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Il mito della terza via. Perché l’interventismo non resta mai “moderato”

C’è un’idea che domina da decenni il dibattito pubblico europeo: quella secondo cui il mercato sarebbe utile, ma soltanto se corretto, guidato, limitato e continuamente sorvegliato dal potere politico. Non socialismo vero e proprio, certo. Ma nemmeno economia libera. Una sorta di equilibrio rassicurante tra iniziativa privata e direzione pubblica. È ciò che spesso viene chiamato “terza via”.

Ludwig von Mises ha demolito questa illusione molti anni fa, spiegando che l’interventismo non rappresenta un sistema stabile, è invece un processo destinato ad allargarsi continuamente. Lo Stato interviene per correggere un problema. Senonché, quell’intervento altera prezzi, investimenti, produzione e comportamenti. Così nascono nuove distorsioni. E per correggere anche quelle servono altri interventi. Poi altri ancora.

È esattamente ciò che vediamo oggi.

Si impongono vincoli urbanistici, tasse, obblighi energetici, limiti edilizi e controlli sugli affitti. L’offerta di abitazioni si riduce, i prezzi salgono e allora il potere politico accusa il mercato di non funzionare. A quel punto arrivano bonus, sussidi, fondi pubblici, edilizia “calmierata”, nuove regolazioni e commissari straordinari. Lo stesso accade nell’energia, nell’agricoltura, nell’automobile, nel credito.

L’interventismo vive di una promessa permanente: correggere gli effetti dei problemi che esso stesso contribuisce a generare.

Lo scienziato austriaco ha pure osservato che molti sostenitori di queste politiche non volevano abolire del tutto il mercato. Pensavano di poter conservare la proprietà privata e la libera iniziativa, orientandole però dall’alto attraverso ordini, controlli e restrizioni. Ma qui emerge però il problema decisivo: il mercato non è una macchina che possa essere smontata pezzo per pezzo senza alterarne il funzionamento complessivo.

Prezzi, salari, investimenti e profitti non sono numeri arbitrari. Trasmettono informazioni. Coordinano milioni di decisioni individuali. Quando il potere politico li manipola artificialmente, rompe quel sistema di segnali. E così l’economia diventa sempre più dipendente dalla politica.

Hayek lo ha spiegato con grande chiarezza: nessuna autorità centrale possiede tutte le conoscenze disperse tra milioni di individui. È impossibile sostituire con decreti ciò che emerge spontaneamente dalle relazioni tra persone, imprese e consumatori. La pianificazione non elimina il caos: lo trasferisce dentro l’apparato politico e burocratico.

La cosiddetta “economia guidata” produce infatti un effetto preciso: trasforma il cittadino in soggetto dipendente da autorizzazioni, incentivi, graduatorie, bonus e deroghe. Il mercato viene accusato di creare incertezza, ma è spesso il dirigismo a moltiplicarla.

Ogni settore regolato diventa inevitabilmente terreno di pressione politica. Se lo Stato decide chi aiutare, chi tassare, quali tecnologie favorire, quali imprese sostenere e quali attività scoraggiare, allora il successo economico dipende sempre meno dalla capacità di soddisfare i consumatori e sempre più dalla vicinanza ai centri decisionali.

Ed è qui che la “terza via” mostra il suo vero volto. Non rappresenta un compromesso stabile tra libertà e controllo. È un lento spostamento del baricentro sociale verso il potere politico.

Mises lo ha compreso perfettamente: l’interventismo non rimane mai fermo. O torna verso un’economia libera oppure tende progressivamente ad allargare il controllo pubblico sulla vita economica.

Per questo il grande tema del nostro tempo non è scegliere tra “mercato puro” e “Stato buono”. Il vero problema è capire quanta libertà una società sia ancora disposta a conservare prima che ogni scelta economica diventi una concessione amministrativa.

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