Milei a Davos: quando la pretesa medicina diventa la malattia
Nel santuario del “buon governo globale” qualcuno dice ciò che troppi fingono di non sapere: il problema non è governare meglio”, ma governare meno. Il controllo presentato come cura
di Sandro Scoppa*
C’è un luogo, più di altri, in cui le parole “crescita”, “inclusione”, “transizione” e “sostenibilità” sono diventate un vocabolario automatico, quasi liturgico. Quel luogo è Davos. Per anni, nel tempio del “buon governo globale”, si è celebrata l’idea che i problemi dell’uomo – dall’economia alla vita quotidiana – si risolvano con più indirizzo politico, più regolazione, più redistribuzione, più controllo. È la religione del “ci pensiamo noi”: l’illusione che una stanza piena di esperti possa sostituire la vita reale di milioni di persone. È qui che, nel suo “Special address” al World Economic Forum 2026, Javier Milei compie un gesto che molti considerano sacrilego: non propone l’ennesimo aggiustamento, non invoca la “governance” come medicina universale. Dice, in sostanza, che la medicina è diventata la malattia.
L’intervento non si limita a difendere il mercato come strumento efficiente. Va oltre: lo difende come ordine morale, come argine alla presunzione di chi si sente legittimato a dirigere la vita degli altri. È un passaggio decisivo, perché ribalta la retorica più comoda della modernità: quella secondo cui l’economia sarebbe solo un pezzo del problema, da subordinare alla “politica”, alla “pianificazione”, agli obiettivi collettivi decisi da pochi. Qui si contesta la gerarchia stessa: prima viene la libertà, poi tutto il resto. Non perché sia un feticcio, ma perché è il solo terreno su cui possono nascere responsabilità, innovazione e cooperazione. Non a caso, il presidente argentino insiste su un punto che molti, oggi, si ostinano a rimuovere: “Il mercato – sottolinea – non è un meccanismo amorale; è il più potente strumento di cooperazione sociale mai creato”. E quella frase non è estetica: è una smentita. Smentisce l’idea che la libertà economica sia una concessione tecnica da tollerare finché “serve”.
Il bersaglio non è l’impresa, né il profitto, né la ricchezza. Il bersaglio è l’ideologia paternalista che si traveste da virtù pubblica. Quella che presume di sapere meglio di milioni di persone come debbano vivere, consumare, lavorare, risparmiare, investire. Quella che trasforma ogni comportamento in un fascicolo, ogni attività in un’autorizzazione, ogni scelta in una colpa potenziale. È la logica del potere che non si presenta più come comando,bensì come “cura”: una tutela permanente che infantilizza la società. E una società infantilizzata è una società ricattabile. Perché chi dipende dal permesso, prima o poi dipende anche dall’umore di chi quel permesso lo firma.
Il punto più duro, e più vero, è che non basta chiedere allo Stato di essere “più bravo”. Il problema è la pretesa di sostituire la conoscenza dispersa, le preferenze reali, le circostanze concrete, con un disegno centralizzato. Ogni regolatore immagina di coordinare ciò che non conosce; ogni piano produce effetti collaterali che nessuno ha previsto; ogni “correzione” apre una nuova richiesta di “correzione della correzione”. È un circolo vizioso che sposta la società dal merito al sospetto, dal rischio alla dipendenza, dal contratto alla concessione. E infatti, nel discorso, la critica al dirigismo non è elegante: è definitiva. “Quando la politica sostituisce la libera scelta con la regolazione – afferma con forza Milei – non protegge le persone: le infantilizza”. È la fotografia di un continente che non sa più fidarsi dei cittadini: li tollera, li ammonisce, li orienta, li premia se obbediscono e li punisce se deviano.
Il nodo, però, è ancora più profondo: la regolazione non è mai neutra. Ogni norma che “aiuta” qualcuno, inevitabilmente costringe qualcun altro. Ogni vincolo che “protegge”, produce un costo che viene scaricato altrove. È una catena di trasferimenti opachi in cui il potere guadagna sempre due volte: prima perché interviene, poi perché si propone come soluzione ai danni dell’intervento. Così nasce la dipendenza politica: si crea il problema, si distribuisce il rimedio, si consolida il controllo. Nel frattempo la società perde elasticità, perde investimenti, perde coraggio. Soprattutto, perde tempo: quello che imprese e famiglie consumano non per produrre, ma per ottenere permessi, compilare carte, “stare in regola”.
In questo senso, Davos diventa quindi una scena perfetta: il luogo in cui si promettono soluzioni universali ospita una denuncia frontale delle soluzioni universali. Si chiama il capitalismo per nome e se ne rivendica la dignità etica, mentre molti preferiscono difenderlo solo “a bassa voce”, come una necessità tecnica di cui quasi vergognarsi. Nondimeno, non è una questione di stile: è una questione di civiltà. Quando la libertà economica viene trattata come sospetta, presto lo diventa anche la libertà civile. E quando il potere si abitua a pianificare i risultati, si abitua anche a selezionare i vinti e i vincitori: l’impresa “buona”, l’impresa “cattiva”, il settore “strategico”, quello “da scoraggiare”, il consumo “virtuoso”, quello “da punire”. È la politica che si traveste da morale e si assegna il diritto di classificare le scelte degli altri.
Il valore dell’intervento, per chi crede nella responsabilità individuale, non sta nel culto di un uomo, ma nella frattura che produce: costringe a scegliere. O la società è fatta di persone adulte, capaci di decidere e sbagliare, oppure è fatta di sudditi che chiedono permesso. O il progresso nasce dalla concorrenza e dalla scoperta, oppure nasce dalla norma e dalla tessera. O il potere è limitato, oppure è destinato a espandersi, sempre. E quando l’espansione diventa “normale”, l’eccezione diventa la libertà.
Ecco perché Davos 2026 segna un punto: nel palcoscenico dove si vende il mondo “migliore” regolato dall’alto, un presidente argentino ha ricordato che ogni paradiso pianificato ha un prezzo preciso: la libertà di chi non ha voce nelle stanze del potere. Alla fine, l’unica riforma davvero decisiva non è un nuovo pacchetto di regole, ma una sottrazione: togliere potere a chi pretende di gestire la vita altrui. Perché la vera giustizia non è distribuire obbedienza. È lasciare spazio alla vita.
* Pubblicato su Atlantico Quotidiano

