Mani lontane dall’oro: la BCE blinda le riserve italiane

L’oro è un limite storico, non una risorsa politica. La BCE avverte Roma: le riserve auree sono la diga contro la manipolazione, un principio ribadito fin dal Gold Standard

di Sandro Scoppa

Nel mondo reale, il denaro non nasce da un decreto. È un’istituzione spontanea, emersa storicamente per coordinare aspettative, consentire calcoli e rendere possibile la cooperazione tra individui che non si conoscono e non si fidano tra loro.

L’oro ha agito come “guinzaglio d’oro” (gold fetters) già sotto il Gold Standard Classico (1870-1914), vincolando i governi e le banche centrali: la diretta convertibilità della valuta in una quantità fissa del metallo rendeva infatti impossibile finanziare deficit senza conseguenze immediate. Questa disciplina non progettata sopravvive perché il potere politico non può manipolare l’oro con la stessa facilità con cui manipola le proprie promesse.

È per questo che le riserve della Banca d’Italia non sono proprietà dello Stato: non perché manchi il coraggio di dichiararlo, ma perché l’oro non può essere piegato alle finalità della politica senza distruggere la funzione stessa del denaro. Lo stesso, infatti, non esiste per finanziare governi, ma per impedire che governi possano finanziare sé stessi svalutando il lavoro e il risparmio di milioni di individui.

Le conseguenze del tentativo di politicizzare l’oro sono evidenti nella storia recente: lo stesso sistema di Bretton Woods, che legava il dollaro all’oro nel dopoguerra, collassò nel 1971. La sua instabilità, teorizzata nel “Dilemma di Triffin”, dimostrò che la necessità politica di stampare moneta per il commercio internazionale entrava in conflitto con la promessa di conversione aurea, facendo prevalere l’interesse politico a “stampare” sul vincolo metallico, fino al fallimento.

In quest’ottica, l’emendamento che attribuisce al “popolo” le riserve auree non è solo inutile: è concettualmente distorto. Non genera gettito, non crea risorse, non apre margini fiscali. Introduce piuttosto un linguaggio che tradisce una tentazione antica: trasformare un’istituzione di ordine spontaneo in una variabile politica. È il primo passo di ogni processo di colonizzazione del denaro da parte dello Stato: ridefinire il significato per ridefinire l’uso.

La BCE lo ha ricordato con parole insolite per sobrietà istituzionale. Nel suo parere, Francoforte afferma di non avere «chiara la concreta finalità della proposta» e invita le autorità italiane a «riconsiderarla». Non è un giudizio procedurale: è un monito epistemico. L’oro non appartiene a un popolo astratto, perché non ha una funzione collettiva. La sua esistenza non serve alla redistribuzione, bensì alla conoscenza: permette a ciascuno di coordinare le proprie scelte senza essere ostaggio dei desideri fiscali del potere.

Il linguaggio politico, invece, cerca di fare del prezioso metallo un simbolo di identità nazionale, un patrimonio da “valorizzare” o “mettere a frutto”. È il riflesso di una visione per cui l’autorità centrale è legittimata a intervenire in ogni processo sociale per “massimizzare risultati”, ignorando che l’ordine economico non è un sistema da progettare, è invece un campo di cooperazione in cui lo Stato è solo uno degli attori – e non il più efficiente.

Il fatto che la politica italiana cerchi di politicizzare un bene che non può nemmeno toccare non è una prova di forza, al contrario, lo è di debolezza. È il sintomo di una cultura che vorrebbe trasformare in risorsa pubblica ogni forma di stabilità sociale, perché crede che il valore possa essere generato dall’alto attraverso atti di volontà, anziché riconosciuto e preservato nelle condizioni che lo hanno reso possibile.

Storicamente, ogni volta che un Paese ha tentato di assorbire l’oro nel proprio raggio di potere, è perché aveva esaurito la fiducia dei propri cittadini. Non perché fosse forte, bensì perché era fragile. E ogni volta, la conseguenza è stata la stessa: più potere discrezionale allo Stato, meno tutela per il risparmio, più volatilità, meno mercato.

Il paradosso è che, in un’economia moderna, la riserva aurea non serve per tornare a un passato pre-monetario, quanto per ricordare che la moneta non è un’emanazione del governo: è un’infrastruttura cognitiva costruita dal mercato. Non limita la politica perché è antiquato, ma perché ne conosce i difetti. Essa, del resto, in assenza di limiti, tende a trasformare il futuro in garanzia delle proprie decisioni presenti. L’oro, al contrario, obbliga a riconoscere che il futuro non è programmabile.

Attribuirgli finalità pubbliche significa negare la sua ragione d’essere: impedire che le scelte degli individui vengano subordinate alla sopravvivenza del potere. È per questo che il metallo rifugio non è democratico: è liberatorio. Non appartiene al popolo, ma alla possibilità del popolo di non essere espropriato.

L’oro non è quindi un tesoro collettivo: è una barriera epistemica contro la presunzione di sapere e la pretesa di controllare. Difenderlo dalla politica non significa difendere un metallo, vuole dire difendere l’idea che la società sia più intelligente di chi pretende di governarla.

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