La società perfetta è una trappola

Quando l’economia viene piegata a un fine politico, la libertà smette di essere un diritto e diventa una concessione.
 
di Sandro Scoppa
 
La promessa della società perfetta è una delle armi più antiche e seducenti del potere. Ogni volta che viene evocata, qualcosa di concreto viene messo tra parentesi: la libertà delle persone. Quando lo sviluppo economico smette di essere un processo aperto e diventa un mezzo per raggiungere un fine prestabilito, l’economia cessa di essere il terreno delle scelte individuali e si trasforma in uno strumento di comando. Non si discute più come si cresce, ma dove si deve arrivare. E tutte le volte che la meta è decisa dall’alto, le persone diventano inevitabilmente sacrificabili.
Uno degli equivoci più persistenti del dibattito pubblico contemporaneo riguarda proprio il significato dello sviluppo economico. Troppo spesso esso viene presentato come uno strumento subordinato a un obiettivo superiore, definito politicamente: la “società giusta”, l’eguaglianza dei risultati, l’ordine razionale degli esiti. In questa impostazione, l’economia non ha un valore proprio: vale solo in quanto mezzo per realizzare un progetto collettivo. È una visione che trasforma l’agire umano in materiale da organizzare e l’iniziativa individuale in una variabile da controllare.
È contro questa impostazione che si colloca la riflessione di Sergio Ricossa, quando insiste su un punto tanto semplice quanto radicale: il problema non è il risultato finale, ma il processo. Una società libera non è quella che promette esiti giusti, bensì quella che consente alle persone di scegliere, rischiare, sbagliare, riuscire. Lo sviluppo non ha bisogno di essere “orientato” verso un fine morale: è legittimo nella misura in cui nasce da decisioni volontarie, diffuse, non coordinate da un centro.
Quando invece si assume che la storia abbia una direzione corretta e che il potere politico possa guidarla, la libertà individuale diventa condizionata. Se il fine è già scritto, ogni deviazione appare come un errore da correggere; ogni differenza come un’ingiustizia; ogni fallimento come una colpa. L’incertezza, che è una caratteristica naturale dell’azione umana, viene trattata come un difetto da eliminare. In questo schema, l’individuo non è più un soggetto che sceglie, ma un elemento da orientare.
Il socialismo, al di là delle sue molte varianti storiche, si fonda su questa logica. Non si limita a intervenire sull’economia: pretende di darle uno scopo. I risultati non devono emergere dalle scelte di milioni di persone, ma essere progettati; i comportamenti non vengono giudicati per la loro volontarietà, ma per la loro conformità al piano. È una visione che trasforma lo sviluppo in amministrazione e l’economia in ingegneria sociale.
L’impostazione liberale è l’esatto opposto. Lo sviluppo non è un mezzo per arrivare a una società ideale, ma un processo aperto, imperfetto, imprevedibile. Non promette armonia, né garantisce risultati uguali. Proprio per questo non richiede un’autorità che stabilisca fini collettivi obbligatori. La sua forza sta nella dispersione delle decisioni, nella possibilità di sperimentare, di fallire, di correggere. La legittimità non dipende dall’approdo, ma dal rispetto delle libertà lungo il percorso.
In questa prospettiva, il ruolo dello Stato è limitato e precisamente per questo essenziale: ridurre la coercizione, garantire regole generali, impedire che qualcuno sostituisca la propria volontà a quella degli altri. Ogni volta che il potere politico pretende di “correggere” gli esiti del processo economico in nome di una giustizia sostantiva, smette di proteggere le persone e inizia a usarle. Le utopie, infatti, hanno sempre bisogno di sacrifici. E quei sacrifici sono quasi sempre altrui.
La differenza tra le due visioni è tutta qui. Da un lato, l’idea che le persone possano essere piegate a un fine collettivo ritenuto superiore. Dall’altro, la consapevolezza che nessun fine astratto vale quanto la libertà concreta di scegliere il proprio percorso. Il primo approccio sacrifica gli individui alle utopie; il secondo rinuncia alle utopie per non sacrificare gli individui.
È questa la lezione più scomoda — e più attuale — della tradizione di pensiero di cui Ricossa è stato uno degli interpreti più rigorosi: una società libera non promette perfezione né salvezza. Promette qualcosa di più fragile e insieme più prezioso: che nessuno possa decidere al posto tuo quale debba essere il tuo destino.

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