quando lo Stato può indirizzare, premiare, punire o condizionare stabilmente le scelte, la distinzione tra pubblico e privato diventa sempre più ambigua.
Altrettanto rilevante è il contributo dedicato alla legge di associazione. Paul F. Cwik mostra come Mises trasformi il principio del vantaggio comparato da teoria del commercio internazionale a fondamento generale della cooperazione sociale. Gli uomini non cooperano perché sacrificano sé stessi a un’entità collettiva superiore, ma perché la divisione del lavoro consente a ciascuno di migliorare la propria condizione servendo gli altri. Il mercato, prima ancora di essere un luogo di prezzi, è un ordine di reciproca utilità. Chi produce per gli altri non obbedisce a un comando morale imposto dall’alto: segue il proprio interesse entro un sistema nel quale il proprio vantaggio dipende dalla capacità di soddisfare bisogni altrui.
Questa è una lezione essenziale in un’epoca che tende a rappresentare lo scambio come sospetto, il profitto come colpa, la proprietà come privilegio e la concorrenza come aggressione. Il mercato non è guerra di tutti contro tutti. È cooperazione senza regista. È dipendenza reciproca senza subordinazione politica. È pluralismo pratico, perché consente a persone diverse di perseguire fini diversi senza dover essere ricondotte a un unico progetto collettivo.
Il volume è efficace anche quando affronta il rapporto tra Mises e l’economia accademica contemporanea. Thomas J. DiLorenzo, con tono autobiografico e polemico, contrappone la ricchezza teorica di L’azione umana alla sterilità di certa economia matematizzata, innamorata dei propri modelli più che della realtà. È una critica ancora attualissima. Quando l’economia smette di studiare l’azione umana e diventa esercizio formale, perde di vista l’imprenditore, l’incertezza, il tempo, le istituzioni, la proprietà, la moneta, gli incentivi. Resta il modello; scompare l’uomo.
È qui che il libro mostra la sua forza più profonda. Mises non offre un ricettario di politiche pubbliche, prospetta una grammatica della realtà sociale. È qui che il libro mostra la sua forza più profonda. Mises non offre un ricettario di politiche pubbliche, ma una grammatica della realtà sociale. La conoscenza è dispersa; i prezzi trasmettono informazioni; la proprietà richiama ciascuno alla responsabilità; il profitto e la perdita selezionano decisioni, investimenti e imprese. La burocrazia, invece, non può imitare l’imprenditorialità: quando il potere interviene, non si limita a “correggere” il mercato, ma altera proprio i segnali da cui dipendono le scelte individuali.
Per questo The Influence and Significance of Human Action after 75 Years non è un libro per specialisti soltanto. È utile a chiunque voglia capire perché tante promesse pubbliche producono risultati opposti a quelli annunciati: case meno accessibili dopo i controlli sugli affitti, energia più costosa dopo le pianificazioni verdi, credito distorto dopo l’espansione monetaria, imprese meno dinamiche dopo sussidi e protezioni, concorrenza più debole dopo regolazioni presentate come tutela del consumatore.
La grande lezione che attraversa la raccolta è semplice e radicale: la società non si costruisce contro l’azione umana, ma attraverso di essa. Ogni volta che il potere pretende di sostituire i propri fini ai fini degli individui, deve prima neutralizzare prezzi, proprietà, contratti, responsabilità e libertà di scelta. E ogni volta che lo fa, non crea ordine: produce cecità organizzata.
A settantacinque anni da L’azione umana, Mises resta dunque scomodo perché costringe a guardare oltre le intenzioni dichiarate. Non chiede se il potere voglia il bene, ma se sia in grado di conoscere, calcolare e agire meglio di milioni di individui liberi. La risposta, oggi come allora, è negativa. Ed è proprio per questo che il libro curato da Salerno merita di essere letto: non come omaggio a un classico, ma come strumento per comprendere il nostro presente e per difendere le condizioni istituzionali della cooperazione civile.

