L’Italia, un Paese che ha paura del futuro

Quando lo Stato sostituisce il rischio privato con sussidi e divieti, l’unico risultato è l’arretramento

di Sandro Scoppa

Viviamo in un’epoca in cui la critica al “mercato” è divenuta una certezza morale per molti. Si considera quasi un atto di virtù opporsi al profitto, sospettare del guadagno, diffidare di chi investe. È un modo di pensare che confonde la ricchezza con l’ingiustizia, come se l’accumulazione di mezzi fosse in sé un peccato, e chi la produce un peccatore. Ma è un errore di fondo. Perché dove c’è libertà economica tutelata, proprietà rispettata, mercato aperto e concorrenza, si genera prosperità diffusa; dove ci sono vincoli, controlli e divieti, si genera povertà, marginalità, opportunismo.

Bertrand de Jouvenel, il filosofo ed economista francese, ha spiegato bene come l’uomo «si orienta con l’aiuto delle carte — per quanto inesatte — che ciascun individuo ha a disposizione». Queste carte mentali, ha aggiunto, «sono costruite come antiche carte geografiche, adorne di piccole figure». Quando le stesse sono sbagliate, ogni decisione razionale rischia di finire in un errore collettivo. E quanta parte dell’intellighenzia occidentale ha recentemente distribuito mappe deformate: capri espiatori, fantasmi speculativi, pericoli morali portati dal capitale, piuttosto che analisi serie dei meccanismi economici.

Così, oltre all’inflazione, ai rincari dell’energia, al costo della casa, abbiamo una massiccia dose di confusione culturale: si demonizza la proprietà privata e si regolamenta ogni attività economica come se fosse un privilegio, non un diritto. In Italia, gli ultimi anni hanno visto sussidi generalizzati, bonus a pioggia, interventi statali su affitti, energia, fisco. Ma questi interventi, più che garantire prospettive, hanno creato dipendenza e incertezza.

Il risultato? Famiglie costrette a rivolgersi all’assistenzialismo, imprese che riducono investimenti, giovani costretti a cercare opportunità all’estero, proprietà immobiliari “nemiche”, affitti scoraggiati, case sfitte. È un cortocircuito: si tenta di difendere i più deboli togliendo loro lo strumento più potente per emanciparsi — la libertà di produrre, investire, possedere. Il motto diventa: “Chi guadagna troppo è ingiusto.” Ma chi produce ricchezza — lavoro, case, servizi — non è “ingordo”: è efficace.

È significativo che questo clima di sfiducia abbia effetti tangibili persino sulla demografia. Secondo un sondaggio realizzato da Noto Sondaggi per Il Sole 24 Ore del Lunedì, l’Italia registra il tasso di natalità più basso d’Europa, pari a 1,18 figli per donna, con 229.731 nati da gennaio ad agosto 2025, in calo del 5,4% rispetto allo stesso periodo del 2024. Ma il dato più drammatico è culturale: il 20% dei giovani italiani dichiara che non avrà mai figli, e il 42% non sa se potrà permetterselo. Non per disaffezione, ma per mancanza di prospettive. In Francia e in Gran Bretagna, dove la genitorialità non è percepita come un rischio economico, queste percentuali sono sensibilmente inferiori. La denatalità non è un capriccio generazionale, ma la versione statistica della paura: nessuno investe in un futuro che non vede.

Un regime di controlli e divieti, giustificato da buone intenzioni morali, genera scarsità. Quando le regole puniscono chi costruisce case economiche, rendono farraginosa la produzione, complicano la costituzione di nuove imprese, i mercati legali si restringono. Aumentano le rendite immobiliari, i prezzi salgono, e chi avrebbe potuto offrire un tetto o un lavoro dignitoso si ritira, scoraggiato. Il ricatto divenuto norma riduce la libertà, non la tutela.

Al contrario, un mercato libero e trasparente, fondato su proprietà definita e diritti garantiti, funziona da grande opportunità. Imprese che nascono e assumono, capitali che finanziano progetti, giovani che investono, famiglie che costruiscono un futuro. In questi casi, il profitto non è “male”: è lo strumento che misura il valore offerto agli altri. È il segno che un bisogno è stato soddisfatto, un rischio corso, un servizio reso. Non è arroganza: è scambio volontario, cooperazione libera, rispetto reciproco.

Gli ultimi mesi raccontano questa dinamica: nel 2025 molte piccole imprese italiane hanno segnalato difficoltà per il costo dell’energia, la burocrazia, la pressione fiscale. Alcune hanno ridotto la produzione, altre hanno rinviato investimenti, alcune hanno chiuso. Eppure, la risposta politica è stata quasi ovunque un mix di sussidi e promesse, non un salto di qualità: meno regole, meno ostacoli, più fiducia nel singolo. Una scelta culturale: si preferisce curare i sintomi invece di promuovere le cause.

È in fondo la differenza tra una cultura dell’assistenzialismo e una cultura della libertà. Quando si crede che lo Stato debba garantire non solo la giustizia, ma anche l’equità dei risultati, si condanna la proprietà, si ostacola l’investimento, si trattano i cittadini come potenziali beneficiari, non come soggetti responsabili. Si chiede che qualcuno dall’alto decida per tutti. Si punta su un’uguaglianza artificiale, non su una giustizia reale.

Ancora il citato de Jouvenel ha ammonito: se «si è fermamente convinti che i mulini a vento siano giganti malvagi», non resta che attaccarli — anche se non c’è alcun gigante. Questo spirito da crociata contro il capitalismo ignora il fatto che il mercato non è una creatura morale, ma un meccanismo — spesso imperfetto — che consente a persone diverse di cooperare liberamente, perseguendo ciascuno i propri scopi e, insieme, il progresso comune.

Chi vuole un paese degno e prospero deve difendere la libertà imprenditoriale, la proprietà privata, il libero mercato. Non perché siano “virtuosi” per definizione — ma perché sono l’unico contesto in cui meritocrazia, innovazione, risparmio, progetto personale, responsabilità individuale possono dare frutti. Dove questi valori vengono soffocati, crescono dipendenza, inefficienza, rendita parassitaria. L’assistenzialismo produce sudditi; il mercato produce cittadini.

E allora non serve una nuova filosofia morale: serve buon senso. Serve riconoscere che chi costruisce case, chi assume, chi investe, chi rischia, non è un nemico, ma un alleato. Serve capire che la proprietà non è un privilegio da regolare: è un patto di fiducia con il futuro. Serve sapere che la libertà economica — con tutte le sue contraddizioni — è l’unico terreno stabile per la dignità individuale e il progresso collettivo.

Per questo dobbiamo difendere con determinazione la proprietà, rilanciare la libertà d’impresa, smettere di confondere il profitto con la speculazione, la ricchezza con il privilegio, il successo con l’ingiustizia. Solo così la società può davvero offrire opportunità — non elemosine — e speranza concreta ai cittadini.

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