Il liberalismo non è un’etichetta

In Italia la parola “liberale” viene usata come un’etichetta di comodo, ma la libertà non è un brand politico: è un limite al potere. E di liberalismo ce n’è uno solo. Il resto è marketing e caricatura.

di Sandro Scoppa

In questi giorni hanno trovato ampia eco sulla stampa le parole di un leader politico che ha rivendicato, per la propria area, una presunta “vocazione” alla libertà. Il termine è stato ripreso con entusiasmo, rilanciato come un segnale identitario, quasi fosse un marchio da spendere nel dibattito pubblico. Ma proprio qui sta l’equivoco: perché la libertà non è una vocazione territoriale, non è un’eredità di partito e non è un’etichetta da appuntarsi al petto. È, semmai, una disciplina severa: la disciplina di mettere confini al potere.

Il liberalismo,  dovrebbe ormai essere acquisito, non è nato in Calabria e neppure in Italia, perché la nostra storia politica – fatte salve alcune tradizioni intellettuali – non è stata la storia della limitazione dello Stato, ma spesso il contrario: centralismo, protezioni, corporazioni, burocrazia come sistema, spesa pubblica come collante sociale, intermediazioni obbligatorie come metodo di governo. Qui lo Stato è stato a lungo considerato non un arbitro, bensì un protagonista; non un garante, piuttosto un amministratore della vita. E quando il potere si abitua a dirigere, la libertà diventa una parola decorativa: utile nei discorsi, scomoda nelle decisioni.

Per questo è essenziale chiarirlo senza ambiguità: il liberalismo non coincide con la destra né con la sinistra. Non è una casacca politica. È un’idea di società fondata su limiti, regole generali e responsabilità individuale. Significa che il potere non è legittimo perché “buono” o perché “intenzionato a fare il bene”, lo sarebbe solo perché, e in quanto, sottoposto a vincoli: poche funzioni, chiare, esercitate secondo norme uguali per tutti. Significa che lo Stato non deve educare gli adulti, correggere comportamenti quotidiani, imporre modelli di virtù. Deve invece svolgere le funzioni minime essenziali e in tale ambito garantire libertà, sicurezza, giustizia imparziale e certezza del diritto. Tutto il resto è espansione politica travestita da tutela.

E qui si innesta il punto decisivo: esiste solo il liberalismo. Non esistono “versioni” opportunistiche da adattare al momento, né formule addomesticate per risultare compatibili con ogni promessa. Il liberalismo è uno e uno solo perché è un principio, non un compromesso. È la difesa della proprietà come base dell’indipendenza, del contratto come strumento di cooperazione pacifica, della concorrenza come processo di scoperta, del pluralismo come conseguenza della libertà e non come concessione dall’alto. È la consapevolezza che la società vive di relazioni spontanee e che la politica, quando pretende di sostituirle, finisce per impoverire proprio ciò che dice di voler proteggere.

Ma c’è un passaggio ancora più profondo, che la tradizione scozzese e quella austriaca hanno messo a fuoco con una chiarezza spietata: l’illusione del “legislatore onnisciente”. È la convinzione – sempre riciclata con nomi diversi – che qualcuno, da un ufficio o da una cabina di regia, possa sapere abbastanza da guidare milioni di vite meglio di quanto possano farlo gli individui con le loro scelte quotidiane. È proprio questa superstizione razionalista che va da David Hume ad Adam Smith e arriva alle analisi moderne della conoscenza dispersa: nessuno possiede tutte le informazioni necessarie per dirigere una società complessa. La conoscenza è frammentata, locale, pratica, spesso tacita: non è trasferibile in un piano. Il liberalismo nasce qui: non come slogan, ma come antidoto all’arroganza del potere; non come appartenenza, quanto come metodo di convivenza. E la lezione è semplice: quando la politica si crede onnisciente, diventa inevitabilmente invasiva; quando accetta i propri limiti, lascia spazio alla libertà.

In questo quadro, la parola “liberismo” è la più tipica invenzione italiana: un’etichetta pigra, quasi sempre polemica. Non definisce una dottrina, né chiarisce un pensiero, neppure aiuta a capire: serve soltanto a liquidare una posizione senza discuterla, come se la libertà economica fosse un capriccio ideologico e non un presupposto della libertà civile. “Liberismo” è il contenitore dove si butta tutto ciò che disturba: mercato, impresa, autonomia, responsabilità, riduzione del potere. È una parola comoda perché evita la domanda vera: chi decide? con quali limiti? e a spese di chi?

E infatti il punto non è proclamarsi “liberi”. Il punto è verificare se, dietro la retorica, ci siano scelte coerenti: meno autorizzazioni preventive, meno discrezionalità amministrativa, meno regole che trasformano il cittadino in un supplicante e l’ufficio in un tribunale quotidiano. In sostanza, meno Stato. Libertà significa anche tempi certi, norme semplici, diritto comprensibile, tassazione non predatoria, confini chiari alla spesa e all’invasione regolatoria. Significa, soprattutto, sottrarre spazio al favore e restituirlo alle regole: perché dove domina l’eccezione, domina il potere personale; dove domina la norma generale, domina la libertà.

Se si vuole parlare seriamente, bisogna smettere di usare la libertà come slogan e ricominciare a trattarla come una cosa concreta. Non è una posa: è un costo politico. Richiede rinunce, tagli di potere, riduzione di apparati, fine delle scorciatoie. Ecco perché, nella nostra cultura, è così rara: perché la libertà non dà vantaggi di posizione, non crea clientele, non permette di distribuire favori. Costringe a governare meno e meglio. È, in definitiva, la più scomoda delle virtù pubbliche.

E allora, per evocare quel grande patrimonio di idee, la strada non è “rivendicare” una vocazione: è dimostrarla. Non con parole, ma con la realtà. Perché la libertà, quella autentica, non si annuncia. Si riconosce dal silenzio dei permessi inutili, dall’assenza dei timbri, dalla semplicità delle regole. **E soprattutto dal fatto che lo Stato smette di occupare la vita delle persone e torna nei suoi confini: regole uguali per tutti, non comando su tutto. Questa chiarezza è essenziale e ineludibile anche perché, come ha ricordato Ludwig von Mises, «Il liberalismo non è una religione, non è una concezione generale del mondo, una Weltanschauung, e tanto meno è un partito che difende interessi particolari… Il liberalismo è qualcosa di completamente diverso: ideologia, teorizzazione del nesso che lega insieme le realtà sociali e al tempo stesso applicazione di questa teoria al comportamento degli uomini nelle realtà sociali».

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